Questioni di genere

La dimensione di genere nello sport.

Superare stereotipi e pregiudizi a partire dall’ambito educativo

 

di Cristina Gamberi e Giulia Rodeschini

 

“Basta non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche…”. Questo il commento del Presidente della Lega Nazionale Dilettante che la scorsa primavera ha scosso il mondo del calcio portando all’apertura di un’inchiesta da parte della procura federale della Figc. Un caso di cronaca che ha suscitato un acceso dibattito sulle forti disuguaglianze e discriminazioni di genere che invadono i campi da gioco dello sport più popolare (e maschile) d’Italia. Offese e pregiudizi sessisti di questo tipo riguardano purtroppo l’intero mondo dello sport, che ancora oggi è segnato da profonde differenze di genere sotto gli occhi di tutti, ma che spesso appaiono invisibili perché ricondotte a differenze fisiche, naturali tra i sessi.

Nella rubrica di questo numero intendiamo interrogarci su quanto e come il genere possa incidere sulla dimensione sportiva, proponendo alcune considerazioni sul rapporto tra genere e mondo dello sport e una proposta formativa da utilizzare come strumento di riflessione su questo tema con gruppi di adolescenti o adulti. Lo sport è tradizionalmente un terreno di dominio maschile, in cui la partecipazione femminile è stata a lungo ostacolata e ancora oggi è ridotta rispetto a quella maschile e in cui si assiste ad un maggior riconoscimento – di tipo culturale quanto economico – degli sport praticati da maschi. Nonostante una crescente “femminilizzazione” dello sport, come nel mondo del lavoro, si osserva in ambito sportivo una concentrazione di donne e uomini in diversi tipi e livelli di attività, da leggersi come una forma di segregazione orizzontale – in quanto le donne sono “confinate” in una gamma più ristretta e specifica di discipline sportive, solitamente le meno riconosciute e visibili – e verticale – in quanto nelle organizzazioni sportive le donne sono assenti dai livelli gerarchicamente più alti.

A cosa è riconducibile questa situazione? Le differenze fisiche tra maschi e femmine possono davvero rappresentare una risposta esaustiva a questa domanda? Ovviamente no! Per capire quanto sia rilevante la costruzione sociale del genere nello sviluppo e affermazione di sport maschili e femminili facciamo riferimento a due aspetti che consideriamo particolarmente problematici. Il primo aspetto riguarda il rapporto tra infanzia e sport. Già dai primi anni di vita infatti l’educazione di bambini e bambine, i giochi che vengono loro proposti e gli sport a cui vengono socializzati appaiono già segregati e segnati da potenti stereotipi di genere che si riflettono anche nel comportamento sportivo maschile e femminile in età adolescenziale e adulta. Così, lo sport per i maschi incarna caratteristiche considerate tradizionalmente maschili come la forza, la competizione, l’aggressività, la violenza, il gioco di squadra, mentre l’accessibilità allo sport per le femmine si è basata storicamente su prestazioni riconducibili alla grazia, all’eleganza, all’armonia, alla sedentarietà.

Il secondo punto ha a che fare con la non “naturalità” dello sport. L’argomentazione che gli sport siano un terreno naturalmente più adatto per i maschi e che le differenze nelle prestazioni sportive siano connesse alle diversità tra corpi maschili e femminili è ancora ampiamente condivisa nelle nostre società. Senza negare differenze fisiche tra corpi maschili e femminili, è necessario far emergere alcuni aspetti su cui difficilmente viene posta attenzione. Molti studi storico-sociali sullo sport mettono in luce come le prestazioni inferiori delle donne siano in larga parte dovute alla segregazione delle migliori atlete donne, costrette a gareggiare solo fra loro senza poter occupare spazi competitivi abitati dai migliori atleti uomini. Altri studi si focalizzano sulle diversità biologiche e fisiologiche rilevando come, sebbene gli uomini tendano ad essere favoriti in attività che richiedono forza, ci siano delle differenze fisiche anche a favore delle donne – che grazie al tipo di metabolismo e alla maggior quantità di grasso sono più agevolate nelle attività di resistenza estrema. A partire da questi dati è stato sottolineato in ambito femminista come per combattere le disuguaglianze di genere le donne dovrebbero competere con gli uomini non soltanto negli sport costruiti a misura della fisiologia maschile, ma anche in quelle attività che sfruttano i caratteri del corpo femminile, quali la resistenza, la coordinazione e l’elasticità.

Lo sport, come la medicina, è dunque un ambito che stabilisce e regola i corpi e che avvalendosi di parametri scientifici, ma non sempre sinonimo di oggettività, stabiliscono che cosa è dentro e che cosa è fuori. Per poter declinare queste considerazioni teoriche e astratte all’interno dell’aula, vi proponiamo un percorso di riflessione e presa di consapevolezza su questi temi interpellando lo sport e la medicina che abbiamo realmente svolto e che si è rivelato estramente efficace come strumento di intervento. Si tratta di un lavoro svolto da Cristina Gamberi e Davide Melchioni con un gruppo di circa 25 ragazzi e ragazze, in prevalenza studenti/esse di medicina, ma anche Lettere, giurisprudenza e filosofia, che può essere adottato anche per ragazzi/e adolescenti o con adulti.

Prima di procedere alla descrizione delle attività del laboratorio, è importante premettere che le ore precedenti erano state dedicate alla presentazione e esplorazione dei temi chiavi dell’identità di genere, che hanno permesso di dare una cornice di orientamento a coloro che hanno partecipato all’attività laboratoriale. Durante l’intervento strutturato in modalità frontale si era infatti voluto creare una mappatura essenziale dei principali temi collegati alla dimensione di genere (la costruzione sociale della maschilità e della femminilità), con l’obiettivo di condividere un vocabolario minimo, ma non superficiale, per dare conto della complessità degli argomenti. Si era infatti parlato della distinzione fra la dimensione dell’identità di genere (socialmente costruita e appresa), il corpo sessuato (ovvero il corredo genetico, ormonale, riproduttivo, ecc) e l’orientamento sessuale (l’attrazione per persone dello stesso sesso o per il sesso opposto, bisessuale e via dicendo). Si era parlato del genere come costruzione sociale, della femminilità e maschilità, ma anche di intersessualità, transessualità e transgenderismo.

Date queste premesse, abbiamo deciso di articolare l’attività laboratoriale ricorrendo ai metodi della didattica attiva, nello specifico allo studio di caso, con l’obiettivo di esplorare l’intersezione fra la dimensione del genere (e in particolare della discriminazione) e la pratica sportiva, e per lavorare sui vissuti, i preconcetti e gli aspetti emotivi solitamente meno indagati. É stato costruito un caso tratto da una storia vera successa nel mondo dell’atletica, che ha visto come protagonista Mokgadi Caster Semenya, una giovane atleta sudafricana specializzata negli 800 metri, diventata campionessa mondiale  di altletica a Berlino nel 2009. Caster Semenya, dopo la vittoria, è stata inizialmente oggetto di sospetti da parte delle colleghe che l’hanno accusata di essere un uomo, e successsivamente è stata sottoposta al sex test dal Comitato Internazionale di atletica per accertare il sesso di appartenenza. Purtroppo Caster Semenya è stata anche vittima di una sorta di processo mediatico, da molti ritenuto lesivo dei diritti fondamentali della persona, di stampo sessista e razzista. Ecco il caso come l’abbiamo costruito, che riporta solo la parte iniziale della storia

 

Caso

Agli ultimi Mondiali di Atletica, emerge una giovane ragazza di 18 anni che raggiunge in breve tempo gli onori della cronaca vincendo le principali gare di mezzofondista. La ragazza infatti ottiene la medaglia d’oro stabilendo un primato stagionale incredibilmente basso sugli 800 metri, facendo subito parlare di sè per le eccellenti prestazioni. A partire dalla sua vittoria, però, iniziano a rincorrersi voci circa la sua sessualità: l’aspetto androgino della ragazza suscita infatti dubbi da parte delle atlete colleghe che insuano il dubbio che in realtà la ragazza non sia altro che un giovane uomo.

A questo punto c’è qualcuno che chiede di indagare in modo più approfondito rivolgendosi all’equipe di medici che si occupa di medicina sportiva. Ma la giovane ragazza risponde alle illazioni e alle accuse che le vengono mosse sostenendo di essere donna, di dire la verità e di non avere nulla da nascondere, di non aver fatto uso di doping e che le sue vittorie sono solo il frutto dei suoi costanti allenamenti.

 

Domande guida

1) Quali emozioni vi suscita una situazione di questo tipo?

2) Che cosa fareste in una situazione di questo tipo?

3) Quale pensate sia il ruolo del personale medico in questa situazione?

4) Quali stereotipi di genere vi sono in questa situazione e in che modo leggere le dinamiche di genere potrebbe essere utile sotto il profilo professionale?

 

Inizialmente abbiamo suddiviso il gruppo in sottogruppi numericamente omogenei (max 6-7 persone) e abbiamo sottoposto il caso in forma scritta ai partecipanti affidandone la lettura ad alta voce a uno di essi, chiedendo loro di rispondere anche a partire dalle domande guida finali. Oltre a questa consegna, gli è stato dato un tempo prestabilito al termine del quale fare la restituzione finale in plenaria. A questo punto, i due formatori si sono allontanati perchè il loro ruolo non era quello di interviene direttamente, o di dare insegnamenti direttivi, ma era di lasciare che i partecipanti del gruppo usassero la propria immaginazione, intelligenza e curiosità. Chi è nel ruolo del formatore infatti diventa una guida e un facilitatore, stimola l’immaginazione costruttiva, educa alla spontaneità, ma non cerca di trasmettere il proprio sapere o verità.

L’analisi del caso ha il vantaggio di fungere da stimolo come esercizio di analisi delle cause, degli elementi rilevanti, delle decisioni da prendere, ma soprattutto l’obiettivo è quello di riflettere sulla situazione data e far emergere il proprio punto di vista, soprattutto a partire dalla prima domanda, che ha lo scopo di indagare e svelare le proprie emozioni rispetto alla situazione data e, a partire da esse, iniziare la riflessione, scambiandosi suggestioni, pensieri, esperienze, ecc. La seconda domanda sollecita l’aspetto di intervento e di azione positiva per rimuovere gli ostacoli, mentre la terza interpella l’importanza del ruolo che i partecipanti ptrebbero avere in questa vicenda (quello medico, ma volendo cambiare, si potrebbe declinare la domanda con i colleghi di squadra, gli allenatori, la famiglia, ecc. sulla base di ciò che su cui si vuole lavorare). La quarta domanda invece richiede una grande capacità auto-riflessiva: imparare a leggere le dinamiche di genere implicite nella storia, saperle individuare e svelare per poi decostruirle e cambiarle.

L’obiettivo è più dunque quello di condividere e dibattere con gli altri alla pari, piuttosto che trovare la soluzione; imparare a intraprendere un dialogo di lavoro collettivo e di gruppo in un confronto aperto a 360 gradi, mettendo le proprie idee e le proprie competenze a disposizione del gruppo, piuttosto che indovinare di chi si tratta; l’obiettivo è selezionare una gamma di soluzioni condivise per poi presentarle in plenaria e creare una discussione finale. Ed effettivamente è stato così: il lavoro del gruppo e la successiva restituzione in plenaria con l’aiuto di cartelloni e parole chiave sono stati estremamente interessanti, a dimostrazione di come il caso avesse sollevato molti interrogativi da parte di tutti/e. Se la reazione emotiva iniziale è stata simile (amarezza, imbarazzo, solitudine, ecc), le varie posizioni alle domande successive non sono state unanimi, dimostrando una grande varietà di approcci e di prese di posizione. Durante la plenaria il formatore ha guidato la restituzione ascolatando il lavoro dei gruppi, stimolando, ponendo domande, moderando, cercando anche di approfondire ed indagare, o di smontare stereotipi e cercando comunque di far emergere i concetti dal gruppo senza mai mettersi in cattedra.

Il caso sullo sport è stato quindi particolarmente utile per esplorare un settore delle nostre vite, l’attività sportiva, dove la dimensione di genere è dirimente, ma a tutt’oggi ancora pochissimo indagata e la metodologia attiva è risultata vincente per mettere in circolo vissuti e emozioni che normalmente rimangono sotto silenzio. Un’ultima cosa. Come è andata a finire? La storia di Caster Semenya ha avuto un esito positivo: l’atleta, è stata riabilitata, ha mantenuto le medaglie vinte e è tornata a gareggiare a livello agonistico, ma solo dopo alcuni anni in cui è stata impossibilitata a gareggiare in attesa degli esiti del sex test. La sua storia però rappresenta ancora un caso di come la diversità di scontri con pregiudizi e stereotipi di genere e come sessismo e razzismo siano ancora tristemente forti.