Se raccontare è un obbligo

Le storie di migrazione: cautele per l’uso. Il silenzio è una forma di comunicazione ma anche un rifiuto della comunicazione; alcune esperienze sono inenarrabili e forse lo resteranno per sempre.

 

Raffaele Mantegazza*

 

Perché le parole vengono troppo tardi,

o troppo presto.

Perché di fatto è un altro,

sempre un altro,

colui che parla,

e perché quello

di cui si sta parlando

tace.

 

Hans Magnus Enzensberger

“Ulteriori motivi per cui i poeti mentono”

 

Sembra quasi un automatismo il fatto che, quando un migrante viene accolto in una comunità o in una classe scolastica, scatti la tentazione di farlo parlare, di renderlo soggetto attivo di una narrazione. Gli/le si chiede di raccontare la sua storia, di parlare del suo viaggio, di comunicarci i suoi sentimenti. E in caso di chiusura o di rifiuto, un ulteriore automatismo fa scattare l’approccio patologizzante: si diagnostica dunque un blocco, una difesa, una resistenza, dovuta ai traumi subiti durante la migrazione. Non ci si chiede semplicemente se il soggetto in questione abbia voglia o meno di parlare, e soprattutto se non ci chieda di poter godere del più elementare dei diritti: essere lasciato in pace.

In una temperie massmediatica che ci appare sempre più caratterizzata dall’istigazione al racconto, da uno slittamento autobiografico di qualunque vicenda, da un allineamento orizzontale dei ricordi nei cinque minuti di celebrità che i massmedia garantiscono a tutti, proprio i soggetti deboli sono istigati al discorso. Non ci si rende conto che narrare una storia di migrazione è cose difficile richiede un distanziamento, una messa in asse, una capacità di ricostruzione della propria vita che potrebbe durare anni; e che a rigore potrebbe non avvenire mai, così come molti deportati nei campi di sterminio non hanno mai narrato la loro storia e nessuno si può permettere di rimproverarli per questo.

Questa forzatura alla narrazione è ancora più grave in caso di minori, perché soprattutto in questo caso occorre considerare il portato di violenza supplementare che il bambino o il ragazzo subisce, dal momento che è assai probabile che il compito evolutivo che lo attende è, almeno per il momento, quello di dimenticare questi elementi tragici del suo passato, piuttosto che di narrarli. Ci sembra che il bisogno fondamentale di un ragazzino migrante inserito in una classe sia un bisogno di normalità, ovvero di scoperta di quella che per noi e la nostra scuola è la normalità per un bambino: bisogno di giocare, di stare insieme agli altri, di ascoltare la lezione di scienze e di vedere il filmato sulla struttura della cellula; bisogno di nascondersi, di stare celato, di non esibirsi se non lo si desidera. Come direbbe Lia Levi: bisogno di essere “una bambina e basta”[1]. Non un bambino migrante, un bambino depositario di una storia, ma un bambino e basta.

Occorrerà stare dunque in guardia dalle modalità di ascolto alienanti e coalizzanti che spesso vengono inconsciamente messe in atto di fronte a queste narrazioni estorte: l’ascolto voyeuristico, sempre teso alla ricerca dello scandalo e dell’anormale nelle narrazioni dell’altro, ascolto occhiuto e onnipresente che spia ciò che l’altro dice esattamente come fosse un grande occhio; l’ascolto obbligante che teme a tal punto il silenzio dell’altro che lo costringe a parlare, gli estorce delle narrazioni, non sa stare in ascolto ma vuole strappare all’altro/a un suono qualsiasi, foss’anche un gemito. Ascoltare l’altro significa ascoltare il suo silenzio rispettandolo e non forzandolo; significa capire che il silenzio è una forma di comunicazione ma anche un rifiuto della comunicazione, e capire soprattutto che alcune esperienze sono inenarrabili e forse lo resteranno per sempre.

Un ulteriore rischio consiste nel proporre, nei confronti delle storie di vita dei migranti, un approccio esclusivamente emotivo. In un suo lucidissimo saggio sulla testimonianza, Annette Wieviorka metteva in guardia da questa pedagogia dell’immedesimazione (una immedesimazione che peraltro non è mai possibile del tutto e rischia di essere di facciata): “il distanziamento non impedisce di provare empatia per le vittime né orrore per un sistema complesso che ha prodotto la morte di massa. Restituisce, invece, dignità all’uomo pensante, proprio quella dignità che il nazismo aveva spazzato via giocando sulle emozioni, specialmente durante i raduni di massa, o sui sentimenti, come l’odio[2]. Ci sembra coraggioso e illuminante questo parallelismo tra l’approccio puramente emotivo alle storie di deportazione e l’insistenza esclusiva sulle emozioni da parte dei nazisti; oggi possiamo attualizzare questa osservazione ricordando che un approccio alle migrazioni in un ambito pedagogico deve partire da una loro messa in asse sul piano storico-politico, geografico ed economico, un piano che spesso sfugge agli stessi migranti. Potrà sembrare una affermazione estrema ma siamo convinti che le vittime dirette delle guerre e delle violenze non sono quasi mai in grado di ricostruire le dinamiche delle medesime, così come Primo Levi affermava che nessun deportato poteva mai avere in mente la piante completa del campi di sterminio perché ne aveva vista e vissuta solamente una piccola parte. I migranti devono dunque narrare la loro storia? Forse, ma forse no. E comunque sia, quella narrata da ciascuno di loro è una storia di migrazione, non la storia della migrazione, non la verità sui flussi migratori. Occorre anche per i migranti avere la forza d’animo che spinse la Wieviorka a dire a proposito dei deportati che era necessario “trovare il coraggio di dire che l’esperienza concentrazionaria non conferisce alcun talento profetico, che essa purtroppo non permette di sapere meglio degli altri come combattere la barbarie a venire[3]

Ma il rischio dell’approccio emotivo alle storie di migrazione è anche e soprattutto un rischio di tipo politico: L’“ideologia dell’intimità […] trasforma delle categorie politiche in categorie psicologiche[4]. La questione dunque non è se ci sentiamo o meno vicini intimamente ed emotivamente ai migranti (anche perché francamente, non avendo mai provato qualcosa di nemmeno lontanamente paragonabile alle loro esperienze, questa immedesimazione è spesso di facciata se non addirittura ipocrita); la questione è se riusciamo a ricostruire insieme a loro il contesto sociale e politico delle loro storie e agire da soggetti politici per modificare il quadro che li ha spinti a partire. Questo non significa affatto sminuire la portata dei gesti simbolici che smuovono gli affetti: ma il gesto del Papa che l’8 luglio 2013 getta i fiori in mare a Lampedusa non è un gesto emotivo ma un gesto politico, anche perché è stato preceduto da parole durissime sulle cause delle stragi dei migranti. Ridurlo a un bel gesto di mera solidarietà significa svuotarlo del suo significato politico: opzione molto comoda, ovviamente, per chi vuole che nulla cambi. Ma cosa ci offrono i migranti quando narrano? Certo non sempre narrazioni complete, capolavori narrativi, pezzi di teatro e di letteratura. Spesso pensiamo alla narrazione come qualcosa di integro, perfetto e tornito, ma occorre invece ricordare anzitutto che la memoria è fragile, è labile, può perdersi e scomparire, può essere fallace ed è sempre parziale. Non esistono due persone che narrino la stessa esperienza allo stesso modo, anche perchè non esistono due esperienze identiche, nemmeno se compiute dalla stessa persona. Le testimonianze sono plurali non solo perché le parole del singolo devono essere messe in relazione con quelle di altre persone, ma perché la stessa persona narrerà la medesima esperienza con parole diverse in circostanze diverse. Educare attraverso le testimonianze significa avere a che fare con la frammentarietà della vita umana e dei tentativi di narrarla. Una testimonianza non è un romanzo dell’Ottocento, con l’ordinata comparsa in scena dei personaggi e la trama che si dipana lentamente ma sicuramente verso il finale; essa è più simile a Finnegans Wake o all’Ulisse di James Joyce, a quell’Ultimo nastro di Kapp in cui Samuel Beckett ci mostra i frammenti di una vita raccolti con un registratore e poi allineati senza che si riesca a trovare una qualche forma di coerenza. In questo senso la testimonianza rappresenta la forma estrema della frammentarietà della vita che ha perso da tempo, se mai l’ha avuta, la linearità del romanzo.

Infine, le testimonianze sono sempre soggettive, dunque esse restituiscono un punto di vista sull’esperienza, non certo l’unico. Deformazioni, esagerazioni, imprecisioni, lapsus, errori  costituiscono le tracce dell’umano che non possono essere eliminate perché fanno parte della dialettica dei “nostri sensi provvidenzialmente miopi”.[5] Chi ci parla è un soggetto come noi; come noi esposto al rischio dell’errore, come noi in bilico tra una narrazione il più possibile oggettiva e una inevitabile deformazione soggettiva; forse anche più di noi esposto a queste possibilità proprio per il dolore che l’esperienza vissuta gli ha causato. È però a questo soggetto, proprio questo soggetto qui che ci sta parlando, che deve essere rivolta la nostra attenzione. Ma come è possibile allora per me cogliere il dolore che proviene dalla testimonianza di questo soggetto che mi sta parlando, se si tratta di un dolore almeno in parte non quantificabile, filtrato dalla soggettività e soprattutto non provato da me? L’ascoltatore non è, come il testimone, prigioniero della gabbia d’acciaio della soggettività? È forse necessario un atto di fede nella testimonianza e nel dolore che essa ci trasmette. Cogliere questo dolore come declinazione in seconda persona (o peggio in terza) del dolore che ho provato io in una situazione analoga (ma quale situazione da me sperimentata è “analoga” alla fuga da una guerra o da una carestia?), significa ulteriormente ingabbiare il dolore dell’altro/a nel delirio della mia onnipotenza. Io credo che l’altro/a soffra, credo nella sua testimonianza di sofferenza perché ne so decifrare i linguaggi taciuti, so, con lui e solo con lui, con lei e solo con lei, ricostruirne le cause, tratteggiarne le possibili vie d’uscita. Altrimenti sarebbero davvero e del tutto inesprimibili, e dunque dimenticati e inutili, i dolori di coloro che hanno sperimentato il grado zero del dolore nel XX secolo e nella storia dell’Umanità.

In questo senso, piuttosto che chiedere al migrante di parlare forse dobbiamo fare lo sforzo inverso: permettergli di tacere, lasciargli lo spazio della parola solo se e quando lo vuole, e provare invece a capire quanto il suo silenzio pesa su di noi. Perché investire il migrante con l’occhio di bue della ribalta, metterlo in prima pagina sui nostri social network, ha l’effetto di lasciare in ombra noi stessi e la nostra responsabilità personale e collettiva a proposito del dolore che egli ha provato. Quando parleremo dunque di noi? Dei nostri modelli di consumo, del nostro sistema economico, della possibile complicità o resistenza insita in ogni nostro gesto? Se il fondo del Mediterraneo è così tappezzato di morti che un geografo dell’anno 3000 si chiederà come mai al posto delle lische dei pesci ci sono così tanti scheletri umani, non è il caso, invece di limitarci ad ascoltare compiaciuti e commossi qualche storia estorta, di iniziare a denunciare un sistema che, oltre ad avere tolto letteralmente tutto a migliaia di esseri umani, vuole depredarli anche del diritto al silenzio?

 

*Professore di Pedagogia Interculturale presso l’Università di Milano Bicocca

[1]                    [1] Lia Levi, Una bambina e basta, e/o, 2007

 

[2]                    [2] Annette Wieviorka, L’era del testimone, Milano, Cortina, 1999, pag. 103

[3]                    [3] Ivi, pag. 145

[4]                    [4] Ivi, pag. 153

[5]                    [5] Primo Levi, I sommersi e i salvati in Opere, Torino, Einaudi, 1988 vol. II pag. 1034