Tra donne e uomini

Dialogando con Gian Andrea Franchi*

 

Il Gruppo uomini di Verona

 

La testimonianza che segue racconta di un gruppo di uomini che si incontra ormai da molti anni a Verona. Mi è interessato particolarmente sollecitare Gian Andrea a parlarne e scriverne perché –  per sua stessa ammissione – si tratta di un gruppo che nella generalizzata crisi, spero di crescita, dei gruppi di uomini e tra donne e uomini, continua il suo lavoro, i suoi momenti di incontro e mantiene un significato positivo, anche emotivamente, tra coloro che lo compongono. Lo scritto di Gian Andrea tratta brevemente delle pratiche e dei contenuti che caratterizzano gli incontri. Centrale è l’ascolto, una pratica creativa, e rivoluzionaria aggiungo io, per il genere maschile, ma anche la riflessione sull’autorità e il potere, sulla priorità del partire da sé, che pur a volte si mostra così faticoso. Ma anche la segnalazione di un’assenza, per il momento, del gruppo sulla scena sociale e politica mi appare importante, poiché segnala una pratica che non solo ha informato i percorsi femministi, soprattutto alcuni, ma che credo dovrebbe essere sempre presente, in particolare nei nostri ambiti di intervento educativo: partire da sé può, deve anche significare un prioritario riferimento all’esperienza personale e di gruppo prima dell’apertura al sociale e, se questa deve essere inevitabilemente contemporanea, il ritorno a sé, alla riflessione personale e biografica, ma anche nel luogo rassicurante del gruppo, dovrebbe accompagnare ogni attività, in un moto pendolare tra interno ed esterno che possa aiutare a trasformare i vissuti in esperienze, le persone, le donne e gli uomini, in soggetti consapevoli della non separatezza tra le nostre vite e i compiti che nel mondo ci vengono assegnati.

 

Il testo è nato da una proposta di Barbara Mapelli, a latere di un seminario della LUD nel marzo scorso, in un colloquio sulla mia esperienza in gruppi di uomini politicamente riuniti a partire dalla questione del maschile.

Dissi allora che nel gruppo di uomini che da molti anni si riunisce mensilmente a Verona avevo trovato qualcosa non incontrato altrove, in situazioni di più forte risonanza pubblica.

Nacque così l’idea di un contributo per Pedagogika su questo gruppo.

E’ nato nel 2002 per iniziativa di alcuni che avevano partecipato ad attività seminariali dell’Università di Verona sulle tematiche del pensiero delle donne.

In tutti questi anni ha visto alternarsi nel succedersi degli incontri diversi uomini – solo tre rimangono oggi del gruppo originario –, ma è riuscito a mantenere fino ad oggi una continuità di atteggiamento e di temi.

Avevo proposto agli amici di Verona un contributo collettivo, ma poi si è subito manifestata l’ovvia difficoltà e anche i limiti di uno scritto comune. Inoltre, le ulteriori difficoltà – nel caso della scelta di un insieme di contributi, per mantenerli entro un certo numero di pagine e anche di coordinare efficacemente scritti diversi – hanno portato ad affidare a me uno scritto che cercasse di tener conto della discussione e degli scritti.

I contributi già pronti e altri che verranno andranno, comunque, a formare un quaderno che sarà un modo per iniziare ad affrontare organicamente un rapporto pubblico. In tal modo, l’iniziativa per Pedagogika sta generando un’apertura significativa e opportuna delle prospettive e dell’impegno del gruppo.

Alla fine, dopo essermi consigliato nei limiti del possibile con gli amici, ho optato per uno scritto basato principalmente sul mio sentire-pensare perché ho voluto evitare una sorta di collage, intrinsecamente sciatto, dato anche il carattere vivamente partecipe dei pochi scritti ricevuti e di una discussione che non si presta a sintesi astratte.

Che cosa significa un insieme di uomini tematicamente riuniti in quanto gruppo di genere, vale a dire riuniti politicamente e, di conseguenza, in maniera politicamente radicale (come tendenza – certo, molto in tendenza), nel significato letterale del termine di andare alle radici? Almeno questo io cerco, qui e altrove.

Ciò che posso dire è quello che io ho trovato nel gruppo di uomini, che si riunisce mensilmente a Verona, frequentato da circa tre anni. Qualcosa che può apparire modesto, quasi impalpabile e certo ancora del tutto privo di risvolti politico-sociali significativi. È qualcosa che da solo ovviamente non basta per una pratica pensante di politica radicale. Ma, senza di cui, una pratica politicamente e socialmente efficace ricade facilmente negli schemi tradizionali.

Ho trovato soprattutto una disponibilità all’ascolto.

Non è poco. Ascoltare veramente è una cosa molto difficile per chiunque. Ma particolarmente difficile e rara fra uomini.

É un gesto di pensiero. Ma non soltanto. Il pensiero è solo la punta della dimensione esistenziale. Ascoltare implica una disposizione emotiva e un lavoro sull’immaginario che devono anche toccare parti inconsce del corpo pensante. É una disposizione globale del corpo. Richiede inoltre una temporalità particolare: capire anzi i tempi diversi per ciascuno, senza fretta, impazienza; senza sovrapporvi il proprio ritmo temporale.

É questa una delle maggiori difficoltà nel passaggio a un impegno pubblico, sociale, che in genere richiede tempi molto diversi.

É un atto eminentemente creativo perché presuppone la messa a tacere del bisogno/desiderio più forte dell’arcaica base storica dell’androcentrismo, presente e attiva in ciascuno di noi: l’esigenza di autoaffermazione identitaria, la competizione per prevalere.

Ciò rimanda subito alla struttura di gruppo, alla sua organizzazione, alla questione della gerarchia, caratteristica generale di qualunque gruppo maschile (ma non solo).

E quindi al riconoscimento d’autorità come modulo di unione del gruppo, perché un gruppo in cui nessuno è autorevole non esiste.

Si tratta, come è stato detto in ambito femminista, di separare autorità da potere.

Ma, attenzione! L’ascolto presuppone che l’autorità sia riconosciuta a tutti i componenti del gruppo, nella misura in cui presuppone appunto il riconoscimento d’autorità nei confronti di chi si ascolta. Autorità di ciascuno in quanto singolo, cioè unico al mondo.

Un gruppo è un insieme di differenti. L’uguaglianza sta nel dar valore a tutte le differenze singolari; non in un tratto formale che sempre nasconde differenze di potere (per quanto minuscole).

Ovviamente, queste differenze avranno anche una diversa intensità. Ci sarà sempre chi vede più lontano e più nitidamente. Il problema è non trasformare l’autorità in potere, dunque, per prima cosa, non fissarla, non metterla al posto di se stessi.

Direi che caratteristica intrinseca di chi è veramente autorevole è sapere e accettare che nessuna autorevolezza è definitiva e riconoscere, accettare e suscitare l’autorità altrui.

Ascoltare veramente significa accettare di essere messi in crisi. Io credo che un autentico ascolto debba implicare – se non sempre, spesso – questa possibilità. Del resto, accettare attivamente una condizione personale di crisi è parte integrante del riconoscere la crisi generale della civiltà in cui viviamo, in cui tutti nel mondo vivono o sopravvivono o ne muoiono.

“Essere all’altezza di un universo senza risposte”, diceva Carla Lonzi. Ascoltare veramente, entrare cioè nel dramma della relazione, significa, butlerianamente, accettare l’esposizione all’altro, accogliere la propria precarietà, che è il passaggio verso l’altrui.

Crisi personale e crisi generale di civiltà non possono essere separate: l’una rimanda all’altra, con le opportune distinzioni. Crisi che è del patriarcato anche e soprattutto sotto i colpi di un androcentrismo che abbatte o suscita i patriarcati a seconda delle circostanze, ma che col patriarcato non si identifica affatto, può anzi distruggerlo, se rientra negli interessi, ad esempio, del capitale finanziario, a cui vanno bene il più duro patriarcato in un posto e la parità di genere o le coppie omosessuali in un altro.

Nell’accettare di essere messi in crisi, c’è un passaggio a mio parere fondamentale, che chiamerei “non raccontarsi favole”. Ciò che avviene molto facilmente in politica, perché la politica – diciamo: una politica di liberazione – implica una immaginazione del futuro, che può spesso servire ad abbellire fittiziamente il presente, svolgendo una funzione consolatoria e di nascondimento o rimozione della crisi, personale e generale. La politica diviene allora una sorta di surrogato della religione, una consolazione cioè del vuoto del presente.

Nel gruppo che si riunisce ogni mese a Verona ho dunque trovato questa disponibilità all’ascolto.

Ovviamente, come ho detto, non basta. Ci sono tanti altri aspetti che non vengono affrontati. In primis, il rapporto con il sociale, il passaggio cioè più vivamente politico: il confronto in uno spazio pubblico, aperto, non protetto, in cui il rapporto fra il soggettivo e il politico viene messo alla prova dell’indifferenza, del rifiuto, della violenza.

Un gruppo d’ascolto deve essere un gruppo non gerarchico. Ma, come ho detto, non si tratta di fare solo un gruppo d’ascolto. Anzi, nemmeno si può. Un gruppo che rimanga solo d’ascolto, infatti, alla fine non è nemmeno più tale, perché tende a diventare un gruppo chiuso, autoprotettivo rispetto al rischio del “fuori”. Tendenza inesorabile verso la negazione della sua stessa esigenza originaria.

Se l’ascolto deve essere una dimensione essenziale, insostituibile, soprattutto in un gruppo che si definisce nel porre a tema la critica dell’androcentrismo, traendone conseguenze umane e politiche, non può, dunque, essere l’unica.

La capacità d’ascolto presuppone il “partire da sé”. Ma il partire da sé, come lo abbiamo ricevuto dal pensiero e dalla pratica delle donne, non deve essere intimistico, consolatorio, meramente terapeutico (non potrebbe neanche esserlo). Non deve essere un parlare di sé.

Il narrare se stessi – raccontare aspetti ritenuti importanti della propria storia esistenziale – deve essere un punto di partenza verso la dimensione relazionale, sociale, collettiva, politica (la pòlis). Questa, sarebbe una vera e propria sovversione politica, se praticata effettivamente, collettivamente e pubblicamente da uomini.

Il partire da sé pubblicamente in quanto uomini per giungere a ‘criticare’ (nel senso forte e largo della “critica dell’economia politica” o della “teoria critica” dei francofortesi) la struttura sociale, in quanto androcentrica, è un passaggio fondamentale, ancora tutto da fare e su cui, quindi, bisogna immaginare e prospettare un lungo percorso.

Un percorso ormai necessario. Ciò si rivela particolarmente in alcune sempre più numerose situazioni drammatiche in cui l’ascolto e il partire da sé sono indispensabili.

Porto un esempio concreto dall’attività con i rifugiati che sempre più numerosi arrivano nel nostro paese da devastazioni di ogni tipo, soprattutto da Africa, Medioriente, Asia. Esempio non casuale, se si considera la nozione di crisi cui ho accennato sopra, nella duplice accezione individuale e sociale.

Queste persone, abbandonate a se stesse, private di radici, affetti, attività significative, esigono ascolto, attenzione, nominazione, per essere veramente aiutate in termini politici e non meramente assistenziali; per prendere coscienza, inseparabilmente, della propria dignità e dei propri diritti. In un contesto non tanto e non solo di diritti giuridici – dati e riconosciuti, cioè, da un potere, che ovviamente dà sempre solo per dominare -, quanto di ciò che Simone Weil chiamava “bisogni dell’anima”, ovvero – dico io – di bisogni costitutivi della condizione umana, senza di cui l’essere umano è mero sopravvivente, “nuda vita” e non un singolo, dotato di valore assoluto perché unico.

 

 

*trentino-friulano, ha insegnato filosofia nei licei fino a quando ha pensato che non era più il caso. Si occupa di filosofia intesa nel suo significato originario come presenza pensante nella pòlis. Si considera un uomo del ’68, fra un Marx non ortodosso e femminismo, ma con un’attenzione particolare per autori inclassificabili come Simone Weil e, soprattutto, Carlo Michelstaedter.