La paura, in marcia

In un mondo che da un ventennio s’è liberato dalla Grande Paura – quella dei due blocchi ideologici e militari contrapposti – sono affiorate paure molto meno definibili, molto meno controllabili, e perciò molto meno confinabili ed elaborabili.

Roberto Escobar*

Pangloss e gli altri[1]

L’odio – secondo Adolf Hitler[2], “l’unica emozione che non vacilla” – è il più sicuro dei sentimenti politici: più di ogni altro “tiene insieme” una moltitudine di esseri umani, e ne fa una totalità obbediente. Conviene dunque usarne la potenza coesiva, e prima ancora conviene produrlo, intensificarlo, diffonderlo, se si vogliono mettere in marcia le masse. Di questo era certo il Führer del Reich millenario, che con l’odio e nell’odio mise in marcia una nazione intera[3]. E di questo sono certi oggi i numerosi, trionfanti imprenditori del consenso politico. Ma si dovrebbe dire, meglio: i numerosi, trionfanti imprenditori della paura. L’odio infatti è il sottoprodotto di un’emozione ancor più sicura, per chi voglia mettere in marcia teste e coscienze.

È la paura, questa emozione che produce odio. Da tempo è la “merce” che più si offre e più si cerca sul mercato del consenso, anche e soprattutto in Italia. Ormai, ricorre anche nel lessico di filosofi e analisti politici fino a ieri certi che poco contasse nelle scelte degli elettori, immaginati tutti come individui razionali, come decisori autonomi attenti a bilanciare e confrontare valori, e soprattutto interessi. Insomma, erano certi che tutti noi vivessimo nel migliore dei mondi (politici) possibili, e che bastasse rappresentarli, gli interessi e i valori, per ottenere voti. Sfuggiva, a quei Pangloss beneducati, che ben altri intellettuali e ben altri analisti erano intenti da almeno un ventennio a costruirci un linguaggio (e un’egemonia), con quella trista emozione. E sfuggiva loro che il mondo da essa aveva ripreso forma, dopo il crollo, nel 1989, del suo assetto duale: di qua Noi, di là Loro, di qua l’Impero del Bene, netto e definito, di là l’Impero del Male, altrettanto netto e definito[4].

Così, convinti di vivere in un’epoca liberata dall’ideologia, e nella quale la Storia si fosse compiuta, quei patetici Pangloss si son fatti sempre più beneducati, e sempre più certi che il modello politico e culturale trionfante fosse appunto il migliore fra quelli possibili, o addirittura l’unico possibile. Insomma, avevano inforcato con gusto e convinzione gli occhiali del filosofo devoto al barone di Thunder-ten-tronckh, di cui racconta Voltaire: quegli stessi occhiali la cui esistenza, anch’essa la migliore fra tutte le possibili, si dice sia dimostrata dall’esistenza dei nasi, sui quali, come ognuno ben vede, li si può agevolmente calzare[5].

Intanto gli altri, dalla vista più acuta e dai principi più spicci, provvedevano a mettere in marcia le masse o il “pubblico”, come da tempo si dice, in ossequio all’ideologia dominante. E al pubblico, appunto, ancora oggi vendono paura e odio, ottenendone in cambio “audience” e consenso.

Il marketing della sicurezza

Se quello della politica fosse davvero un mercato – ed è probabile che lo sia, o che lo sia diventato –, si potrebbe dire che, in fatto di sicurezza, non la domanda crea l’offerta, ma l’offerta crea la domanda. In altri termini, l’imprenditore politico “vende” se stesso e la propria funzione securizzatrice creando e diffondendo paura, e perciò bisogno di sicurezza. C’è qui un capovolgimento manifesto del senso proprio del politico: dare forma alla paura, “confinarla”, ridurla, superarla. O anche: dal suo niente, dalla negazione (d’ogni significato) in cui essa consiste, produrre il tutto dell’ordine.

In una prospettiva di antropologia filosofica, si può dire che, privo di artigli e “famelico di fame futura[6], l’uomo sia il solo animale che abbia (e faccia) paura. Non finito, lasciato in scacco dal suo corpo, privo di strutturazione biologica e istintuale adatta a soddisfare i suoi bisogni e a renderlo sicuro in un ambiente naturale che gli sia proprio, il mondo che gli è dato attorno è per lui tanto estraneo quanto colmo di pericoli. Ed è però questa stessa paura, elaborata e trasformata in nessi simbolici e norme, il fondamento di un altro mondo, che non gli è più dato attorno, appunto, ma che egli stesso costruisce come suo artificio. All’origine di tutto quel che è umano, del suo peggio e del suo meglio, c’è la metamorfosi della paura (naturale) in ordine (culturale). In questa prospettiva filosofica, dunque, si deve concludere che niente fonda il mondo. Ossia: tanto che il mondo degli uomini non ha fondamento, quanto che dal niente della paura viene il tutto del loro costruirsi un mondo[7].

In un’altra prospettiva, più specifica e più strettamente legata alla dimensione istituzionale e politica, dovrebbe invece valere il principio per cui la percezione della paura e dunque il bisogno e la domanda di sicurezza diminuiscono tanto più, quanto più efficacemente la politica, appunto, è orientata alla securizzazione. Per converso, la politica non dovrebbe insecurizzare – non dovrebbe produrre e diffondere paura –, sotto pena di “smentire” il suo ruolo e dunque di perdere consenso. Da tempo, però, tutto questo sembra essersi capovolto[8].

In un mondo che da un ventennio s’è liberato dalla Grande Paura – quella dei due blocchi ideologici e militari contrapposti –, sono affiorate paure molto meno definibili, molto meno controllabili, e perciò molto meno “confinabili” ed elaborabili. Alla minaccia univoca della Bomba, che proprio in quanto univoca dava forma stabile e speculare ai due imperi, l’uno del Bene e l’altro del Male, se ne sono sostituite altre, più inafferrabili e angoscianti: prima quella generica dell’invasione dei migranti, poi quella più “orientata” del terrorismo islamico, e ora, con particolare intensità in Italia, quella di una minoranza tradizionalmente perseguitata come i Rom. A queste paure si è accompagnato e sempre più si accompagna l’odio. E si tratta di un odio anch’esso inafferrabile, angosciante, come le paure che lo alimentano.

Non c’è più il Nemico di fronte a noi. Non c’è più il suo specchio in grado di riflettere la nostra immagine rovesciata, confermandoci per opposizione nella nostra identità, e così suggerendoci di riconoscere in qualche modo la sua. Di fronte a noi, e anzi in mezzo a noi c’è un pullulare di invasori non dichiarati e subdoli, di insetti velenosi, di mostri insidiosi. Questo immaginiamo. Meglio: questo l’offerta politica – l’insieme dei programmi, e soprattutto degli slogan –, questo dunque l’offerta politica ci induce a immaginare, avendo per altro rinunciato a governarle davvero, quelle paure. Anzi, la politica usa di quelle paure continuamente alimentate e diffuse per riceverne legittimazione. E tutto avviene “nel mercato”, senza più una distinzione netta fra destra e sinistra, per usare una terminologia che a molti sembra desueta.

D’altra parte, da tempo la sicurezza non è più solo la sicurezza, ma è diventata per politici, giornalisti, commentatori la questione della sicurezza. Già solo questo slittamento linguistico – dalla cosa (la sicurezza) al luogo comune verbale sulla cosa (la questione) – suggerisce che nel mercato del consenso quello che più vale non è la soddisfazione del bisogno di sicurezza, appunto, ma per così dire il suo marketing.

La macchina della paura

Come ogni luogo comune, anche la questione della sicurezza è la sedimentazione nell’immaginario di un continuo lavorio del sistema complesso che attraverso l’informazione – esplicita e implicita, diretta e indiretta – produce le parole di cui si alimenta il pensiero diffuso e quotidiano. E si può ben dire che, oggi, questo sistema complesso operi come una vera e propria macchina della paura.

A comporre le molte “parti rotanti” di una tale macchina sono i giornali e, con efficacia ancora maggiore, le televisioni. Nelle immagini di queste e sulle pagine di quelli le difficoltà, le contraddizioni, gli attriti della vita sociale e politica subiscono un processo “virtuale” di semplificazione. Ossia, vengono interpretati e raccontati secondo uno schema o, appunto, secondo un luogo comune che le riduce al meccanismo del capro espiatorio. Le loro difficoltà, piccole o grandi, diventano agli occhi dei lettori e degli spettatori l’effetto di una congiura, i cui attori sono di volta in volta grandi categorie di colpevoli: migranti, islamici, “etnie criminali”, o comunque poveri. Da qualche tempo, in Italia, tra queste categorie spiccano i Rom, ai quali si nega anche il minimo dei riconoscimenti, cioè che siano davvero vittime[9]. Tutto questo viene fatto in parte secondo un disegno editoriale e politico consapevole, e in parte forse anche maggiore solo perché quel luogo comune garantisce più audience rispetto ad analisi accorte e complesse, e dunque garantisce e facilita carriere.

Così come oggi opera in Italia, la macchina della paura è il risultato ultimo di una semplificazione direttamente politica. Il primo imprenditore della paura e dell’odio, e dunque il primo semplificatore, è stato infatti il movimento etnistico della Lega. Dal suo linguaggio sono venute le parole e gli slogan della paura e dell’odio, all’inizio diretti contro italiani considerati “altri” per ragioni etniche (qualunque cosa l’etnia significhi: ed è probabile che non significhi altro che volontà di inferiorizzazione e di espulsione, come già è accaduto con la parola-slogan razza). Dapprima, quelle parole e quegli slogan sono stati assunti dai partiti di destra. Ma poi, anche a seguito di una profonda crisi d’identità di quelli di sinistra, sono diventati appunto linguaggio diffuso ed egemone. Meglio ancora, quelle parole e quegli slogan sono diventati il luogo comune in cui opera la macchina della paura: luogo linguistico, mentale, psicologico, morale, ideologico che accomuna e rende simili tutte o quasi tutte le proposte politiche, e tutti o quasi tutti i programmi e gli slogan, anche in tema di diritti civili.

Il pubblico dei cittadini

Una tale offerta politica di sicurezza, per altro, non si rivolge ai diversi interessi, e neppure ai diversi individui. Da un lato, appunto, non sono gli interessi il suo contenuto per così dire profondo, ma le paure e gli odi. Dall’altro, non sono i cittadini o i gruppi organizzati di cittadini i suoi interlocutori. Al pari di quel che accade nel mercato propriamente detto, l’offerta di sicurezza – la questione della sicurezza, appunto – si rivolge al pubblico. O meglio – come è stato scritto in riferimento a un “oligopolista” del mercato elettorale – si rivolge al pubblico dei cittadini[10]. C’è, in questa espressione trasparente, una commistione anacronistica fra un elemento individualistico, i cittadini, e uno olistico, il pubblico. Come non sempre si sa, una tale inquietante simbiosi è stata tipica del totalitarismo del secolo scorso (Louis Dumont l’ha indicata e analizzata nella Weltanschauung hitleriana)[11].

Alla fine, dunque, il pubblico – soggetto indistinto e totale, composto di “individui immaginari”, incapaci di legarsi fra loro[12] – è indotto a consumare sicurezza. Ossia, è indotto a orientare la sua domanda verso il prodotto più offerto, che è anche quello più elementare e più “basso”, e perciò più vendibile. Se così è, ne segue che gli imprenditori politici in competizione, o meglio gli oligopolisti del mercato politico devono coltivare e anche produrre (e vendere) paura e odio, allo scopo di coltivare e produrre consumo di sicurezza, e perciò consenso e voti. A questo, appunto, è orientata la macchina della paura, sia che si tratti di una scelta consapevole, sia che si tratti del risultato di semplici aspettative di carriera. Tutto avviene all’interno di un linguaggio della paura e dell’odio da tempo egemone, e ormai quasi unico, che si riproduce in quanto produce la potenza della macchina che lo “parla”. E ciò di cui sempre essa parla sono appunto i crimini, reali o immaginari, di categorie deboli, perseguitabili: migranti, “terroristi” islamici, Rom, o comunque poveri.

L’egemonia del mercato

Così dunque si spiega che, a proposito di sicurezza, si dimentichi che una parte del nostro Paese, e non solo a Sud, è nelle mani della delinquenza organizzata, o che la criminalità finanziaria è più pericolosa di quella dei poveri, o che la precarietà del lavoro è la prima causa di insicurezza sociale. È ben più facile, e ben più produttivo, additare all’odio sociale “criminali” incomparabilmente meno forti e meno difesi. È qui, in questa dimensione simbolica e virtuale – cioè, alimentata artificialmente e con strumenti mediatici – che si sviluppa la competizione fra partiti e schieramenti. E a questo punto quel che conta, e che mette in marcia il “pubblico dei cittadini”, è lo slogan più efficace, la proposta più platealmente securitaria, il progetto più truce. Se il fine è il consenso, e con esso la conquista di fette sempre più ampie di mercato, ogni mezzo adeguato è, in quanto adeguato, anche giustificato.

Così, ancora, si spiega il silenzio pressoché generale delle parti politiche, ma anche di quasi tutti i giornali e di quasi tutte le televisioni, a proposito dei pogrom scatenati contro i Rom, o delle azioni di polizia contro i loro campi (anche quelli regolari, e abitati da cittadini italiani). E così si spiega, infine, il silenzio a proposito dei provvedimenti governativi contro i migranti, o contro le prostitute, o contro i poveri e i deboli in genere (dalla cui presenza le città dovrebbero essere ripulite, addirittura con l’intervento dell’esercito). Naturalmente, in questo modo sono i diritti civili a entrare in rischio: i diritti civili delle vittime in tempi brevi, e quelli del “pubblico dei cittadini” in tempi medi e lunghi. Del resto così sempre accade, quando la politica si affida alla paura e all’odio, e quando il mercato diventa unico valore e unico modello.

Tutto questo avviene nel migliore dei mondi (politici) possibili, ormai messo in marcia dagli imprenditori della paura e dal loro marketing. Chi mai può contestarne e vincerne l’egemonia “culturale”? Forse quegli stessi patetici Pangloss che da tempo si trastullano con esercizi di “metafisico-teologo-cosmologo-scempiologia”? Allo scopo, per quanto beneducati, dovrebbero almeno tentare di recuperare un punto di vista e di costruire un linguaggio che non siano succubi di quelli fino a oggi vincenti. Per cominciare, e se accettassero consigli, si potrebbe suggerir loro di smettere di guardare il mondo (e la politica) attraverso gli occhiali del filosofo devoto al barone di Thunder-ten-tronckh.

 

*Professore di Filosofia politica e Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano

[1] Questo articolo è qui pubblicato su concessione della Rivista Iride su cui è stato pubblicato nel 2008, volume 21, fascicolo 55.

[2] Lo dice in un discorso pronunciato ad Amburgo, nell’ottobre di quell’anno: cfr. Ian Kershaw, Hitler e l’enigma del consenso, traduzione di Nicola Antonacci, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 66.

[3] L’obbiettivo pratico di ogni totalitarismo è appunto quello di «organizzare il maggior numero possibile di persone nelle sue file e farle marciare», come osserva Hannah Arendt (H. Arendt, Le origini del totalitarismo, traduzione di A. Guadagnin, Milano, Comunità, 1996, p. 451).

[4] Cfr. il mio Metamorfosi della paura, Bologna, il Mulino, 1997, pp. 19 ss.

[5] Si veda lo sfolgorante inizio di Candide (Voltaire, Candido, traduzione di Maria Moneti, Milano, Garzanti, 1973, pp. 3 ss.).

[6] Thomas Hobbes, De Homine, a cura di Arrigo Pacchi, Bari, Laterza, 1972, p. 142.

[7] Cfr. il mio Metamorfosi della paura, cit., in specie pp. 122 ss.

[8] Cfr. Zygmunt Bauman, Voglia di comunità, traduzione di Sergio Minucci, Roma-Bari, Laterza, 2001, pp. 49 ss., e il mio La libertà negli occhi, Bologna, il Mulino, 2006, pp. 125 ss.

[9] Così sempre avviene quando una totalità persecutoria individua e perseguita le proprie vittime. Cfr. il mio Il silenzio dei persecutori, ovvero il Coraggio di Shahrazàd, Bologna, il Mulino, 2001, pp. 25 ss.

[10] Cfr. Paolo Guzzanti, Prefazione a Silvio Berlusconi, L’Italia che ho in mente, Milano, Mondadori, 2000, pp. 14 s. Cfr. anche il mio La libertà negli occhi, cit., pp. 131.

[11] Cfr. Louis Dumont, Saggi sull’individualismo, traduzione di Carla Sborgi, Milano, Adelphi, 1993, pp. 155 ss.

[12] Cfr. il mio La libertà negli occhi, cit., pp. 120 ss.