Rivalutare l’infanzia

Su “La ‘controeducazione’ di James Hillman” di Paolo Mottana[1]

 

Andrea Ignazio Daddi*

 

Cosa scrivere di un “appassionato apprendista della controeducazione[2] e dei mondi immaginali” – come lui stesso si definisce sul suo profilo Facebook – che ci invita, in quest’opera, a cogliere la portata (tras)formativa sottesa nel pensiero di un grande ‘eretico’ della psicoanalisi, una figura “dalla dubbia identità disciplinare, con forti inclinazioni irrazionalistiche[3]? Forse semplicemente le idee e le emozioni che il suo testo, puntualmente riproposto in ampie sue parti, ha evocato in me, lettore.

Come tributare omaggio ad uno dei miei maestri[4] che a sua volta narra del suo incontro con un maestro (James Hillman)[5] e del ruolo che questi ha giocato nell’evoluzione del proprio percorso culturale che dalla Clinica della Formazione[6] approda, passando per/oltrepassando la “lezione kleiniana”[7], alla pedagogia immaginale[8]? Probabilmente lasciare che una formazione psicoanalitica classica, ma necessariamente sempre aperta a stimoli altri, non si frapponga tra me e il testo, bensì si lasci contaminare da sollecitazioni nuove e feconde[9]; in definitiva, porsi umilmente in ascolto.

Non può che derivarne, allora, un ‘articolo’ a tratti ‘controaccademico’, coerentemente tanto con la libera e asistematica modalità utilizzata da Paolo Mottana nel ripercorrere l’opera hillmaniana facendone emergere l’“implicita intenzionalità educativa”[10] ed invitandoci a pensare per immagini e a recuperare all’educazione la ‘cura dell’anima’, quanto con l’auspicato ridimensionamento del “soggetto coscienziale”[11] e del suo “monopsichismo”[12] e con l’allontanamento dai “riferimenti solari e progressivi”[13] di un troppo pacifico paradigma razionalista.

 

Fate dei boschi, gnomi nelle fonti e scarpe permalose

Educazione, da e-ducere, significa ‘condurre fuori’. A quanto pare lo intendiamo come distogliere dall’infanzia, ma forse potremmo vederlo come un estrarre la saggezza e i talenti dall’infanzia stessa[14].

Occorre ‘tornare come bambini’ per vedere gli angeli, gli angeli che sono i veicoli della simbolizzazione immaginale[15].

In un libro che parla di e per/pro immagini[16], è la figura archetipica del Puer che, a mio avviso, riveste un’importanza centrale, il che certo non dovrebbe stupire, trattandosi di uno scritto pedagogico; eppure, a ben vedere, il Puer (che simboleggia l’infantile, il primitivo, il selvaggio e quindi l’inconscio, l’immaginale, l’incomprensibile e l’inaccettabile) è stato a lungo “bistrattato” dalla pedagogia, dalla psicologia e dalla stessa psicoanalisi che lo hanno interpretato come una forma di “vita primitiva dell’Io […] da superare […], un essere immaturo abbarbicato al seno materno […] orientato ad una rapida e salutare elaborazione […], un carattere da emancipare[17]. Mottana denuncia pertanto come, parallelamente a questa demonizzazione del Puer, una “cultura adultistica[18] e una “pedagogia pervasiva e totalizzante[19], lungi dal prendersi davvero cura dell’infanzia reale, abbiano stigmatizzato la sua “vera natura immaginale e archetipica[20] divenendo funzionali ad un’“ortopedia bieca e violenta” finalizzata, paradossalmente, a difendere il ‘mondo dei grandi’ dal bambino, di per sé ‘minaccioso’ in quanto portatore, da un punto di vista razionalistico e adultocentrico, di “emozioni indomabili […] desideri insani […] ed incapacità[21].

Il rimedio qui prospettato è allora quello di accogliere l’invito di Hillman e della sua scuola a ri-valutare (nel senso letterale di ‘attribuire valore a’) l’infanzia, quella individuale come quella dell’intera specie, accantonando il “mito eroico dello sviluppo umano[22] e rivoluzionando il modo di concepire l’educazione, la psiche e l’esistenza stessa.

In viaggio verso i “territori analogici e fantastici dell’anima come spazio profondo della vita psichica che oltrepassa l’individuo[23], si potrebbe così procedere al recupero dell’immaginazione simbolica e della fantasia, “autentico habitat della mente”[24] che solo la nostra ????? prometeica, col suo “oscurantismo rovesciato[25], ha potuto identificare esclusivamente con la ragione; si giungerebbe all’interessante conclusione che il pensiero animistico, relegato da Jean Piaget tra gli stadi meno evoluti dello sviluppo cognitivo (ma si legga pure della ragione cartesiana), sia semplicemente parte di una modalità conoscitiva altra, più profonda ed onnicomprensiva, capace di trascendere l’“io coscienziale[26] e di guardare verso direzioni che non subordinino il mondo alle pretese smodate del nostro ego: si tratta della ‘filosofia immaginale’, basata sulla priorità della visione quale mezzo di una conoscenza  che non pretende di possedere la verità, ma che tende a parteciparne in modo fluido ed errante.

Il pensiero corre allora alle culture sciamaniche[27], cui ho avuto modo di avvicinarmi, mentre emergono alcuni ricordi di me bambino, in interazione con le fate che ai miei occhi si celavano dietro agli alberi dei boschi del cuneese o con gli gnomi che abitavano le fonti delle campagne alessandrine, per non parlare delle scarpe che, all’atto dell’acquisto, non riuscivo mai a scegliere con facilità per paura di offendere gli esemplari scartati. Ordinarie manifestazioni di infantilismo, ho sempre pensato a posteriori; e invece il testo ci invita proprio a concepire un’educazione al “rispetto”[28] e all’ “osservanza”[29] delle cose non intese come un mero “arredo funzionale del vivere del soggetto umano[30], ma quali “portatrici di anima[31] dotate di un valore irriducibile alla loro “economizzazione”[32]; da questa prospettiva l’uomo è cosa tra le cose, compagno degli oggetti di cui occorre faccia ‘manutenzione’[33], “parte del mondo allo stesso titolo del resto[34]. Una “teologia dell’immanenza”[35]. Che forse proprio un bambino, o un ‘selvaggio’, possano saperne più di noi?

Non solo animali e piante infusi di anima, come nella visione dei romantici, ma l’anima data con tutte le cose. Le cose della natura, date da Dio, e le cose della strada, fatte dall’uomo.”[36]

 

Notte, Terra, Ombra

L’immersione nelle dimensioni più nascoste delle pratiche formative umane è stata resa possibile dal grande portato dell’impresa psicoanalitica e, per quanto tenda pure a negarlo, la psicoanalisi è di fatto strettamente legata alla filosofia, così come argomento, non certo per primo né auspicabilmente per ultimo, in altra sede[37]. Figlio del suo tempo, il freudismo, ha certamente avuto il merito indiscusso di avvicinare l’inconscio, ma, intriso (più o meno consapevolmente!) di positivismo ed erede diretto del pensiero razionalista ed illuminista, dal punto di vista hillmaniano lo ha costretto entro i rigidi steccati interpretativi dell’Io, celebrato da Freud quale “equilibratore psichico”[38], riducendo il codice notturno a criteri esplicativi diurni. Mottana sottolinea come, in questo passaggio, ci si sia però voluti illudere che il mondo dei significati potesse/dovesse coincidere con il solo sistema delle categorie razionali, cui l’irrazionale andava pertanto ricondotto.

Diversamente, l’“ermeneutica hillmaniana o simbolica”[39] assume l’atto interpretativo come un’adesione “alla fisionomia dell’interpretato[40] stesso, nel rispetto della sua irriducibile differenza.

Richiamandosi piuttosto alla filosofia rinascimentale[41], Hillman non parla così di un inconscio da interpretare, ma di un “incontro sensibile con il mondo fantastico e perturbante che si è, da cui si è abitati e a cui […] si è avvinti[42]. La valenza educativa di una tale posizione è notevole e molteplice: lungi dall’essere il padrone della realtà, l’uomo è invece “posseduto, ispirato, costellato […] dalle forze archetipiche […] grandi serbatoi della psiche[43] e il suo Io viene irreversibilmente relativizzato.

Da ciò consegue, da una parte, la necessità di riconoscere quella trascendenza che ci ispira, di cui siamo parte e che è per noi originaria, e, dall’altra, il bisogno di posare uno “sguardo più umile”[44] sull’esistente e di “reimparare ad abitare la terra”[45], anche rallentando i ritmi delle nostre stesse vite.

Come educatori siamo allora chiamati a far sì che il progressivo recupero di una relazione intima con la natura sia effettivamente possibile; alla deposizione di ogni atteggiamento di strumentalizzazione e dominio dell’ambiente e al decentramento dell’umano occorre affiancare un rinnovato patto con ciò cui apparteniamo dal momento che la salvezza (anche psichica) dell’uomo è indissolubilmente connessa a quella del cosmo intero.

É parimenti auspicabile sapersi sottrarre alla logica dell’ “entusiasmo obbligatorio”[46] oggi tanto in voga, sapendo accogliere e abitare tutte le emozioni e tutti i sentimenti, soprattutto quelli negativi, “stati d’animo cupi […] ma fertili e propiziatori[47] dal momento che l’Ombra è una parte di noi e da essa abbiamo molto da imparare.

 

Una pedagogia destinale

Ogni bambino è intrinsecamente unico e portatore di un destino, di un daìmon.”[48]

Se James Hillman compie la svolta “da una psicologia dell’anima personale ad una psicologia dell’anima mundi[49], è Paolo Mottana ad illustrarcene sapientemente le implicazioni pedagogiche; il modello dell’albero capovolto, che “ha le radici nel cielo”[50] ci impone una riconcettualizzazione del divenire educativo, “conoscitivo e esistenziale”[51] che comporta la resa totale alla “inconoscenza”[52] e la consapevolezza che crescere è un movimento discendente: ciascuno ha un proprio daìmon “che viene da uno spazio ultraumano”[53] da accogliere e incarnare.

I condizionamenti ambientali e familiari sono certamente rilevanti, ma spesso, avverte l’autore, vengono sopravvalutati finendo per fare del soggetto in formazione una ‘vittima passiva’ di cui, invece, si stenta a riconoscere quella “dimensione vocazionale”[54] che lo costituisce e che potrebbe porlo al riparo da quell’omogeneizzazione pedagogica diffusa, caratterizzata da “un’indigenza affettiva ed erotica”[55] e dall’ incapacità di riconoscere e valorizzare appieno le singole individualità.

 

Conclusioni

Non ritengo sia necessario essere ‘hillmaniani’ per apprezzare gli innumerevoli spunti (contro)educativi di straordinaria attualità che questo breve ma estremamente intenso volume ci offre; personalmente non mi definirei tale, né penso che il ‘proselitismo’ fosse tra le intenzioni di Mottana. Credo, invece, fermamente che il suo contributo possa aiutare, in tempi così incerti, a rischiarare il cammino a venire tanto per una pedagogia sempre più appiattita su una didattica mortifera e puramente strumentale al sistema, quanto per una psicoanalisi talmente fossilizzata sulla poltrona del terapeuta da rischiare di perdere di vista tutto il suo potenziale critico e (tras)formativo.

 

*Educatore e docente, Dottore in Filosofia e Pedagogista in formazione.

 

Bibliografia

Mottana Paolo, La “controeducazione” di James Hillman, Ipoc, Milano, 2013.

Daddi Andrea Ignazio, Dalle scuole filosofiche antiche al dopo Freud e ritorno. In viaggio con Romano Màdera verso una psicoanalisi come pratica biografica (auto)formativa, ricerca di senso e stile di vita, in I. Pozzoni (a cura di), Frammenti di filosofia contemporanea IV, Limina Mentis Edizioni, Monza, 2015;

Id., La filosofia negata. Freud e Jung, in Pozzoni I. (a cura di), Schegge di filosofia moderna XII, deComporre Edizioni, Gaeta, 2014;

Hillman James, Il codice dell’anima (trad. it.), Adelphi, Milano, 1997;

Id., L’anima del mondo e il pensiero del cuore (trad. it.), Garzanti, Milano, 1993;

Id., Re-visione della psicologia (trad. it.), Adelphi, Milano, 1983;

Moore Thomas, La cura dell’anima (trad. it.), Frassinelli, Milano, 1997;

Mottana Paolo, Piccolo manuale di controeducazione, Mimesis, Milano, 2011;

Id., L’arte che non muore. L’immaginale contemporaneo, Mimesis, Milano, 2010;

Id., La visione smeraldina. Introduzione alla pedagogia immaginale, Mimesis, Milano, 2004;

Id., L’opera dello sguardo. Braci di pedagogia immaginale, Moretti e Vitali, Bergamo, 2002;

Id., Formazione e affetti. Il contributo della psicoanalisi allo studio e alla elaborazione dei processi di apprendimento, Armando Editore, Roma, 1993;

Mottana Paolo – Lucatelli Nicoletta, L’anima e il selvatico. Idee per “controeducare”, Moretti&Vitali, Bergamo, 1998;

Sardello Robert, La cura delle cose, in “Anima”, n.1, 1993.

http://contreducazione.blogspot.it.

http://www.immaginale.it.

http://www.centrostudiriccardomassa.it.

[1]                    [1] Il testo (2013), pubblicato per la prima volta nel 1998 e compreso nel volume L’anima e il selvatico, è arricchito da un nuovo saggio scritto dall’autore in occasione della morte di James Hillman, avvenuta nel 2011.

Paolo Mottana è Professore Ordinario di Filosofia dell’Educazione e di Ermeneutica della Formazione e Pratiche Immaginali presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca.

[2]                    [2] Per approfondimenti sul tema, cfr. P. Mottana, 2011 e http://contreducazione.blogspot.it.

[3]                    [3] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 9.

[4]                    [4] In primis il Mottana di Formazione e affetti (1993), che tanto ha contribuito (unitamente ad Olga Rossi Cassottana, Professore Associato di Pedagogia Generale e Sociale e Psicopedagogia presso l’Università degli Studi di Genova e Mara Ghersi, medico psicoterapeuta ad indirizzo psicoanalitico) ad orientare e definire a suo tempo i nascenti interessi del giovanissimo allievo che sono stato; quindi il Mottana di oggi, custode di un sapere pedagogico ermetico e vespertino, tanto complesso e sfuggevole alla razionalità quanto illuminante proprio in virtù della sua umbratilità.

[5]                    [5] Per quanto penso che entrambi gradirebbero maggiormente essere definiti mèntori dallo “sguardo amoroso” (cfr. P. Mottana, 2013, p. 81), capaci di vedere con l’occhio del cuore (cfr. J. Hillman, 1997) “l’anima dell’altro senza sovrapporvi la propria aspettativa immaginaria” (ivi, p. 80; il corsivo è mio).

[6]                    [6] Per un inquadramento cfr. http://www.centrostudiriccardomassa.it.

[7]                    [7] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 88.

[8]                    [8] Cfr. P. Mottana, 2002, 2004, 2010 e http://www.immaginale.it.

[9]                    [9] Così come accadutomi  nell’incontro col pensiero del maestro di Hillman, Carl Gustav Jung, sotto la guida di Romano Màdera – cfr. la mia nota Dalle scuole filosofiche antiche al dopo Freud e ritorno. In viaggio con Romano Màdera verso una psicoanalisi come pratica biografica (auto)formativa, ricerca di senso e stile di vita, 2015. Romano Màdera è Professore Ordinario di Filosofia Morale e di Pratiche filosofiche – Consulenza e Analisi  presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca ed insieme a Paolo Mottana è direttore scientifico del Master di I livello “Culture simboliche per le professioni dell’arte, dell’educazione e della cura”.

[10]                 [10] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 7.

[11]                 [11] Ivi, p. 5.

[12]                 [12] Ibidem.

[13]                 [13] Ivi, p. 6.

[14]                 [14] Cfr. T. Moore, allievo di Hillman (1997, p. 54).

[15]                 [15] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 104.

[16]                 [16] Autonome realtà viventi da rispettare, “dati basilari della vita psichica […] organizzati in configurazioni archetipiche” (cfr. J. Hillman, 1983, p. 16), “potenze che un tempo erano chiamate dei” (cfr. J. Hillman, 1993, p. 23). Come sottolinea Mottana, nel mondo contemporaneo le immagini vengono, invece, progressivamente svuotate e sfruttate senza riguardo e le emozioni, non più contenute in esse, dilagano incontrollate.

[17]                 [17] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 61 – i corsivi sono miei.

[18]                 [18] Ivi, p. 73.

[19]                 [19] Ibidem.

[20]                 [20] Ivi, p. 74.

[21]                 [21] Cfr. T. Moore, 1997, p. 55; il corsivo è mio.

[22]                 [22] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 20.

[23]                 [23] Ivi, p. 6.

[24]                 [24] Ivi, p. 34.

[25]                 [25] Ivi, p. 93.

[26]                 [26] Ivi, p. 6.

[27]                 [27] Così come segnalato anche dall’autore che menziona, a proposito, Robert Sardello (1993).

[28]                 [28] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 18.

[29]                 [29] Ibidem.

[30]                 [30] Ivi, p. 43.

[31]                 [31] Ibidem.

[32]                 [32] Ivi, p. 46.

[33]           “Tenere in mano […] trattenere […] conservare […] non lasciar cadere […] arrestare … il ciclo frenetico … dell’usura accelerata” – cfr. P. Mottana, 2013, p. 53.

[34]                 [34] Ivi, p. 44.

[35]                 [35] Ivi, p. 52.

[36]                 [36] Cfr. J. Hillman, 1993, p. 103.

[37]                 [37] Cfr. A. I. Daddi, in I. Pozzoni (a cura di), 2014.

[38]                 [38] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 16.

[39]                 [39] Ivi, p. 103.

[40]                 [40] Ibidem.

[41]                 [41] Cfr. il concetto stesso di anima mundi.

[42]                 [42] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 33.

[43]                 [43] Ivi, p. 17.

[44]                 [44] Ivi, p. 20.

[45]                 [45] Ivi, p. 51.

[46]                 [46] Ivi, p. 57.

[47]                 [47] Ibidem.

[48]                 [48] Cfr. J. Hillman, 1997, p. 3.

[49]                 [49] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 12.

[50]                 [50] Cfr. J. Hillman, 1997, p. 65.

[51]                 [51] Cfr. P. Mottana, 2013, p. 95.

[52]                 [52] Ivi, p. 96.

[53]                 [53] Ivi, p. 83.

[54]                 [54] Ivi, p. 80.

[55]                 [55] Ibidem.