Educazione e responsabilità

L’educazione, la scuola come espressione della politica educativa ovvero dell’educazione in funzione della società, è chiamata ad occupare lo scarto generazionale, ad averne cura, a rispettarla, a mantenerla, a fare passaggio da una generazione a un’altra, da un tempo a un altro tempo.

Giuseppe Ferraro*

Sono colpevole di ciò che non ho commesso. Così parla la Responsabilità. S’intreccia alla colpa, si è responsabili anche senza aver commesso alcunché, ma senza evitare che sia accaduto e che possa accadere. Essere responsabili è aver cura. Riflettere sulle conseguenze di una scelta, tenere un determinato comportamento, ma decidere se continuare a seguirne gli effetti o se rinunciarvi e prendere un’altra via. La Responsabilità non è obbedienza. È una scelta. Nel suo principio la Responsabilità tiene insieme passato e futuro. È cura del presente nel tenere insieme la memoria e l’oblio. Bisogna avere una memoria robusta per dimenticare senza smettere di ricordare.

Solo con l’oblio si dà ciò che non è mai stato prima. Solo però con il ricordo si può non ripetere quel che è già stato prima. In mezzo c’è il passaggio da una generazione a un’altra. Ed è di questo passaggio che si risponde a se stessi, nella propria vita, nei propri legami, nei propri compiti istituzionali. C’è una memoria non scritta, se non si racconta, disperde il presente. Allora non si dà futuro, perché il futuro è quel che racconteremo di questo tempo adesso come passato. Non ci manca il futuro, manca la raccontabilità del presente. La responsabilità è racconto. È perciò ascolto.

Gli anni avanzano in una contemporanea/età di generazioni differenti. Tenerle insieme è stabilire comunità e dare continuità. L’educazione si dà per uno scarto di generazione. La relazione insegnante è messa a questa prova. Un uomo e una donna a fronte di chi diventerà uomo o donna nel suo percorso di vita e nelle sue scelte singolari. Un tempo a fronte di un altro tempo. Insegnare è dare il proprio tempo propriamente all’altro, dedicarsi. Non c’è educazione senza continuità e senza comunità. L’educazione si è rotta. Il passaggio parrebbe caduto nello scarto del tempo. Baumann ha così potuto parlare di “vite di scarto”. La differenza di valore che non si comprende in comunità e continuità, si disperde. Il tempo si rompe. “Aggiustarlo” è ricomporre il presente come memoria e oblio, come racconto e ascolto di un tempo che viene ed è adesso come quello in cui rispondere di sé, del proprio agire personale, sociale, politico. Aggiustare il tempo non sarà fare giustizia come nella voce di Amleto, ma essere giusti. È del proprio che si risponde, quello personale. “Aggiustarlo” è essere giusti con il proprio tempo. Andare a tempo con quel quel che accade e si richiede. Non è lo stesso che dell’attualità. La responsabilità è inattuale.

Nella lezione di Nietzsche solo dimenticando si può inventare ciò che si è atteso. È un incrociarsi strano, complesso, risulta anche incomprensibile pensare di dimenticare e ricordare insieme. Eppure è proprio del “pensiero” questo ricordare senza smettere di dimenticare e viceversa. Darsi pensiero. Heidegger faceva valere quella suggestiva assonanza di voce tra Denken e Danken, pensare e ringraziare. Nella “grazia”, memoria e oblio si danno ricevimento. La responsabilità sarà perciò anche gratitudine. Un tempo si diceva “obbligato” quando si esprimeva la propria gratitudine. Bisogna pensare alla responsabilità come a un tale obbligo verso la vita.

Platone distingueva la “mneme” dall’“anamnesi”, la memoria scritta e ripetitiva non è quella che sovviene, come ciò che sale da dentro, come la vita che viene all’esistenza ed è generativa. La ricordanza, l’anamnesi, è il ricordo di ciò che non si è vissuto. La nostalgia racconta al desiderio la gratitudine da esprimere al presente, perché non sia uno scarto, ma un passaggio il tempo che si vive.

Jonas e Arendt sono stati gli ultimi a parlare di Responsabilità. Jonas ha fatto valere il “Principio Responsabilità” in una prospettiva rovesciata del “Principio Speranza” di Ernest Bloch. La Responsabilità è il richiamo a salvaguardare nel presente la continuità di vita per le generazioni future. Hannah Arendt ha marcato il rapporto tra Responsabilità e Giudizio insistendo sulle decisioni personali a fronte di imposizioni totalitaristiche. La sua insistenza è sul rapporto dissolto tra sfera sociale, politica e personale. La sua “banalità del male” è l’obbedienza al mercato quotidiano dell’impiegato di commercio del totalitarismo.

Lasciano ancora adesso così sorpresi le sue “riflessioni su Little Rock” quando “leggeva” quella manifestazione di razzismo contro una ragazza “nera” che cominciò a frequentare la scuola dei “bianchi”. In quella foto la ragazza è scortata da un uomo, amico di famiglia, mentre avanza tra una folla di ragazzi, studenti di quella scuola, che la insultano e denigrano. Sono i bulli di allora come i razzisti sociali di adesso. Come risolvere una tale immagine della scuola? Di chi è la responsabilità?

Siamo forse arrivati al punto che è ai nostri ragazzi che dobbiamo chiedere di cambiare e migliorare il mondo? Pensiamo forse che le nostre battaglie politiche debbano essere condotte nei cortili delle scuole?” Così chiedeva Hannah Arendt, aggiungendo “un’ultima parola su politica ed educazione. L’idea che si possa cambiare il mondo educando i bambini nello spirito del futuro è stata sempre uno dei tratti distintivi delle utopie politiche. Ma il problema di fondo non è mai cambiato: il tutto potrebbe aver successo solo se i bambini venissero realmente separati dai genitori e allevati in istituzioni pubbliche oppure venissero talmente indottrinati a scuola da ribellarsi infine ai loro stessi genitori. Ed è questo che in effetti accade nelle tirannie. Se, viceversa, le autorità pubbliche non sono propense ad aderire fino in fondo ai propri sogni, i loro esperimenti educativi nel migliore dei casi non daranno risultati e nel peggiore irriteranno e inimicheranno genitori e figli, che si sentiranno privati di alcuni dei loro diritti imprescindibili.

È sorprendente come Hannah Arendt metta in risalto un conflitto generazionale che ha come effetto la degenerazione educativa. Bisognerebbe, scriveva, “separare” figli e genitori. L’educazione, la scuola come espressione della politica educativa ovvero dell’educazione in funzione della società, è chiamata ad occupare lo scarto generazionale, ad averne cura, a rispettarla, a mantenerla, a fare passaggio da una generazione a un’altra, da un tempo a un altro tempo. L’utopia è il cambiamento. L’utopia è un’educazione generativa, che viene bloccata quando inciampa nella sovrapposizione di generazioni che confliggono quando si “passano” il tempo, quando perciò il tempo non passa, quando non c’è futuro se non in attesa liquefatta. Abbiamo liquidato il tempo. Non c’è. Non lo abbiamo. Si è inceppato. Lo sviluppo è senza progresso. Siamo come fermi ad un’innovazione continua e senza avvenire.

La scuola è un luogo di passaggio, dalla casa alla città, dalla famiglia alla società. Questo passaggio richiama le generazioni, le differenze, il tempo. Formazione è per sua espressione generativa, quando diventa formattazione ripiega su un’istantaneità che scivola come le “slide” che scorrono al muro e negli occhi, facendo perdere l’incontro, la voce, i legami. Il tempo non passa più, non ci si passa il tempo. I sentimenti sono fatti di tempo. Intanto invochiamo l’alfabetizzazione delle emozioni e l’educazione all’affettività, lasciando fuori scuola l’educazione ai sentimenti e alla società.

Ancora più sorprendente è l’altra “riflessione” di Hannah Arendt su quella immagine della ragazza “nera” stretta tra la folla del razzismo bullismo “bianco”: “Il problema, dunque, non è come eliminare la discriminazione, ma come tenerla dentro i confini della sfera sociale, in cui è legittima, e come evitare che trapassi nella sfera politica e in quella personale, in cui invece è distruttiva.

Tra “legittimo” e “distruttivo” bisogna mettere “legale”, non come giuridico, ma come “legame”. La responsabilità della politica è tenere insieme, legare, il personale e il sociale. Il sociale è politico quanto il personale è politico. La crisi della Responsabilità è la separazione tra sociale e personale. Da una parte il disagio sociale, dall’altra la solitudine personale. La responsabilità è personale e riguarda il proprio rapporto con la società, l’una sfera si rapporta all’altra, se lasciata sola, ognuna di queste sfere diventa distruttiva. Più di ogni altra è distruttiva quella personale quando non trova applicazione, quando si resta soli, isolati, senza neanche più il sentimento della solitudine che fa intimità del proprio essere se stessi.

S’impone perciò la domanda: che cosa è ancora la responsabilità? Come tenere insieme sociale e personale tale che il sociale sia politico quanto il personale. Manca una politica sociale? O non sarà forse che la politica debba fare scuola, essere educativa? È certo un dato che la scuola cambia ad ogni governo, altrettanto certo che ad ognuno di questi cambiamenti corrisponde una erosione della funzione educativa della scuola ridotta sempre più a formattazione e “produzione” di efficienza per “giovani adulti”.

Dare una risposta significa capire ciò che è prima della formulazione della domanda. Ogni domanda è di per sé un’esitazione di risposta. La risposta è dentro la domanda. Alla fine, è facile capire come le domande s’impongono prima ancora di trovare una formulazione. Che cosa dunque s’impone?

Viene immediato “rispondere” che è la vita che s’impone, l’esigenza che viene da ciò che si vive. Domandare è pensare, mettere in pensiero la risposta, dialogarla, dividerla in domanda e risposta, darle tempo, condividerla con altri, aspettare che sia accolta da una altra voce, fosse anche solo quella interiore, che viene comunque da altro, da quell’altro che viene e s’impone. La condizione d’esistere è rispondere. Esistiamo come persone per rispondere. Se non rispondiamo nemmeno esistiamo. La parola umana è risposta a ciò che s’impone senza voce. La parola divina è profetica, “dice” senza dire, manifesta. Ed è di fronte a ciò che si manifesta che rispondiamo. La responsabilità è dapprima trovare la domanda, formularla come pensiero di risposta. La responsabilità è porsi la domanda, perché nel domandare c’è il darsi pensiero della risposta. Uscire dall’esitazione, ciò che si può solo incontrando l’altro, l’altra che viene e si lega al domandare nel luogo dell’esigenza di ciò che s’impone. La responsabilità è nel ponderare, nel pensare, nel farsi la domanda. Chi non si fa domande nemmeno può dirsi responsabile.

Fin quando questa imposizione non diventa l’obbligo stesso del “domandarsi” del “dar luogo” non ci sarà risposta che possa seguire alla formulazione di un legame comune. Se la domanda è un’esitazione di risposta, rispondere è uscire dall’esitazione, la responsabilità è nel darsi cura, farsi persona dell’uscita dall’esitazione. La responsabilità personale per essere sociale. Entra sul piano di passaggio della politica, che altro non è se non questo legame di personale e sociale nella sua educazione.

Come passare dal personale al sociale? Questo domanda la Responsabilità. Quali sono i passaggi, i luoghi dove passare? Come passarsi la parola? Come passare il proprio tempo? Come stare insieme? A ben riflettere è la domanda per la quale si chiede della libertà. Responsabilità e Libertà stanno insieme. Sono legate. Ed è questo legame che ogni volta si tratta di tenere, mantenere, averne cura. Chi è responsabile è libero. La responsabilità risponde della libertà e viceversa. Siamo liberi nella nostra responsabilità?

Nessuno è libero da solo. La libertà è fatta di legami. Il grado della propria libertà si misura dalla qualità dei propri legami. Ci sono di quelli che imprigionano e di quelli che lasciano respirare. Non è solo l’aria che che si lascia respirare, respiriamo le persone. In carcere inferriate, chiavi e cancelli sono ancora le divise, i ruoli, le grate del linguaggio di scambi di favori e di opportunità. C’è una prigione della mente che è chiusa in se stessa, “attaccata”, come si dice nel gergo della dipendenza, senza legami. Siamo dipendenti dagli altri senza avere legami, senza essere liberi. La libertà di un Paese si misura dalla qualità dei suoi legami sociali. Quando sono anonimi, schiacciati, falsificati, formalizzati, mercanteggiati, allora il grado di libertà fa vacillare quello stesso della democrazia.

La stessa legalità è fatta di legami, prima che giuridica, la legalità è affettiva. Ed è quando l’effettività è separata dall’affettività che la colpa diventa un reato senza poter salire il livello simbolico della responsabilità. Diventa allora una resa. Una cosa “res” senza alcuna ponderazione, senza alcuna pensiero. Non ci si da pensiero. Non si ha cura.

Il filosofo ripete il suo motto, “penso, quindi sono”. Chi è recluso in carcere ripete dentro di sé muto il grido “sono pensato, dunque esisto”. Ed è questo rapporto tra essere ed esistere che parrebbe il passaggio negato dalla domanda alla risposta, da ciò che s’impone alla responsabilità che reclama. Si resta prigionieri dell’essere quando il pensare è che cosa sono. Si resta anche aggrediti dalla libertà. Allora la libertà aggredisce la volontà, la imprigiona, la fa andare e venire da se stessa, senza sosta come il passeggio di un detenuto all’interno di una cella interiore. La libertà aggredisce la volontà, la lacera, si vuole e non si vuole, si sceglie senza decidere. Si resta soli. E nessuno è libero da solo. Non si sceglie mai una cosa per se stessa, ma per il legame che essa come cosa permette di tenere, mantenere, trovare. Si scelgono le persone. Anche a scuola si sceglie di seguire la matematica o la letteratura scegliendo la persona che suscita il desiderio di apprenderla. E chi insegnando non suscita il desiderio di ciò che dice di sapere, non sta insegnando. La responsabilità è il sentimento stesso della libertà e non è senza l’educazione.

Nancy ha scritto che se c’è una crisi dell’educazione, c’è una crisi dell’amore. La frase appare includente, si perde in un rimando senza soluzione, evapora. Trova consistenza appena si riflette che l’amore non si insegna, ma che senza amore non si può insegnare. I sentimenti non s’insegnano, ma senza sentimento non c’è insegnamento.

La responsabilità è il sentimento stesso della libertà. Bisogna sentirla. Quello che parrebbe mancare è un’educazione ai sentimenti. Il punto è che non si dà educazione senza sentimento e non c’è sentimento senza educazione. Se avvertiamo l’esigenza di un’educazione ai sentimenti è proprio perché l’educazione si è separata dal sentimento. Educare ai sentimenti ora significa legare l’educazione ai sentimenti. Ritrovare questo legame è la scuola che ci spetta e che ci aspetta. Ciò che vale per un ritorno alla politica, vale per il ritorno alla scuola.

La legalità è fatta di legami. La libertà è fatta di legami, nessuno è libero da solo, né da solo ci si libera. E però questo un momento sociale in cui la libertà è quella degli altri, mai la propria. La libertà ci sovrasta come una minaccia. Ci aggredisce. Porta il ragazzo a fare gesti senza pensare, incontrando un coetaneo. Lo pugnala per lo smartphone, per il motorino, per l’orologio, per una cosa, senza alcun motivo o causa. Si uccide, poi, dicendo, per amore, togliendo la libertà a chi soltanto ti può far sentire vivo. Ognuno è separato, separata. La condizione umana è la separazione. Blanchot diceva che non possiamo separarci, perché siamo già da sempre separati. Il punto è che ogni legame parla della separazione, la marca, la richiama. Ogni legame non è che la manutenzione della separazione. L’insegnante che parla dei “suoi” alunni, non sbaglia. Sono i “suoi” alunni, per un possesso senza proprietà. L’amore conosce questo possesso senza proprietà. “Sei mia”, non di me. “Sei mia di te in me”, sei mia per come nemmeno tu stessa, tu stesso, sai di essere. È come un dono. Non uno scambio, non una proprietà. Il dono è più difficile da accettare, perché spinge a risponderne di sé. Se proprio si vuole “rovinare” un ragazzo a scuola, bisogna dargli fiducia, non sospettare che mente o che sia come pregiudicato. A dargli fiducia lo si mette nella condizione di risponderne, di essere all’altezza. Ed è questa “altezza” che manca in tutte le formulazioni che possiamo ricavarne quando riguarda la propria interiorità, il proprio credere e sentire, il proprio sapere, le proprie relazioni. Non è lo stesso della “condivisione” e della “competizione” che non si capisce come possano stare insieme o come stia insieme la competenza con la competizione. Non si capisce come si possa avere “autostima” senza l’altro, senza l’altra che la susciti come desiderio. Bisognerà dissequestrare come tante parole anche quella di essere all’“altezza” come rispetto, pudore, ammirazione.

È libero chi è ascoltato. Chi non trova ascolto non è libero. Dare ascolto è come passare il proprio tempo all’altro, dargli tempo perché nel suo racconto possa sapere quel che di sé non conosceva e perciò non sapeva di sapere. L’esercizio della filosofia arriva sempre su questo luogo del sapere del sapere non sapere. È un luogo di passaggio, quello del dialogo in cui ci si passa la parola. Se c’è una crisi della responsabilità è perché non c’è passaggio.

La scuola è un luogo di passaggio. La parola che più si usa a scuola è questa. Ci si passa il compito, si passa sotto scuola. Si passa da un grado a un altro, da un ordine scolastico ad un altro. La scuola è un luogo di passaggio dalla casa alla città. Dalla famiglia alla società. Educare è passare guidandosi a partire da. Educare è passare. Chi è educato passa. A scuola ci si passa il tempo. Chi insegna passa il proprio tempo come propriamente dell’altro. I sentimenti sanno di passare. I sentimenti sono fatti di tempo.

Le passioni si hanno, le emozioni di danno, i sentimenti si educano. Le passioni sono strutturali dicono dell’attrazione e della repulsione come i poli di energia dei corpi. Le emozioni si danno, sono come le impressioni. I sentimenti sono fatti di tempo. La loro qualità si misura dal grado si intensità del tempo che si passa a dedicare e dedicarsi e pensare.

La scuola ha come perduto il “passare” come sua funzione. Non è più un passaggio, lo si devia, è deviato, si evade. C’è l’evasione scolastica. Manca il passaggio dalla casa alla città, dalla famiglia alla città. Ed è proprio la casa e la città da ripensare, come economia e politica che si danno nei legami dello stare insieme. Non siamo ancora capaci di legame di separazione, tali da mantenere la separazione nel rispetto della singolarità di ognuno, quella chiamiamo differenza, ma che è singolarità come singolare è il proprio esistere. Ogni legame dice di una separazione, tra ciò che proprio e improprio. Ogni legame si fa significante di un legame che sta al fondo di ognuno. Siamo vita e abbiamo vita. Siamo vita come viventi ed abbiamo vita come esistenti. Siamo vita come ogni vivente e abbiamo vita per il mondo che ci costituisce, per le nostre scelte, per le nostre idee. La vita che siamo è impropria. La vita che abbiamo è quella propria. Al fondo di ogni responsabilità c’è la cura a tenere, custodire, senza imprigionare, la vita impropria con quella propria. E la vita impropria, quella che si è come viventi ci viene incontro dall’altro, dall’altra. L’altro è significante della vita quando ci leghiamo, sentiamo che la nostra stessa vita.

La nostra responsabilità è questo legame. La legalità è fatta di legame. Nessuno è libero da solo. Il grado della propria libertà si misura dalla qualità dei propri legami. Ed ogni legame è un racconto di sé nell’altro e dell’altro in sé. Anche la libertà di un Paese si misura dalla qualità dei suoi legami sociali che ne fanno il racconto della sua storia. Non ci manca il futuro, ci manca il presente, che non è raccontabile.

Il grado si sviluppo della democrazia di un paese si misura dalle sue carceri e dalle sue scuole, quando le carceri saranno scuole e quando le scuole non saranno carceri, allora quel grado avrà raggiunto il suo punto più alto. L’educazione è la responsabilità. Il sentimento ne risponde.

Vale ancora di più quella testimonianza riportata da Tucidide come discorso di Pericle che vantava a proprio orgoglio di avere fatto della città una scuola (paideia). Il punto di volta per la democrazia di un Paese è questo. Contro l’evasione scolastica occorre l’invasione scolastica. La colpa non è della scuola, bisogna che la città diventi scuola. Questo significa riprende quelle sfere di sociale, politico personale. La scuola va fatta in strada, ogni piazza deve diventare un’aula, perché la città sia la scuola dell’educazione ai sentimenti.

* Docente di Filosofia Morale presso l’Università “Federico II” di Napoli

Bibliografia

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Hannah Arendt, Responsabilità e giustizia, Einaudi, Torino 2004

Zygmunt Baumann, Vite di scarto, Laterza, Bari 2015;

Zygmunt Baumann, Retrotopia, Laterza, Bari 2017

Maurice Blanchot, L’attesa e l’oblio, Guanda, Parma 1978

Alain Badiou, Le partage des voix, Galilée, Paris, 1982

Benjamin Constant, La libertà degli Antichi paragonata a quella dei Moderni, Einaudi, Torino 2005

Hans Jonas, Il Principio Responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 2005