Un villaggio per educare

Gentile Redazione,

sono una mamma che in questo periodo deve prendere la decisione di che tipo di scuola far fare a suo figlio che il prossimo anno frequenterà le medie. 

Sembra una scelta piuttosto semplice, dettata dal territorio e dalla vicinanza tra scuola e casa, ma in realtà non è così. In molte secondarie di primo grado l’offerta formativa è piuttosto variegata e sono presenti diversi indirizzi che identificano il percorso di studi: linguistico, scientifico, informatico, teatrale, solo per citarne qualcuno. E quindi, agendo col buon senso, se un criterio è la vicinanza che permette al ragazzo di muoversi con autonomia nel proprio quartiere, un altro è quello di seguire le sue inclinazioni, i suoi interessi, i suoi talenti. Già. Ma purtroppo non è così: come al solito ci si ritrova di fronte alla lotteria scolastica, in cui magari proprio nell’indirizzo prescelto si dice che ci siano gli insegnanti peggiori. Si dice. Sarà vero, poi? E, anche, si viene assaliti dal dubbio che come fa a sapere con esattezza un ragazzo di 11 anni cosa gli piace? Non è meglio che sperimenti un’altra cosa avendo così la possibilità di fare esperienze inedite che possono contribuire a formare la sua identità in maniera più completa? 

Claudia P.

Risponde Liliana Marchi docente di lettere nella scuola secondaria di I grado

 

Abbiamo iscritto il nostro primo figlio, oggi laureato, a una scuola media non vicinissima a casa, che proponeva lo studio di due lingue straniere e come prima lingua il tedesco: ci sembrava un’ottima scelta, cosi lui avrebbe non solo imparato l’inglese, ma addirittura un’altra lingua comunitaria e si sa, le lingue sono così essenziali e utili!

Risultato: mio figlio odia le lingue, ma ha incontrato docenti che lo hanno seguito nel suo processo di crescita, indirizzato, aiutato a costruirsi un metodo, e a riconoscere le sue potenzialità orientandolo alla scelta della scuola superiore.

Invece per la seconda figlia… Abbiamo preferito la scuola del territorio, che tutti dicevano “malmessa” a causa dell’utenza spesso problematica ( stranieri, rom, minorenni con disagi familiari importanti): ma a noi genitori piaceva il preside, attento, presente, pronto a parlare con i ragazzi, ad uscire dalla scuola per andarli a prendere ai giardinetti, a riceverli in presidenza dando importanza anche a piccole semplici domande o richieste o dubbi.

E poi offrivano un corso di teatro e lei sembrava proprio portata per questa attività creativa.

Risultato: non credo che lei ricordi tanto l’esperienza teatrale, ma il preside si, lo ricorda, e i suoi colloqui, e i docenti che l’hanno ascoltata, e quelli che non hanno ascoltato né lei né i ragazzi più sfortunati.

Così, se devo pensare cosa è stato importante per loro: imparare un metodo di studio grazie al quale hanno poi affrontato superiori, università e master in terra straniera, solidificare i saperi di base, ampliandoli e scoprendo la passione per la conoscenza e il sapere, anche quello considerato “inutile”, ma soprattutto incontrare persone che con il loro essere docenti/formatori li hanno motivati a credere in se stessi, nella vita e nella partecipazione attiva, come individui adulti, alla realtà quotidiana.

Se possibile, il primo criterio è questo: una scuola che permetta veramente l’incontro con docenti/persone che almeno si avvicinino all’essere “maestro” .

Persone che amino il proprio lavoro, che amino stare con i ragazzi, che si ricordino di quando erano loro ragazzi/adolescenti, che non abbiano paura di essere scomodi, schietti con suo figlio e con lei, che siano esigenti, che pretendano uno studio profondo, che sappiano fare emergere il meglio dai propri alunni, e così sappiano indirizzarli a riconoscere non solo cosa piace ma anche per cosa sono portati e quale potrebbe essere il loro scopo e il loro posto nella società degli adulti.

Persone attente a relazionarsi con ragazzi che stanno avendo un’esperienza sociale diversa da quella vissuta ad età analoghe dalladulto che hanno di fronte, persone attente all’evolversi della società ma non succubi del cambiamento, bensì critiche e propositive.

Persone che abbiano una maturità emotiva e sappiano trasmettere un’educazione alle emozioni; persone che, in una società dove sono persi e smarriti i punti di riferimento, dove emerge un individualismo sfrenato in cui nessuno sembra essere più compagno di “ cammino” ma antagonista di tutti, dove la parola ha perso la sua funzione di comunicazione profonda del proprio essere, sappiano educare i ragazzi a riconoscere e poi gestire le proprie emozioni, siano esse “positive” o “negative”.

Ricordiamoci che la scuola secondaria di primo grado è ancora scuola dell’obbligo, è scuola che deve formare , non specializzare, è scuola che dovrebbe permettere al singolo di porre i mattoncini su cui costruire poi la propria personalità, il proprio essere come persona, come cittadino, come uomo o donna competente in una disciplina/ attività specifica.

Per carità, ben venga una scuola che stimoli e interessi, che sia aperta alle nuove tecnologie, ma soprattutto che inviti i nostri ragazzi a uno spirito critico anche verso le discipline e le attività proposte.

Ben venga una scuola con proposte volte ad arricchire la conoscenza del nostro patrimonio artistico, o a proporre attività musicali, o gite e viaggi in Italia e all’estero.

Ben venga una scuola che approfondisca lo studio delle lingue comunitarie, o proponga scambi culturali attraverso i progetti europei (Comenius…), o rifletta con progetti specifici su legalità e mafie.

Ben venga una scuola che incrementi le attività sportive o quelle scientifico/matematiche o quelle prettamente linguistiche (attraverso gare come le Olimpiadi della matematica e della lingua italiana).

Dopo due figli e un’esperienza più che trentennale nella scuola sono convinta di questo: la differenza la fa soprattutto il docente, non solo la proposta formativa più o meno ricca: la differenza, per la crescita dei nostri ragazzi, la fanno le persone che incontrano durante il loro percorso.

Provi a chiedere questo a chi dice “gli insegnati di quella scuola sono migliori o peggiori”: non se danno tanti compiti o pochi, se le lezioni sono divertenti, se bocciano o promuovono se usano la lavagna o la Lim o i tablet e i libri digitali (tablet, Lim, libri digitali sono solo supporti all’insegnamento, strumenti che già fra qualche decennio saranno superati da altre tecnologie).

Chieda se sono dei “maestri”, e che ricordo ne hanno i loro ex alunni (che tornano alla “ vecchia” scuola, che raccontano ai loro “vecchi” professori come stanno andando alle superiori, nel lavoro, nella vita).

Così sarà più facile scegliere: il vero “maestro” saprà indirizzare suo figlio a crescere armoniosamente, a sviluppare le sue inclinazioni e i suoi talenti.

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