Sillabario Pedagogiko

 

Evento

 

Ogni momento ha il suo evento. Non c’è momento in cui non ci sia un evento.

Perdere l’evento significherebbe non essere protagonisti del proprio tempo.

“Non perdere l’evento!” Questo è l’imperativo categorico dei nostri tempi?

Di quale evento si sta parlando? Rispetto a quale tempo?

“Esserci!” questo è tutto quello che conta. Come un paradossale contrappasso linguistico l’Esserci, che per Martin Heidegger era il tratto essenziale del modo in cui l’uomo abita il mondo e il suo rapporto con l’Essere, è diventato lo slogan preferito dal marketing degli eventi, siano essi reali, virtuali, immaginari, segreti, politici, culturali, sessuali, epocali.

L’ultima occorrenza – chissà quanto consapevole – di quest’uso pervertito del lessico heideggeriano, me l’ha segnalato poco tempo fa il mio migliore amico, musicista-filosofo prestato per fin troppo tempo all’illusione della pubblicità come arte di massa del XXI secolo. Una delle maggiori squadre di calcio italiane per la campagna stampa dei nuovi abbonamenti ha tappezzato la città in cui vivo con la scritta: “Nulla è come esserci”. L’Esserci si può comprare e il suo prezzo, con buona pace di Heidegger, è piuttosto “alla mano”.

Anni fa avevo incontrato i prolegomeni di questo smercio dell’evento. A Leuca, in un Salento ancora non bombardato dalla guerra santa del turismo ad ogni costo, non passava giorno o notte in cui io e i miei tre amici non venivamo investiti dai cartelloni o dai volantini che ci imponevano di non mancare l’incontro con il nostro destino. Quella volta il sapore dell’uso del linguaggio aveva una sfumatura – chissà se consapevole – di tipo batesoniano. Spesso anche nel cuore delle giornate trionfali della luce che ha dato, secondo alcune fonti, il nome alla punta più meridionale della Puglia, una voce stentorea ci gridava da un apecar in corsa: “Non perderti l’evento dell’estate: IL DIVERTENTISMO!”.

Nel suo romanzo d’esordio, Auro Ponchielli contro la fine del mondo, Alessandro Pozzetti ha fornito la geniale summa letteraria di questa tendenza immaginando per noi lettori il vero, sacro evento planetario: la Chiesa vuole lanciare il Papa nello spazio, con una compagnia aerea che sta per inaugurare i viaggi nello Spazio per le persone comuni. “Verrà fatta una ripresa in diretta e il segnale sarà irradiato in tutto il mondo. Alla fine, il Santo Padre benedirà il pianeta intero. Avrà un enorme significato simbolico. La scienza, la religione, il cosmo. Per la prima volta un rappresentante religioso abbraccerà con un giro orbitale tutti gli abitanti del mondo, nessuno escluso”. Una benedizione planetaria, la rappresentazione perfetta dell’evento globale e globalizzato. Anche la Chiesa, perdendo fedeli, non può esimersi dal pensare mediaticamente il significato simbolico della sua merce più pregiata.

L’Esserci, ormai, sembra valere di per sé, quasi sconnesso dalla fenomenologia e dall’analitica dell’esistenza che può o dovrebbe sostenerlo, dandogli “sostanza”, fosse anche nel suo eterno divenire. Lo dimostra ampiamente l’ultima moda, ormai già trapassata, del selfie che è stato senza dubbio l’effetto di dispositivo tecnologico più potente nel sapere, nello stesso istante, generare e annullare ogni possibile evento che il soggetto può incontrare nella sua esistenza.

L’unico vero antidoto alla svendita degli eventi o al loro sciopero, espressione magistrale usata anni fa da Jean Baudrillard, potrebbe essere quell’evento che segna il darsi o il ritrarsi dell’accadere formativo? Proviamo a esplorare alcune riflessioni che possono nascere da una simile domanda.

 

L’occasione

Quando io danzo, danzo, quando io dormo, dormo” scriveva Montaigne. Tutto ruota intorno all’attività del momento, non c’è questo momento «solo» in riferimento a un altro, i momenti sono messi sullo stesso piano, ciascuno ha una sua legittimità. L’alternanza del «quando» apre possibilità divergenti, tutte legittime per se stesse, anche le più distanti.

La disponibilità all’apertura propria di chi forma dovrebbe corrispondere alla capacità di accordarsi con ogni possibilità per come accade. Il «quando» della frase di Montaigne non indica un uso temporale ma eventuale. Legato quindi ad una pratica che si dà in quel “quando”. La circostanza non è più posta alla periferia del soggetto, così come non c’è un soggetto che spicca su ciò che lo riguarda. Essere «aperti a» significa essere aperti al momento in quanto occorrente e quindi accogliente.

È sempre il corpo che accoglie per primo. È sempre il corpo che, una volta accolto, deve separarsi dall’altro. Il corpo accoglie prima di tutto attraverso i sensi, si separa attraverso i sensi.

Di norma il pieno sta nella vicinanza quanto il vuoto viene percepito nella distanza. Il che è naturale, poiché immediatamente il nostro corpo sta nel pieno, occupa un vuoto. Tutto quello che riguarda uno spostamento di percezione che voglia dirigere la sua attenzione verso il vuoto, che voglia istituire una relazione attiva con il vuoto, dovrà portare il vuoto nella vicinanza. In questo senso dovrà abitare(-colmare) una distanza, con i rischi che comporta il coprire questa distanza. Cancellando, mentre la colma, il vantaggio e la difesa che questa distanza rappresenta per il corpo. La distanza e la separazione, il «fra» riguardano l’origine e il desiderio. La distanza permette la storia, se rivolta al passato, verso l’origine, permette il desiderio quando si rivolge al futuro.

La prima cosa che ognuno di noi ha visto è il grande corpo totale della madre in atto di allontanarsi – di farsi Altro. Il primo sapere che ognuno di noi ha sperimentato è il sapere della Distanza.

Aristotele dice che il sapere nasce nel corpo. Attraverso un desiderio. Nasce nei sensi. Aristotele dice che il sapere nasce dallo stato di desiderio.

È come se, in origine, ogni sapere si facesse sostanzialmente sul modello dei nostri sensi, dati naturalmente al desiderio, avidi di sperimentare – di possedere – tutto ciò che si posa e si muove intorno a loro nella distanza. […] Un gran desiderio di abolire le distanze – la Distanza. È dentro quel desiderio che cade e matura il seme di ogni sapere?” (E. Tadini, La distanza, Einaudi 1998, p. 36).

Si tratta di abbandonare momentaneamente la necessità del senso per abbandonarsi momentaneamente ai sensi.

Mettersi nella prospettiva del senso, ossia della direzione che prendono o che vorremmo prendessero gli eventi significa sempre anche mettersi in quella del tempo come Chronos, una temporalità dell’attimo che, ossessionato dall’attimo che viene dopo, generato dal dopo, lo sopprime ingoiandolo senza sentirne la consistenza, la resistenza, il sapore, la bellezza custodita in esso.

Se nella temporalizzazione «cronologica» ogni istante prende significato dal suo essere in visione di un altro istante, la temporalità della formazione dovrebbe essere più vicina al kairos, il tempo dell’occasione, quello proprio dello scioglimento dalla catena della tensione eternamente progettante. In questo tempo, disposto verso l’occasione, l’ascolto è più importante dell’essere in previsione.

Il senso viene solo apparentemente scansato poiché esso non proviene dal divenire, sempre da catturare, ma dall’occorrenza e dalla disponibilità rispetto all’evento. Così insieme all’evento scaturente dalla nostra volontà, che sceglie di iniziare l’azione, si può accogliere l’e-vento irriducibile che l’altro sempre ripropone e rilancia verso di noi.

L’identità personale, da sempre rappresa intorno all’idea di temporalità, di continuum temporale, si trova nella formazione a fare i conti con la sua disseminazione nell’orizzonte dei segni, un orizzonte  che il soggetto può cercare di comporre e allo stesso tempo creare nel rispetto della libertà, del desiderio e del tempo degli altri. Il lavoro formativo dovrebbe tentare di prendere su di sé la responsabilità di organizzare i segni, di renderli leggibili e interpretabili, comunicabili per altri in modo da offrire nell’esperienza condivisa di un evento che si dà ogni volta di nuovo nella condivisione del tempo.

Per ricevere bisogna fare spazio, bisogna creare le condizioni materiali, psicologiche e simboliche perché l’evento non solo possa accadere, ma risulti percepibile e comprensibile. Solo così i segni diventano degni di nota, solo così il dispositivo in cui i soggetti si muovono può diventare creativo e significante, può trasformarsi in una partitura eseguibile insieme in modo non alienante.

 

L’evento

L’evento, e l’evento formativo in modo speciale, permette di accogliere non solo un sapere differente da quello che credevamo essere più nostro, ma di accogliere e sperimentare una differente rapporto col sapere, sorprendente, profondo, molto spesso perturbante.

In un libro da poco tradotto in italiano che s’intitola proprio Evento, Slavoj Zizek, cerca di mettere un po’ di ordine, a modo suo, tra i significati che l’evento può assumere in filosofia, cercando di definire l’evento come “effetto che eccede le proprie cause”, dove il tratto fondamentale rimane comunque “il sorprendente emergere di qualcosa di nuovo in grado di minare ogni schema stabile”.

Questo modo di vedere le cose è congeniale alle nostre considerazioni sulla natura dell’evento formativo. Pensare e, ancor più, praticare la pedagogia come una storia e una logica degli effetti di dispositivi, reali, simbolici e immaginari, significa specificamente considerare continuamente, nel nostro rapporto con quello che sappiamo della realtà e che possiamo fare della realtà, la convinzione che l’evento formativo eccede le proprie cause. Ed è per questo che tutta la nostra esperienza, educativa, formativa, di cura, di insegnamento dovrebbe “disporsi” ad accettare l’incontro con la forza di qualcosa che prescinde in fondo dalle nostre intenzioni, dai nostri fini e che nasce dalla tensione tra noi come soggetti e la struttura, la trama del reale, l’ordito dei dispositivi in cui siamo immersi, che si presenterà a noi come “quello che viene”, per citare il titolo dell’ultimo libro di Kostas Axelos.

Con quale atteggiamento possiamo propiziare – senza la pretesa della sua certezza – il darsi dell’evento formativo?

Di certo non concentrandoci sulla centralità dell’opera, se questa viene ridotta al prodotto, al risultato del nostro operare. L’evento si dà come pratica, il che significa tutt’altra cosa che considerare l’evento meramente come il presentarsi di un’opera – mi sembra che il marketing più selvaggio dell’arte contemporanea abbia generato un grande fraintendimento rispetto a questa falsa coincidenza tra opera e evento.

Senz’opera. Senz’opera il formatore è nudo, senza vanità si abbandona, si dona all’incontro che gli altri presentano, offre attraverso la sua disponibilità, attraverso il suo lavoro una rappresentazione di questo incontro, uno spazio potenziale in cui l’evento può darsi. Un’offerta di cambiamento reciproco, o perlomeno chi forma dovrebbe offrire la traccia per un possibile cambiamento. In questa prospettiva l’inapparenza rende l’inoperosità e il desœuvrement due qualità specifiche e irrinunciabili dell’azione formativa. Due qualità invise alle logiche di mercato.

Un progetto pedagogico che trovi i modi e il coraggio di affrontare e di contagiare i suoi attori a questo tipo di inapparenza e inoperosità – così rischiosa e così faticosa – potrà probabilmente concorrere alla formazione dell’opera aperta della libertà, per sé e per l’altro. Una pratica (di verità/)di libertà dà un’idea di sé troppo “fissata” e dà un rapporto con il sapere e il potere della realtà troppo identificato.

Per la pedagogia può valere quello che Carlo Sini scrive della filosofia ne Gli abiti, le pratiche, i saperi: la verità della pratica (pedagogica) è sempre presa nell’evento che ora incarniamo. C’è la verità (della pedagogia), declinata nelle sue pratiche e cioè nei suoi mobili significati. “La verità accade nell’evento del suo accadere e nella mobilità in cui accade. […] La pratica […] perviene a quello sguardo non superstizioso che non assolutizza i significati di verità, ma li ricollega alle loro pratiche, cioè ai loro eventi”.

Questo tipo di eventi non si vendono e non si comprano, ma possono essere incarnati, se si accetta l’incontro che ogni formazione dispiega di fronte a un soggetto che è sempre a venire.