La politica delle donne

“La coda della cometa. Donne di Milano. Storie degli anni Sessanta e Settanta”: una raccolta di storie di vita che ci restituiscono, attraverso la voce diretta delle protagonist un’epoca attraversata da profondi cambiamenti nel mondo del lavoro, della cultura, della politica e nei rapporti di coppia.

Luisa Fressoia*

 

Far parlare la vita è il modo delle donne di far politica. Ne consegue una propria modalità di conoscere e vivere la realtà sociale e di produrre cultura. Al riguardo, per comprendere uno specifico periodo storico ancora forse a noi troppo vicino, spesso mitizzato o pure detestato come quello degli anni Sessanta e Settanta, il racconto autobiografico può sicuramente diventare un mezzo efficace e interessante: ci pone di fronte a contenuti, eventi, immagini che penetrano quel tempo in modo tale da rompere schemi mentali, spesso ideologici, che rischiano di “ingessare” la Storia senza farcela comprendere in profondità. In particolare la scrittura di sé sembra poter evidenziare con maggior forza la portata di alcune conquiste, con annessi gli aspetti da consolidare e i nodi problematici ancora presenti e pertanto da risolvere nel nostro mondo in continua e sempre più veloce trasformazione.

Questa può essere una chiave importante attraverso cui leggere La coda della cometa. Donne di Milano. Storie degli anni Sessanta e Settanta (ali&no editrice).[1] Una raccolta di storie di vita che ci restituiscono, attraverso la voce diretta delle protagoniste – quindi tramite una scrittura femminile – un’epoca attraversata da profondi cambiamenti nel mondo del lavoro, della cultura, della politica e nei rapporti di coppia.

La scrittura autobiografica fa riferimento a metodologie specifiche, che sono state utilizzate per la composizione dei racconti e che hanno permesso alle autrici delle storie del libro di intrattenere un dialogo con la propria interiorità, da cui sono scaturiti testi che, pur riferendosi al passato, esprimono una consapevolezza nuova e acquistano una freschezza e un’autenticità godibili anche oggi. Un metodo che prevede, oltre al momento individuale del racconto di sé attraverso la scrittura, il confronto e la condivisione nella dimensione di gruppo. Ascoltando il racconto degli altri, è possibile creare nuove consapevolezze rispetto a sé e al mondo; inoltre, al di là degli aspetti comuni che si rivelano esistere tra le storie, si prende coscienza delle forme di differenza che permangono nel confronto e che vengono ad essere valorizzate in quanto fonte di arricchimento per gli altri ed espressione della complessità e della pluralità del mondo che ci circonda.

Le donne raccontano delle conquiste sociali raggiunte attraverso l’impegno politico. Proprio la dimensione di impegno, volto alla costruzione di un mondo migliore, permea ogni storia. Si può parlare della consapevolezza di sé, della scoperta della propria forza nel mondo della cultura e del lavoro come della conquista più grande. Una forza che le donne hanno continuato a sviluppare trasformando la società, il rapporto con gli uomini, con i figli, i propri interessi e professioni, certamente contribuendo a mutare lo stesso mondo del lavoro. Un aspetto molto spesso in controtendenza rispetto a un’indifferenza diffusa per la politica che contraddistingue la nostra epoca.                                                                                                                                                            Gli scritti raccolti nel libro esprimono la forza di cambiamento che hanno le donne, a partire dalla maternità. Silvia Vegetti Finzi, a proposito del libro osserva come proprio l’esperienza della maternità giganteggi nella vita di queste donne: “la raccontano con passione forte che diviene espansione di sé… sono in sintonia con la natura, in un abbraccio con il mondo… esperienza totalizzante, portatrice di un’utopia possibile per se stesse e per la società”[2].

Una realtà però oggi assai problematica. Scrive nella sua storia Gabriella G.: “Spesso oggi le donne devono rinunciare alla maternità o limitarsi ad avere un solo figlio, perché troppi e insormontabili sono i problemi che derivano dall’avere figli, lavorando, magari senza l’aiuto dei genitori. Di fatto la nostra società toglie o limita alla donna il diritto di essere madre! Possiamo considerarlo un progresso?”. Con l’economia globalizzata, mancando condizioni economiche e politiche familiari mirate, la battaglia sulla maternità libera e consapevole degli anni Sessanta e Settanta necessita di essere ripresa.

Maternità quindi come specificità femminile, che può realizzarsi, come Marina G. testimonia, non soltanto biologicamente, ma con il darsi come insegnante ai giovani studenti o attraverso il dedicarsi agli anziani genitori. Interessante è inoltre la reinterpretazione del concetto di famiglia, intesa non come “un cappio che stringe intorno al collo di ognuno dei suoi membri, ma luogo e dimensione accogliente che promuove differenze e diversità” (Maria Pia T.).

Le storie riaffermano la differenza sessuale, altro aspetto che la cultura massmediatica tende ad voler appiattire, orientando l’opinione pubblica verso una umanità androgina. Donne che intendono d’altro canto superare quella separazione dagli uomini che ha caratterizzato in passato il femminismo, riconoscendo e valorizzando le specifiche differenze tra uomo e donna, le quali, peraltro, a livello scientifico i gender studies documentano e confermano.

Nelle storie si trovano anche numerosi altri spunti di riflessione che riguardano l’importante aspetto del rapporto tra mondo pubblico e mondo privato; Giovanna scrive a proposito del suo grande impegno politico: “Intanto il mio privato si faceva sempre più piccino e nascosto. I compagni di partito li sentivo veramente come fratelli, la stanza fumosa della sezione era la mia casa. Un intreccio inestricabile tra pubblico e privato senza distinzioni né confini emozionali. L’impegno pubblico entrava prepotentemente nelle nostre relazioni affettive personali e nelle nostre famiglie. Ricordo discussioni, anche forti, che rinsaldavano i rapporti, ma anche quanti affetti si sfasciarono per la tensione che scaturiva dall’appartenenza a questo o a quella formazione politica. Non si riusciva, non riuscivo, a tenere separati i due mondi”.

Sorge così la domanda se non sia possibile che, per rispondere ad un eccessivo prevalere della dimensione pubblica, ci si sia lasciati sopraffare da un’esagerata preoccupazione per la sfera privata. Sarebbe conseguenza di ciò il modo in cui tutti sembriamo soffrire dell’individualismo in cui siamo caduti, certamente anche a causa del controllo che esercita il potere economico sulle nostre vite. Individualismo che Charles Taylor[3] addita come il primo disagio della modernità e a cui le donne continuano a ricercare forme di resistenza e di risposta. Allo stesso tempo, ligi all’imperativo del “politicamente corretto”, siamo diventati una società che fa quello che è ritenuto corretto, giusto, tollerante, in molti casi perseguiamo il principio, la categoria astratta a cui siamo legati da tempo e a cui consegniamo il nostro pensiero critico, senza entrare più nel merito delle realtà umane e politiche concrete.

Sono Liberaaaaaaaaaaa!” grida Marina C., allora giovane studentessa, già nel primo scritto che apre la raccolta, tornando a casa, da sola nel cuore della notte dopo una serata con gli amici. Di quale forma di libertà si tratta e di quale libertà possiamo godere oggi?

Possiamo essere riconoscenti a chi si è speso per il raggiungimento di una maggiore libertà, di cui soprattutto in quanto donne possiamo godere nella vita privata e pubblica: con il proprio marito, ad esempio, oppure nel confronto con le nostre madri e nelle opportunità di conoscere il mondo intero. D’un lato possiamo ammirare oggi la bellissima confidenza che i bambini sanno intrattenere con i propri genitori e una libertà nell’esprimere i propri sentimenti, anche da parte dei genitori e in particolare dei padri, forma di libertà un tempo impensabile. E quale responsabilità e bellezza ci riserva la consapevolezza che dal rispecchiamento nel volto benevolo dell’altro prende forma la soggettività umana. D’altro canto, vediamo Anna scrivere nel suo racconto sull’educazione data alle sue figlie mettendo in campo tutta la sua più buona volontà “…non potevo che mettere in discussione anche il mio ruolo di madre. Volevo cambiarlo, volevo inventare insieme alle mie figlie nuovi modi di amore materno, più liberi e fondati sul rispetto reciproco. Provenendo da una famiglia autoritaria, le cui pratiche educative consistevano solo in punizioni e in perentori ‘perché sì’ e ‘perché no’, ho proposto il metodo: ‘parliamone’, di cui avevo bisogno anch’io. Sono caduta nell’eccesso opposto. Le mie figlie, adolescenti, sono diventate in fretta abilissime argomentatrici. Con loro ho discusso ogni cosa fino all’esaurimento psico-fisico e mentale. Un po’ me ne rammarico, specie riguardo alla mia seconda figlia, più insicura e bravissima nel ‘contestarmi’, a cui avrebbe giovato una mia maggiore capacità di affermare con decisione, da genitore, le regole”. I racconti delle donne ci fanno riflettere sul delicato equilibrio che è necessario continuare a ricercare rispetto alle dimensioni di libertà e anche di autorità, concetto quest’ultimo messo in discussione, a volte negato, ma necessario nel percorso di crescita di ciascuno.

Il gruppo, come detto, ha permesso di non chiuderci ciascuna nelle proprie convinzioni e di vivere, oltre la condivisione delle esperienze, la pratica del dialogo, molto spesso rivendicato ma difficile da mettere in campo, lì dove ancora una volta l’individualismo è di ostacolo. Il lavoro svolto con La coda della cometa è stato all’insegna dell’incontro, del confronto e dello scambio. La maggiore consapevolezza di sé e del significato di essere donne induce conseguentemente a muoversi in modo più costruttivo nella propria realtà sociale e ad essere più attive politicamente, cioè nelle istituzioni frequentate, facendo leva sulla specifica capacità femminile di creare e custodire relazioni.                                                                                                                                                   Allora, come dice Luisa Muraro, la femminista storica della Libreria delle donne di Milano, noi donne possiamo rompere schemi, operare cambiamenti, cambiando criteri di giudizio perché utilizziamo parole non neutre, bensì aderenti alla vita di relazione con le persone e col mondo. Questo acquista un valore politico alternativo alla politica del potere.

Così come le donne del libro sanno leggere e scrivere la Storia non attraverso senso di inferiorità o superiorità, di rivincita, di competizione o di imitazione, ma attraverso un’eloquenza calda di affetti e sentimenti che spesso diventano poesia[4]. Allo stesso tempo la loro è una Storia aderente alla realtà, in quanto con essa mantiene un rapporto diretto, così come le vite narrate risultano collegate ogni volta al contesto storico e culturale in cui si inseriscono. Le storie di vita diventano dunque Storia. La vita va oltre confini rigidamente segnati, apre a nuovi orizzonti e a significati che sono vicini ai destini delle persone. È per questa ragione che le storie di vita possono risultare istruttive per i giovani nello studio, in quanto arricchiscono la storia ufficiale e, essendo più vicina ai problemi esistenziali e concreti, la rendono più interessante.

Restituire al pubblico queste storie è quindi il proprio modo di far politica e di rivolgersi anche alle future generazioni, perché i valori che esprimono non vadano perduti.

La coda della cometa è un tributo alla femminilità e alla forza di rinnovamento delle donne, donne che cercano di allearsi con il mondo degli uomini, dei vecchi e dei bambini, per costruire insieme il futuro.

 

*Pedagogista, collaboratrice della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e Presidentessa dell’associazione Autobiografica RAM

[1]
[1] Luisa Fressoia, La coda della cometa. Donne di Milano. Storie degli anni Sessanta e Settanta, ali&no editrice, Perugia 2013.

[2]
[2] Silvia Vegetti Finzi è intervenuta con una relazione in occasione della presentazione del libro La coda della cometa. Donne di Milano. Storie degli anni Sessanta e Settanta, avvenuta presso la Casa della cultura di Milano il 12 dicembre 2013. Vedi sito:www.luisafressoia.it; intervista a cura di Luisa Mariani sul link: http://wsimag.com/it/cultura/13485-pensieri-parole-di-donne

[3]
[3] C. Tylor, Il disagio della modernità, Laterza, Roma-Bari, 2006.

[4]
[4] Luisa Muraro, Non è da tutti, Carocci, Roma, 2011.