Un bimbo in riva al mare

In questa situazione di stallo, di paralisi e di blocco, qualcosa di nuovo è successo. In molti dei luoghi in cui profughi e migranti sono arrivati o sono stati bloccati in Europa, era evidente da mesi la loro determinazione, la natura politica del loro movimento.

 

Sandro Mezzadra*

 

Ci sono immagini[1] che è difficile non guardare. Perché queste immagini ci guardano. Un bimbo in riva al mare, su una spiaggia turca. Pare che si sia addormentato. È morto. Una marcia di migliaia di donne e uomini su un’autostrada ungherese, guidata da un uomo con una bandiera dell’Unione Europea: quella stessa bandiera che nei giorni precedenti circolava alterata sui social network, con il mare a formare il campo blu e un cerchio di migranti senza vita a sostituire le stelle.

In queste due immagini, nel contrasto così forte tra di esse, è racchiusa l’esperienza dell’estate europea di quest’anno. Non è un fatto nuovo, certamente, l’arrivo di profughi e migranti sulle coste del mediterraneo. Né lo sono le morti in mare: decine di migliaia negli ultimi vent’anni. Ma quest’estate tanto il numero degli arrivi quanto quello dei naufragi e dei morti sono stati effettivamente impressionanti. E alle rotte via mare, in particolare verso la Grecia e verso l’Italia, si è aggiunta una rotta via terra, attraverso i Balcani, percorsa in massa, a piedi e con mezzi di fortuna, per raggiungere l’Austria e la Germania. Passando per l’Ungheria.

Ad arrivare sono state decine di migliaia di donne e uomini in fuga dalle guerre che segnano il confine esterno dell’Unione Europea, a Sud e a Sudest. La Siria, in primo luogo. Ma poi la Libia. E l’Iraq e l’Afghanistan, e la Nigeria e l’Eritrea, e poi ancora molti altri luoghi, a disegnare un arco di crisi che dall’Africa subsahariana arriva nel cuore dell’Asia. In queste guerre l’Europa è profondamente implicata. Lo è dal punto di vista storico, per l’eredità del colonialismo e dell’imperialismo. Ma lo è anche per gli interventi militari degli ultimi anni: di nuovo, in Iraq, in Afghanistan, in Siria, in Libia…

Queste donne e questi uomini in fuga sono arrivati in un’Europa paralizzata dalla paura e dalla crisi economica. In particolare nel Sud del continente l’impatto della crisi di questi anni è stato violento, e ancor più quello dell’austerity elevata a dogma per la sua gestione dalle istituzioni europee. Lo scontro tra le “istituzioni creditrici” (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) e il governo greco di Syriza, nei mesi scorsi, ha mostrato fino in fondo quanto la rigidità di questo dogma sia incompatibile con le rivendicazioni di reali movimenti democratici. E in questa situazione, in molti Paesi europei, proliferano nuovi nazionalismi, più o meno apertamente razzisti e non di rado fascisti.

Per mesi l’Europa è stata incapace di reagire di fronte a quel che accadeva. Rafforzamento di Frontex (l’agenzia europea per il controllo dei “confini esterni” dell’Unione), dei pattugliamenti via terra e via mare, fantasie più o meno velleitarie di intervento militare in Libia (come se non fosse bastato l’esito disastroso di quello del 2011, che portò alla caduta di Gheddafi!): null’altro. E in particolare è stato costruito un nuovo hostis humani generis (“nemico del genere umano”), come un tempo veniva chiamato il pirata: il “trafficante di esseri umani”.

Sia chiaro: esistono oggi reti criminali che hanno fatto della migrazione e della fuga un fiorente oggetto di business. Le cronache ci hanno dato molti esempi della crudeltà di alcuni di questi “trafficanti”. Ma come nasce il loro business? Molto semplicemente per via della chiusura dei confini europei, che impedisce a profughi e migranti di raggiungere la sponda nord del Mediterraneo con mezzi legali, più economici e soprattutto più sicuri. Si è parlato di azioni mirate, naturalmente con i fantasmagorici droni, per distruggere le imbarcazioni dei “trafficanti”. E poi, le migliaia di donne e uomini in attesa di un’occasione per varcare il mare che cosa farebbero? E si è parlato di nuova “tratta”, di nuovo schiavismo. Dimenticando una piccola differenza con la tratta e lo schiavismo organizzati dalle potenze europee nel cuore della modernità: dimenticando cioè che le donne e gli uomini di cui stiamo parlando vogliono attraversare il Mediterraneo.

Intanto, mentre ai “confini esterni” continuavano senza sosta gli sbarchi e i naufragi, la crisi investiva uno dei fondamenti dell’Unione Europea, la libera circolazione all’interno del cosiddetto spazio di Schengen. Giunti in Italia o in Grecia, profughi e migranti continuavano il loro viaggio, verso Paesi come la Francia, la Germania, l’Inghilterra, dove hanno familiari o conoscenti, o dove semplicemente immaginano di poter trovare migliori condizioni di accoglienza e di vita. A Ventimiglia, sul confine tra Italia e Francia, sul Brennero, al confine tra Italia e Austria, sono così stati reintrodotti i controlli, mentre si formavano assembramenti di profughi e migranti che spesso potevano contare solo sulla solidarietà di reti militanti che si sono subito attivate. A Calais, sulla Manica, in migliaia hanno tentato di raggiungere l’Inghilterra. E il governo di destra ungherese ha costruito un muro sul confine con la Serbia.

Sono solo alcuni dei molti luoghi in cui quella che è stata definita dai media la “crisi migratoria” (vero e proprio “stato di eccezione” secondo la definizione di Étienne Balibar) si è diffusa in Europa, determinando una moltiplicazione di confini interni: uno specchio della frantumazione dello spazio europeo, che si è radicalmente intensificata nel contesto della crisi economica degli ultimi anni. La chiusura dell’Inghilterra e di buona parte dei Paesi dell’Europa dell’est di fronte all’ipotesi di farsi carico di piccole “quote” di profughi e migranti ha mostrato come questa frantumazione si sia determinata anche su assi geografici diversi da quello Nord/Sud, di cui più comunemente si parla. In particolare, ha mostrato fino a che punto il radicale neoliberalismo che ha dominato la transizione post-socialista nell’Europa dell’est abbia favorito – non paradossalmente – una dura chiusura nazionalista in quelle società. Quella delle poliziotte ceche che marchiano con un pennarello indelebile un numero sulle braccia di profughi e migranti è un’altra immagine di questa estate europea che non si potrà (e non si dovrà) dimenticare.

Si vede bene, dunque, come la “crisi migratoria” abbia investito radicalmente l’Europa, mettendone a nudo le contraddizioni e in fondo la debolezza. La proposta della Commissione europea di distribuire i profughi e i migranti giunti sulle coste greche e italiane tra i Paesi membri dell’Unione (superando il cosiddetto sistema di Dublino, che prevede che i profughi debbano presentare domanda di asilo nel primo Paese europeo in cui arrivano) è stata un primo tentativo di fare fronte a questa situazione. Ma si è subito scontrata, come si è detto, con l’ostinata resistenza di molti Paesi (ed è bene ricordare che stiamo comunque parlando di piccoli numeri, se si pensa ad esempio che il solo Libano ospita oltre un milione di profughi della guerra siriana).

D’altro canto, il sistema di Dublino regolamenta l’asilo, e pone dunque il problema della distinzione tra profughi e rifugiati: una distinzione che – lo ha riconosciuto più volte lo stesso Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) – è sempre più arbitraria. È più in generale il sistema complessivo di controllo dei “confini esterni” europei e di gestione della migrazione che è entrato in crisi in Europa. È un sistema che, negli ultimi anni, ha puntato a determinare quella che in molti abbiamo definito (criticamente) una “inclusione differenziale” dei migranti, ovvero una gestione flessibile e selettiva della migrazione in funzione delle esigenze del mercato del lavoro e delle società europee. Questo sistema è entrato in crisi negli ultimi anni, sotto la pressione della crisi economica e dei risorgenti nazionalismi. Nell’estate di quest’anno questa crisi è diventata drammaticamente evidente.

In questa situazione di stallo, di paralisi e di blocco, qualcosa di nuovo è successo. In molti dei luoghi in cui profughi e migranti sono arrivati o sono stati bloccati in Europa, era evidente da mesi la loro determinazione, la natura politica del loro movimento, la rivendicazione del diritto di accesso allo spazio europeo. Era evidente nelle parole di molti di loro, nei cartelli che mostravano a giornalisti e polizia, nell’ostinazione con cui resistevano a ogni tentativo di “respingerli”. Nessun muro li ha potuti fermare. Come già era accaduto nel 2011, all’indomani della rivoluzione tunisina, era evidente che questi profughi e migranti portavano con sé l’esperienza e il linguaggio dei movimenti democratici e radicali che hanno attraversato il “grande Medio oriente” – in particolare a partire da quelle che sono state chiamate le “primavere arabe”.

Questa determinazione e questa ostinazione hanno trovato una straordinaria manifestazione nella grande “marcia per la libertà” cominciata il 4 settembre, quando migliaia di profughi e migranti si sono messi in cammino sull’autostrada che da Budapest porta al confine con l’Austria. La forza di quella marcia, simbolicamente capace di rappresentare un desiderio di libertà collegato all’esperienza migratoria e reso più forte dalle esperienze terribili dei naufragi ma anche da mesi di resistenza e di lotta, si è coniugata con uno straordinario movimento di solidarietà, in particolare in Germania. E ha in qualche modo costretto il governo tedesco e quello austriaco ad aprire le frontiere e ad accogliere i rifugiati.

Un happy end per questa terribile estate europea? Non proprio. L’immagine della “marcia per la libertà” non cancella le immagini dei naufragi e delle morti in mare e sulle spiagge, ovviamente. La stessa Germania, del resto, ha bloccato nuovamente il confine con l’Austria una decina di giorni dopo, prefigurando un movimento sincopato di apertura e chiusura delle frontiere pienamente funzionale a un rinnovato disegno di filtro e selezione dei migranti. È necessario ribadire, infatti, che tanto la Germania quanto l’Europa nel suo complesso hanno bisogno di migranti, per ragioni economiche e demografiche, ma puntano comunque a “includerli” in modo subordinato all’interno della cittadinanza e del mercato del lavoro.

La breccia che l’ostinazione e la determinazione di profughi e migranti hanno aperto nella rigidità del regime europeo di controllo dei confini, è in ogni caso un’occasione per ripensarlo radicalmente. E ripensare il controllo dei confini significa in fondo ripensare al tempo stesso tanto la forma delle società europee quanto il rapporto tra l’Europa e il suo “esterno”. Mentre c’è chi lavora a rimettere a punto la macchina dell’“inclusione differenziale” e mentre i capi del governo inglese e di quello francese annunciano nuovi interventi militari in Siria e in Libia, la marcia della libertà attende di essere proseguita. Ad esempio dall’interno delle molte città europee che, aderendo a un appello promosso dalla sindaca di Barcellona Ada Colau (“Nosotras, las ciudades de Europa”), hanno deciso di dichiararsi “città rifugio”.

 

*Professore di filosofia politica presso l’Università di Bologna

[1]    Questo testo è stato scritto originariamente per la rivista digitale argentina Anfibia.