Questioni di genere

Identità in transizione: buone pratiche di inclusione e di contrasto alle discriminazioni

 

Giulia Selmi

 

Oggi in Italia – seppur in un clima spesso inquinato da polemiche – sono numerosi e di qualità i progetti e gli strumenti educativi volti a decostruire gli stereotipi di genere, ad educare alle relazioni e all’affettività, a contrastare l’omofobia ed includere le diversità. Non altrettanto lavoro, tuttavia, è stato fatto sull’esperienza della transessualità e del transgenderismo nei contesti educativi.

La cosa non stupisce poiché si tratta di un’esperienza di vita su cui spesso si hanno pochissime conoscenze (altrettanto spesso stereotipate) e su cui, nel contesto italiano, mancano riflessioni pedagogiche e strumenti operativi di inclusione. Volgendo lo sguardo all’estero, tuttavia, è possibile rintracciare alcune buone prassi degne di nota che possono fungere da bussola per orientarsi su questo tema e per sviluppare pratiche capaci di valorizzare le differenze e contrastare comportamenti discriminatori.

Prima di esaminare alcuni di questi strumenti nel dettaglio vale la pena di definire in maniera chiara che cosa significano i termini transessualità e transgenderismo in relazione alle nozioni di sesso biologico ed identità di genere per sgombrare il campo da stereotipi e false conoscenze.

Il termine sesso definisce le differenze biologiche, anatomiche, ormonali e genetiche tra gli individui, dividendoli in maschi e femmine. Il termine identità di genere, invece, definisce l’esperienza soggettiva di appartenenza – simbolica, psicologica e intima – al maschile o al femminile. Detto in altri termini, è quella sensazione di sé che permette di affermare: “io sono un uomo” oppure “io sono una donna”.

In molti casi il sesso biologico di nascita e la propria percezione di sé come uomini o donne corrispondono, ovvero si è nati con un corpo femminile e ci si sente donne o viceversa. In questo caso una persona si definisce cisgender. Altre volte questo non accade e alcune persone, pur essendo nate con un corpo di sesso maschile, percepiscono la propria identità di genere come femminile o viceversa. Le persone che si identificano in maniera stabile con il sesso opposto a quello di nascita si definiscono transessuali. Alcune persone, invece, non sentono di appartenere in maniera rigida e permanente nè al maschile nè al femminile e si identificano come transgender ovvero si pongono al di là di un’identificazione stabile nel maschile o nel femminile[1].

Per lungo tempo transessualità e transgenderismo sono state considerate delle forme di devianza morale, mentre nel corso degli anni ’80 sono state inserite come patologie nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) con il nome Disturbo dell’Identità di Genere (DIG). Ad oggi, grazie alle trasformazioni del paradigma psicologico e alle battaglie culturali promosse dalla associazioni di persone transessuali e transgender in tutto il mondo, si sta procedendo sulla strada della completa depatologizzazione ovvero non considerare il transessualismo e il transgenderismo delle patologie, ma uno dei modi possibili con cui gli individui vivono la propria vita, la propria identità e le proprie relazioni affettive e sociali[2].

La percezione della propria identità si stabilizza nel corso della vita adulta, ma è durante il percorso di crescita che gli individui si pongono in contatto con se stessi e cercano il loro modo di collocarsi nel mondo, anche rispetto al proprio posizionamento di genere. Di supportare questa ricerca di sé sono investiti (o dovrebbero esserlo) anche i contesti educativi in qualità di agenzie di socializzazione, apprendimento e creazione di comunità. Che cosa si può fare per includere, valorizzare e, non in ultimo, proteggere da discriminazioni e bullismo ragazzi e ragazze che non si identificano nel sesso di nascita e stanno esplorando la propria identità di genere?

A questa domanda ha provato a rispondere il Comune di Brighton & Hove in Inghilterra sviluppando – in partnership con l’associazione Transformers fondata da giovani ragazzi e ragazze trans – il Trans* Inclusion School Toolkit[1] ovvero un dettagliato manuale rivolto a docenti e dirigenti scolastici per sviluppare pratiche educative capaci di includere studenti e studentesse transessuali e transgender in tutte le scuole del proprio territorio.

Il manuale si articola in sette sezioni che forniscono sia le informazioni necessarie a conoscere l’esperienza trans oltre gli stereotipi sia molteplici indicazioni operative per gestire la quotidianità scolastica. Le prime tre sezioni forniscono un glossario della terminologia, un inquadramento normativo sulle discriminazioni e la promozione della parità sia a livello nazionale che locale nonché una breve, ma interessantissima sezione di testimonianza di giovani trans che raccontano la propria esperienza a scuola, le discriminazioni subite, ma anche il supporto ricevuto.

Le sezioni cinque e sei del manuale invece si focalizzano sulle strategie di inclusione: la prima analizzando le modalità con cui è possibile modificare l’approccio complessivo dell’istituzione scolastica rispetto all’esperienza della transessualità sviluppando un’attenzione specifica per le forme di violenza tra pari basate sul genere, integrando i curricula delle discipline e, non in ultimo, modificando il proprio linguaggio. La seconda, invece, si focalizza sul supporto individuale a ragazze e ragazzi fornendo indicazioni sul percorso di transizione, la gestione dei rapporti con le famiglie ed i/le compagni/e di classe.

Infine, l’ultima sezione fornisce delle indicazioni pratiche relative alla gestione della quotidianità scolastica che, se possono sembrare minuzie, fanno invece la differenza nella capacità di far sentire accolti/e e valorizzati/e ragazzi e ragazze trans: l’utilizzo del nome di elezione (ovvero chiamare il ragazzo o la ragazza con il nome che ha scelto per se anche se non corrisponde al nominativo legale), la gestione dell’uso dei bagni o degli spogliatoi nelle ore di educazione fisica, la gestione consapevole e rispettosa delle informazioni personale di cui si viene a conoscenza – dallo/a studente/essa o dai genitori – nel gruppo classe e tra colleghi/e.

Sebbene si tratti di un testo anglosassone – e quindi creato a partire da un contesto scolastico che risponde a logiche differenti da quelle nostrane – questo testo ci pare un ottimo punto di inizio per interrogarsi su quanto è possibile fare per includere al meglio ragazzi e ragazze trans, nella speranza che presto siano disponibili strumenti simili anche in Italia.

[1]                     [1] Per maggiori informazioni si può visitare il sito dell’ONIG – Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere che raccoglie i/le professionisti/e che in Italia si occupano di questi temi: http://www.onig.it/

[2]                     [2] Per approfondire le battaglie culturali delle associazioni di persone trans si può visitare il sito del MIT – movimento identità transessuale, la prima storica associazione di persone trans fondata in Italia: http://www.mit-italia.it/

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