Lasciare

Quanto più da vicino si osserva una parola, tanto più lontano rimanda il suo sguardo”. Il suggerimento viene da Karl Kraus. Non saprei spiegare con chiarezza perché, ma sento che questo aforisma del grande critico tedesco potrebbe svelare qualche interessante relazione con la parola “lasciare”.

Cercando di evidenziare una curvatura pedagogica delle risonanze di questa parola emergono alcune figure, paradigmatiche ed esemplari.

Una è quella già contenuta nel paradosso strutturale dell’educazione. L’educazione descriverebbe – anche seguendo i suggerimenti dell’etimologia – quella particolare regione della realtà che mentre cerca, anche spasmodicamente, di “condurre fuori e oltre” un soggetto che chiede di essere educato, che ha bisogno di essere educato, che si desidera educare, allo stesso tempo, cerca di promuovere la libertà di quello stesso soggetto, aumentandone le possibilità di conoscenza ed esperienza. Tutto questo l’educazione cerca di metterlo in atto grazie a quel taglio della vita diffusa che essa rappresenta, grazie ai limiti che impone al soggetto: il soggetto viene quindi educato lasciandolo andare.

Un’altra figura è quella, più concreta o, meglio, più vicina alla materialità dell’esperienza formativa, dell’ultima lezione. Figura intrigante, importante dal punto di vista della metodologia, della didattica, della pragmatica dell’educazione, ma, psicoanaliticamente parlando, anche figura della possibilità e dell’impossibilità della fine dell’insegnamento, dell’educazione, della formazione – forse perfino della cura.

Se nel momento della fine si ripensa spesso all’inizio – nel quale come insegnava Hermann Hesse “c’è sempre una magia che a vivere ci aiuta” – ecco un’ipotesi di quello che si può palesare nella mente dell’insegnante al principio di un corso.

Dove saranno ora?”, è questa, forse, una delle domande più intense che si può formulare sui propri “allievi”? Una domanda che può riguardare il presente della lezione: quel presente che si passa insieme, in un attimo, in un istante condiviso, nello stesso spazio, attaccati alle stesse immagini, alle stesse parole, alle medesime emozioni. E in questa stessa evidenza chiedersi “dove saranno ora? Dove saranno i loro pensieri? Adesso? E fra un momento? Già mentre ancora parlo e ascolto il loro silenzio? E fra un momento, quando avrò finito di parlare, senza però aver davvero terminato il mio discorso? Dove saranno fra poco le loro mani? Che sembravano trattenere, nelle più varie scritture, ciò che ci teneva insieme, forse vicini o lontani?” Un anelito che il presente dell’insegnante che fa quell’ultima lezione rivolge a ciò che la dissolverà, nel presente di un altro attimo, nello spazio della vita di un altro, nelle possibilità di quella vita che, sentiamo, non potrà appartenerci mai fino in fondo.

Sono queste le stesse domande che l’insegnante sfiora mentre fa la sua lezione? Sono le domande di un amante che non vorrebbe solo sedurre, ma essere finalmente sedotto e portato altrove dal desiderio di chi doveva catturare? Un insegnante che spera di essere segnato ancor più che insegnare. Segnato dalle potenzialità di quest’ultimo incontro che lo superano. Segnato dal modo in cui il suo sapere ha potuto riattivarsi nel corso di quest’ultima lezione. E, nel caso migliore, segnato dall’incontro del suo sapere con l’altro, con la vita e il sapere dell’altro.

I desideri e le aspettative sull’ultima lezione possono condensare, a volte, molti dei tratti latenti di un corso di lezioni, di incontri formativi, di supervisioni, di esperienze laboratoriali. La questione è antichissima: come finire? Se la questione viene interpretata in senso pienamente pedagogico ne richiama, quasi immediatamente, un’altra, interna, per così dire, alla prima: come non far finire qualcosa che finisce?

Virginia Woolf potrebbe rispondere con le parole di uno dei personaggi del suo Al faro: “Tutto dipende quindi, pensò Lily, guardando il mare senza neppure una macchia, così soffice che le vele e le nuvole sembravano incastonate nell’azzurro, tutto dipende, pensò, dalla distanza – se le persone sono vicine o lontane”.

Molto dipende dalla distanza. L’associazione un po’ ovvia, ma sempre pertinente, del buon insegnante è con la giusta distanza. O forse, come protendo a credere, dipende da un sistema complesso di prossimità, immaginario e materiale.

La figura dell’ultima lezione evoca una doppia prossimità: da una parte si è prossimi alla fine di un percorso, di un processo, di una relazione di un certo tipo, che prende la forma da una compresenza che vorrebbe generare una comprensione. D’altra parte finendo, lasciando andare l’altro – lasciando anche andare quell’esperienza, quel rapporto con il sapere – si desidera che l’atto di questo finire generi una nuova prossimità con ciò che resta, con ciò che quella lezione, quel corso, quell’incontro lascia.

Questa doppia prossimità rimanda alla responsabilità dell’insegnante come a quella dell’allievo. In questo “lascito” si aprono le possibilità di una vocazione. Il lasciare dell’uno evoca e genera immediatamente la responsabilità dell’altro a “non finire”, a non lasciar finire. L’attesa che le lezioni, gli incontri precedenti avevano fatto prima nascere e poi crescere in chi ha atteso, con il lasciarsi dell’ultima lezione costringono chi attendeva a frequentare, individualmente o collettivamente, l’aperto che si trova sempre ad affrontare chi deve iniziare a viaggiare e non più aspettare.

Lasciar-essere, nel senso di lasciar-essere l’ente come quell’ente che è – scriveva Heidegger in Dell’essenza della verità – significa lasciarci coinvolgere da ciò che è aperto nella sua apertura, entro cui ogni ente sta, portandola per così dire con sé”.

Durante un’ultima lezione alla quale ho recentemente assistito, una donna che ha insegnato a molti e ha tenuto per molti anni un insegnamento di Pedagogia generale, poneva ai suoi allievi la questione antichissima – tutta interna alla storia della pedagogia – della necessità di considerare, grazie a ciò che ci ha insegnato il sapere psicoanalitico, la relazione profonda tra il dolore e la formazione, tra la sofferenza psichica e il suo effetto pedagogico, il suo lascito in termini di cambiamento possibile nel soggetto. Anna Rezzara, che ha scritto pagine molto accurate e illuminanti sul tema della “valutazione formativa”, ha più volte sottolineato che per poter valutare e comprendere il “guadagno formativo” di un processo che possiamo chiamare pedagogico è necessario “lasciarci coinvolgere” da un’apertura che non solo apra nuovi orizzonti conoscitivi, sulla propria e l’altrui realtà o vicenda. Quest’apertura può divenire pedagogicamente significativa se si radica anche su quello speciale “svelamento” che ognuno di noi dovrebbe considerare come un elemento essenziale per poter trasformare e poter creare le condizioni “sufficientemente buone” di un cambiamento. Affinché l’altro, finalmente, possa desiderare di apprendere anche grazie al nostro lasciare.

Sempre più spesso mi capita di pensare che il modo più fertile di fare ricerca nella tradizione sia non tanto tentarne una trasgressione, ma far coincidere la trasmissione con il nostro radicale lasciarci andare al ritmo più nascosto di quella tradizione che forse, troppo velocemente, tendevamo a liquidare. Credo che una buona ultima lezione dovrebbe contemporaneamente dispiegare la forza di una tradizione, rispetto alla quale ogni lezione deve rappresentare il più seducente invito, e creare in chi assiste la sensazione, quasi fisica, che ogni sapere, soprattutto quello pedagogico, nasce per aprire vuoti e silenzi da colmare con nuovi ritmi e nuove musiche. È noto che non si comprende una musica e non si sente un ritmo se non ci si lascia andare.