Musica

Filippo Graziani

Sala giochi

Farn Music, 2017, 13,99

Tre anni dopo la partecipazione al Festival di Sanremo 2014 e l’uscita del suo primo album in studio, Le Cose Belle (grazie al quale ha vinto il premio Targa Tenco come “Migliore opera prima”), Filippo Graziani presenta il suo nuovo disco: Sala giochi che fonde pop ed elettronica, intrecciando tra loro chitarra acustica, pianoforte e sintetizzatori alla perfezione. Per quanto riguarda i testi, invece, Filippo (figlio d’arte di Ivan Graziani, importante cantautore negli anni ‘70 e ‘80) non vuole strafare, rispettando le regole della migliore tradizione cantautorale italiana: concetti e parole non sono mai scontati e si sposano bene, in modo equilibrato, con la parte musicale.

Il risultato è un disco scorrevole e piacevole, semplice e diretto, dal quale traspare però l’accurato e ricercato studio del suono che c’è dietro. Gli effetti da videogame riprodotti dal sintetizzatore collegano, come un filo, le canzoni, l’una all’altra. Ma anche la mancanza di questi suoni ‘sintetici’ ha la sua importanza: in quei casi, infatti, l’autore riesce ad avvicinarsi ulteriormente all’ascoltatore, stabilendo un rapporto più intimo, personale e quindi più autentico.

Sala Giochi è un grande contenitore in cui sono immagazzinate tutte le reminiscenze dei suoni della mia infanzia”, ha dichiarato lui, “Una riproposizione di quelle sonorità tipiche degli ‘80 adattate però ai testi odierni e cantautorali che sono, poi, propriamente miei”.

L’apertura è affidata a Vero O No, ballata ritmata dalle tinte opache. IAppartiene a te, il cantautore romagnolo ci canta romanticamente del senso di appartenenza famigliare e di completo abbandono nei confronti dell’altro: “So che ho gli occhi di mia madre e la bocca di mio padre, ma il resto appartiene a te”. In Il Mondo Che Verrà, malinconica e romantica, l’accompagnamento del pianoforte sprigiona tutta la sua dolcezza. Lo stesso strumento assume toni più accesi in Tutto mi tocca, spingendo la strofa con energia ed enfasi contagiose. Qui l’autore critica il ruolo ambiguo e confusionario dell’informazione, che ai nostri tempi tende ad essere sempre più eccessiva e pericolosamente imprecisa: “Siamo troppo informati sulle cose che non ci serve sapere, e troppo poco su quelle fondamentali”, ha commentato Graziani, “Questa è una problematica legata a doppio filo con la rete, con un mondo dove tutti hanno la possibilità di dire la loro ma in realtà tutto perde un po’ di importanza”.

Mettici vita (che inizia con la calma del pianoforte per poi accelerare lentamente ma in modo costante) ripristina l’ordine, quasi rispondesse al brano precedente: ciò che ci può guarire dal peso soffocante ed ingombrante dell’informazione è nascosto nelle piccole cose della vita, nel quotidiano, nel concreto.

In La Parte Migliore, anche se al suo esordio risuona una chitarra acustica, gli effetti speciali da sala giochi sono più frequenti che negli altri brani. Esplodere unisce assieme chitarra, prima, e sintetizzatore, poi, in un inesorabile crescendo: il ritornello parte in silenzio e dopo si accende, si scatena ed ’esplode’, appunto, quasi fosse una canzone da discoteca. Credi In Me, è un pezzo stile Coldplay, un pop ben ritmato con ritornello corale molto orecchiabile. Il pianoforte ed il lento rullo di tamburi caratterizzano la solenne intro di Vicini E Lontani e, in aggiunta alla batteria, rendono, poi, l’andamento più veloce e scorrevole.

Vorrei è una malinconica e romantica sonata con tanto di violini. La canzone finale Dov’è il mio posto si accende con un rock rabbioso ed urlato; il synth introduce un ritornello rock, più sperimentale e psichedelico rispetto alla strofa, in cui il cantante ripete il titolo come un interrogativo ossessionante. Graziani, invece di rispondere al suo stesso quesito, si pone in diverse categorie: “Tra i ladri, tra i truffatori, tra le vittime, tra i giustizieri, tra i santi o tra i peccatori, tra le puttane o tra i protettori”. L’ultimo pezzo non chiude il discorso dell’album, ma sembra quasi riaprirlo, lasciando irrisolti tanti dubbi.

Filippo ha scritto questo brano per comunicare la propria ricerca, combattiva, di una completa realizzazione personale nel lavoro, nell’amore e nella vita in generale. Una ricerca che ci accomuna tutti, non rappresenta una battaglia solitaria. In questo ed in altri brani presenti nell’album si intuisce un certo pessimismo dell’autore nei confronti della società, intesa come entità malvagia che non ci permette talvolta di raggiungere i nostri obiettivi e farci vivere come vorremmo: questa è una partita che non giunge ad un esito finale, ma rimane sempre incerta ed aperta, anche se in salita. Una partita in cui, se tutto va bene, “salvi il gioco” e vai avanti; se invece sbagli, devi continuare a provare ancora ed ancora per poter passare al livello successivo. Come nei videogame. Come in una sala giochi.

Fleet Foxes

Crack-up

Nonesuch, 2017, 19,90

I Fleet Foxes sono un gruppo che si può tranquillamente definire ‘fuori dal tempo’. Questa loro caratteristica si può considerare sia positivamente che negativamente: da un lato, anticipare le tendenze musicali di un certo periodo permette di essere considerati come dei pionieri; dall’altro, non rientrare in categorie o generi musicali contemporanei rischia di essere un modo per non riscuotere l’interesse della critica e del pubblico. Il loro stile, un folk-rock con sfumature di pop anni ’60 – ‘70, è stato molto apprezzato, sia in America che in Europa, già grazie al loro primo album, Fleet Foxes (2008). Nel 2011 esce il secondo disco, Helplessness Blues, ambizioso e spiazzante, che fa intuire come la band sembri avere una capacità artistica che solo una formazione con una profonda esperienza può vantare. In questi sei anni, i due fondatori, Robin Pecknold (autore dei testi, cantante e chitarra acustica) e Skyler Skjelset (chitarra elettrica solista), hanno lavorato a distanza: il primo si è trasferito a New York, mentre il secondo in Giappone. Ciò che ne è venuto fuori è un album ancora più anacronistico, personale e riflessivo di quelli precedenti che simboleggia lo stato finale del logico e naturale processo evolutivo del gruppo formatosi a Kirkland, vicino a Seattle.

Per dare il titolo al loro terzo lavoro, Crack-Up, Pecknold prende ispirazione da un saggio di Francis Scott Fitzgerald e spiega: “Mi piaceva l’idea di qualcosa che si rompe, che viene preso a martellate, e poi viene rimesso assieme in maniera non necessariamente corretta. E’ un po’ quello che è successo alla band, e quello che succede alle nostre canzoni”. Proprio così. Le 11 canzoni che compongono Crack-Up in realtà sono molte di più: come in un mosaico, una miriade di tessere armoniche vengono unite assieme, cercando di seguire una sorta di ordine. Questo si nota anche all’interno di uno stesso brano: “La forma canzone certe volte va bene, certe volte no”, afferma lo stesso Pecknold, “Scrivo parti di musica senza pensare a che cosa sono, se versi, ritornelli o bridge. E questo metodo apre molte possibilità compositive: è per questo che certe canzoni sembrano assemblate: perché lo sono. Altre sono più semplici. Questa volta ho espanso questo metodo”.

La ricercatezza sonora e la complessità compositiva di Crack-Up lo rendono un album da prendere con le pinze: un’opera non facile da capire, che non può essere giudicata alla fine di un solo e superficiale ascolto. In questo ultimo lavoro i Fleet Foxes prendono per mano l’ascoltatore e lo conducono in un continuo alternarsi di armonie vocali e cambi repentini di tempo e di melodie. Chitarre acustiche arpeggiano nei momenti di tranquillità ed impennano energicamente nei tratti in cui il ritmo prende vita; le voci echeggianti si mescolano tra di loro in un movimento intrecciato.

L’impressione generale è, però, che queste continue trasformazioni risultino essere troppo frequenti e, quindi, eccessivamente destabilizzanti: tutto ciò non permette ai brani di avere una propria anima e di poterla quindi trasmettere fino a fondo all’ascoltatore, tenendolo sempre in uno stato di inquietudine più che di calma. Una volta abituati e coinvolti da un’impetuosa raffica di chitarra (seppur acustica), si ritorna improvvisamente a ritmi lenti che evocano atmosfere piovose e cupe oppure eteree e sognanti. Oppure avviene il contrario: altre canzoni partono esprimendo la loro parte intima ed emozionale per poi intensificare il loro ritmo, grazie all’intervento armonico della chitarra, non riuscendo, però, così, a trattenere e comunicare del tutto la loro delicatezza melodica con la quale iniziano. Entrambi i fenomeni accadono più volte all’interno delle stesse canzoni (alcune durano più di 6 minuti, ma, appunto a causa della loro struttura sfaccettata, danno l’impressione di essere ancora più lunghe).

Diventa difficile isolare una traccia, tra quelle nella lista, essendo fuse tra loro da brevi e lievi intermezzi oppure mimetizzate nel mosaico complessivo di cui fanno parte. Fortunatamente esistono anche dei pezzi che si differenziano dalle altre: è il caso di Fool’s Errand e I Should See Memphis. Il primo è uno dei pezzi più piacevoli dell’album, pur non essendo niente di impressionante: a differenza delle altre canzoni, però, non si blocca proprio sul momento più energico e coinvolgente, ma continua con la sua melodia ed il suo ritmo senza confondere l’ascoltatore. La seconda è una canzone monodimensionale, senza cori eccessivamente echeggianti ed altri strumenti che si mischiano tra loro: ballata folk semplice e tranquilla, emotiva ed intima, è sicuramente, proprio per la sua diversità rispetto alle altre, una delle più belle dell’album.