Vecchie storie di giovani migranti

Propongo frammenti di temi scolastici scritti da giovani migranti, per mostrare come, seguendo il filo dei loro racconti e ascoltando i loro vissuti, si abbia modo di accedere alle paure, alle ansie, alle contraddizioni che caratterizzano oggi migliaia di figlie e figli di migranti, nelle scuole del nostro paese.

 

Paolo Barcella*

 

 

Le memorie migranti in politica

Quando iniziai a occuparmi di migrazioni, una dozzina d’anni fa, pensavo che la memoria dell’emigrazione italiana fosse un antidoto formidabile da opporre alle pulsioni xenofobe dilaganti nel mio paese. Fu anche sulla base di questa certezza che iniziai una ricerca sulla storia dell’emigrazione italiana in Svizzera, al termine della quale, però, mi ritrovai convinto del contrario: rievocando le storie note di quel passato in cui “gli albanesi” eravamo noi non si combatte necessariamente la xenofobia, perché la memoria non basta.[1] A infondermi questa opinione erano state anzitutto le sezioni della Lega Nord della mia stessa provincia – la Bergamasca, terra di emigranti per eccellenza fino ai primi anni Sessanta – ovvero quei luoghi che, a partire dagli anni Novanta, furono un laboratorio capace di distillare “l’anti-antidoto della memoria”, ossia una retorica dei “vecchi emigranti” da usare contro i “nuovi immigrati”, per affermare che “noi” andavamo in “casa d’altri” da bravi e ubbidienti lavoratori, mentre “gli altri”, che vengono oggi a “casa nostra”, sarebbero parassiti e filibustieri.[2] L’ambiguità insita nello strumento della memoria emergeva poi nel corso di molte interviste che ho condotto con alcuni vecchi emigranti i quali, mentre esternavano i loro trascorsi fatti di sofferenza e di umiliazioni, mi rendevano partecipe delle loro opinioni circa i nuovi fenomeni migratori, sostenendo, per una sorta di crudele compensazione storica, che gli stessi patimenti di cui un tempo erano stati vittime, dovessero essere inflitti agli immigrati contemporanei. Infine, mi accorsi semplicemente che le storie non sono tutte uguali, le esperienze migratorie di ieri e di oggi, non sono fatte solo di fatica e di conflitto, ma quache caso di un appagante lavoro, di buone relazioni, di maggiori risorse. Tuttavia, mentre venivano delineandosi i limiti della memoria nel discorso politico, maturava in me la convinzione che continuare a raccogliere memorie e a scavare negli archivi, restasse un’attività politicamente necessaria. Quelle memorie possono infatti fornire a chi si occupa oggi dei migranti preziosi strumenti di lavoro, per decifrarne i comportamenti, comprenderne le ambiguità, cogliere le dimensioni spesso contraddittorie che sono presenti nei loro discorsi. E questo vale soprattutto quando i migranti in questione sono persone giovani, prive di un lungo passato alle spalle che possa aiutarli a orientarsi con maggior sicurezza all’interno di quello scivoloso campo dicotomico costituto da un “noi” e da un “loro”. Per questo proporrò qui di seguito alcuni frammenti di temi scolastici scritti da giovani migranti, per mostrare come, seguendo il filo dei loro racconti e ascoltando i loro vissuti, si abbia modo di accedere alle paure, alle ansie, alle contraddizioni che caratterizzano oggi migliaia di figlie e figli di migranti, nelle scuole del nostro paese. Penso sia il solo contributo che, da storico, posso offrire a chi lavori con i migranti e desideri contribuire alla costruzione di una società di liberi e uguali, almeno nelle opportunità.

 

Scolari italiani in Svizzera

Nel 1948, Italia e Svizzera regolamentarono i flussi migratori che stavano portando tanti cittadini italiani nella Confederazione. La loro presenza veniva concepita come temporanea e si riconosceva loro la sola funzione di lavoratori ospiti, a cui era permesso di lavorare solo fino a quando il sistema economico locale ne avesse avuto bisogno. Per raggiungere un tale obiettivo era necessario contenere il radicamento dei migranti, limitando i ricongiungimenti familiari e la presenza di bambini italiani nel sistema scolastico svizzero. All’inizio degli anni Sessanta, però, la storia superò i desiderata della classe dirigente elvetica: le famiglie si erano costituite naturalmente e molti bambini italiani erano presenti nel paese spesso irregolarmente. Si stipulò quindi un nuovo regolamento, nel 1964, che riconobbe agli immigrati il ruolo di persone con il diritto di avere una famiglia, oltre che di lavoratori da concentrare in aree abitative apposite. In questo modo crebbero i costi della loro presenza che non era più solo produttiva, come negli anni precedenti: i bambini non lavorano e hanno un impatto importante nelle scuole.[3] Montavano così le ondate xenofobe, nasceva l’Azione nazionale contro l’inforestieramento e migliaia di svizzeri votarono a favore di iniziative referendarie anti-stranieri. Anche per questo, almeno fino alla metà degli anni Settanta, gli italiani in Svizzera continuarono spesso a sentirsi presenze temporanee, puntando al rientro in patria, appena la situazione economica lo avesse consentito. Anche i loro figli si trovavano così costretti a vivere in una condizione di precarietà, in cui i percorsi erano caratterizzati da discontinuità e fallimenti, dagli inserimenti complicati nelle scuole locali o, addirittura, nelle scuole private italiane per i soli bambini italiani, che non tutti ritenevano all’altezza dei locali.[4] All’interno di una di queste scuole vennero prodotti i temi che presenterò di seguito, con pochi commenti essenziali.[5]

 

Come va in Svizzera?

Tutto bene, grazie!

Alcuni ragazzi, come Michele, trovarono in Svizzera un ambiente accogliente e persone gentili: “La confederazione Elvetica […] sembra essere fatta apposta per uno scopo solo: l’amore e la bontà di chi viene ospitato”.[6]

Secondo Graziella, addirittura, la Svizzera era il paese dell’emancipazione, dove il controllo sociale sulle donne si dissolveva nell’allegria delle persone, nella modernità delle città: “Una cosa è certa, che da quando sono venuta in questa città mi sento un’altra. Non sono più la solita ragazzina che porta i vestiti su le ginocchia. Anche se sò di essere ancora una ragazzina mi considero ormai una ragazza adulta […]. Per me questa città è come una persona perché mi ha fatto cambiare idea sulla vita. Prima credevo fosse una cosa inutile che portasse solo dei dispiaceri. Ma quando ho visto questa gente ho cambiato idea. Sembrano sempre allegri e non si impicciano mai degli affari degli altri ed anche se vedono una ragazzina con la minigonna non la criticano, e non la guardano come se fosse una ragazza di strada”.

 

Tutto bene… ma anche no!

Altri, come Francesco, parevano divisi. Con gli svizzeri ci si trovava bene, anche se  l’appellativo umiliante poteva essere dietro l’angolo: “Tra i miei amici Svizzeri mi trovo bene, pure se loro hanno modo diverso di vedere le cose e ogni volta che vedono alcuni gruppi di italiani ci danno senza fare caso certi appellativi che qualche duno potrebbe far piangere. Ma io tra gli svizzeri mi trovo bene o perché e da molti anni che mi trovo tra di loro, circa 10 anni […]. Alcuni ragassi tra la mia classe dicono che gli svizzeri sono pieni di difetti io però disaprovo questo detto perchè se gli svizzeri si sa prendere dal lato giusto loro sono buoni e ti comprendono”.

 

Tutto bene… ma io li odio!

Talvolta i sentimenti ambivalenti potevano raggiungere tensioni tali da produrre schizzofrenie interne agli scritti stessi. In Giulia, per esempio, conviveva l’idea di essere perfettamente integrata con quella di essere drammaticamente esclusa: “Sono molti anni che mi trovo in Svizzera, perciò posso dire che ormai mi sono perfettamente ambientata, troverei delle grandissime difficoltà dovendo tornare in Italia e ricominciare una nuova vita, quindi per me la Svizzera è una seconda patria che mi offre però molto di più della prima […]. Conoscendo bene la Svizzera, conosco anche le persone che vi vivono, ma personalmente non ho mai avuto molti amici svizzeri. Li ho sempre evitati come del resto hanno fatto con me. Dalle poche conoscenze ho subito potuto denotare il carattere scontroso e irascibile, in grande contrasto con quello simpatico e allegro di noi italiani. Io ho sempre cercato di rendermeli amici, di aprire un discorso, ma ogni tentativo non arriva mai a termine, essi infatti si sono sempre dimostrati amici incomprensivi, senza ritegno, e il più delle volte si finiva col litigare”.

 

Io li odio… punto!

Per Patrizia l’odio è la parola d’ordine tanto che, anche quando parla dei suoi amici, trova urgente sottolineare quale sia la cosa che odia di più in loro: “Sono ormai molti anni che risiedo a Berna e la cosa che più odio di questa città e la sua popolazione e il loro carattere così brusco e severo. Essendo loro crudeli e sgarbati son me, anche io sono sgarbata con loro. Si intende però, che non tutti sono così duri di carattere anzi, ho molti amici con cui ho stretto un’specie di contatto che poche volte dura. La cosa che più odio in loro è quando una volta si comportano bene e una volta male, odio anche quando mi chiamano con quel stupido nome cioe zinghera”.

 

Quelle malefiche vecchiacce!

Colpisce in questi scritti la frequenza con cui vengono offerte rappresentazioni in cui gli svizzeri sono cordiali e accoglienti tranne le vecchie signore che, con le loro pedanterie, le loro scortesie e le loro lamentele, sembrano incarnare il vero nemico di tutti i migranti: “Ho avuto molti contatti tra amici Svizzeri, posso dire che sono molto gentili, accoglienti, ma devo dirlo, qualche volta sono anche maleducati, e tante volte assumono degli atteggiamenti di disprezzo verso noi Italiani, specialmente le vecchie signore e francamente dico di non avere alcuna simpatia verso queste signore anziane. Gli Svizzeri hanno un carattere solitario, calmo […]. Ora confrontandoci noi italiani e loro io trovo una differenza enorme, perche esigono la massima correttezza per le strade e anche sui Bus non vogliono sentire chiasso, e per le strade se uno sbadatamente lascia cadere una carta a terra si sentirà subito bussare alle spalle da qualche vecchietta che farà raccogliere il pezzo di carta. Io dico che gente così gentile e così accogliente non l’ho mai trovata.”

 

Cosa ve lo diciamo a fare: senza di noi non sapreste che mangiare!

A fronte dell’odio e delle vessazioni, c’era anche chi sapeva rivendicare il proprio ruolo. Per esempio Alessandro, che scriveva: “Tempo fa ho sentito una parte di un discorso fra due italiani, uno diceva di avere avuto una discussione con il suo direttore per le ferie pasquali, e il direttore verso la fine del discorso ha accennato una frase del genere: «per adesso fate quel che volete, fra non molto ve ne andrete», l’operaio risponde prontamente è quello che aspettiamo noi per vedere cosa farete senza di noi”.

Qualcun altro, come Giovanna, finiva col calcare la mano quel tanto che bastava a riconoscere agli italiani una fuzione civilizzatrice: “quando sono arrivati gli italiani, poveri svizzeri non sapevano cosa mangiare o come vestirsi. Ora invece si sono tutti modernizzati sia nel mangiare che nel vestire!”.

 

*Docente di Storia contemporanea e Storia dell’America del Nord all’Università di Bergamo e si occupa di migrazioni in età contemporanea

[1]                    [1] Paolo Barcella, “Venuti qui per cercare lavoro”. Gli emigrati italiani nella Svizzera del secondo dopoguerra, Fondazione Pellegrini Canevascini, Bellinzona, 2012.

[2]                   [2] Per alcuni anni ho osservato il mondo dei leghisti bergamaschi, proponendo una lettura in Paolo Barcella, I leghisti nella provincia di Bergamo, http://www.iperstoria.it/vecchiosito/httpdocs//?p=551

[3]                   [3] Irma Gadient e Damir Skenderovic, a cura di, Migrationgeschichte(n) in der Schweiz: ein Perspektivenwechsel, RSH, 65, 1, 2015; Mattia Pelli, a cura di, Archivi migranti, Museo Storico di Trento/Fondazione Pellegrini Canevascini, Trento/Bellinzona, 2015; Morena La Barba, Christian Stohr, Michel Oris e Sandro Cattacin (a cura di), La migration italienne dans la Suisse d’après-guerre, Antipodes, Lausanne 2013.

[4]     [4] F. Meyer, I bambini italiani sono più stupidi? Il mondo schizofrenico dei figli dei lavoratori stranieri, in “SW-Sonntag Journal”, Zürich, Trad. Servizio Stampa del Centro di Contatto tra Italiani e Svizzeri, Zurigo, Archivio Delegazione Missioni Cattoliche Zurigo.

[5]             Paolo Barcella, Migranti in classe. Gli italiani in Svizzera tra scuola e formazione professionale, Ombre Corte, Verona, 2014.

[6]                      [6] I frammenti che riporto sono trascrizioni fedeli – con tanto di eventuali errori ortografici – dei temi conservati presso l’Archivio della Missione Cattolica Italiana di Winterthur.