Un villaggio per educare

Gentile Redazione,

il rispecchiamento tra genitori e figli è sempre una questione complessa.

Guardiamo i nostri figli crescere e vediamo in loro riflessi alcuni nostri tratti, certi modi di fare, alcune paure o modi di approcciare il mondo. Molto spesso, noi che lavoriamo nei contesti educativi, quando parliamo di un bambino al proprio genitore, lo sentiamo dire: “eh, ma in fondo anche io ero così, anche io facevo così”.

In alcuni casi i genitori temono che ci siano tratti caratteriali che si ripetono e tramandano, buttano giù dal podio delle possibilità trasformative dell’individuo l’educazione e conferiscono il primo posto alla genetica. Accade sopratutto nei momenti di difficoltà; finché va tutto bene il bambino infatti è visto nella sua interezza, competente, con un carattere tutto suo. Se c’è qualche avvisaglia di difficoltà ecco mamme pronte a schierarsi nel vedere nel disagio che manifesta il proprio figlio il carattere del papà, o viceversa.

Come muoversi allora nel complesso tema dell’ereditarietà?

Come si combinano caratteristiche genetiche, input appresi dall’ambiente sociale e culturale?

Quanto ciascun individuo è se stesso e quanto i geni influiscono nello sviluppo?

Carlotta G.

Risponde Davide Scheriani, psicologo/counsellor e psicoterapeuta che si occupa di intervento, formazione e consulenza psicopedagogica in contesti educativi e didattici

Carissima,

Ecco una domanda da svariati milioni di dollari!

Se infatti ci pensiamo anche solo per un istante, l’idea di quante risorse, intellettuali e materiali, sono state (…e sono attualmente) investite dalla scienza per individuare l’esatto quantum biologico responsabile di ogni comportamento e inclinazione individuale può procurarci un vero e proprio senso di vertigine. È peraltro comprensibile che la natura umana cerchi risposte che siano in grado di spiegare e addirittura prevedere l’evoluzione di un sistema vivente, anelando ad un grado di precisione e “misurabilità” che riesca ad autoconfermarsi persino attraverso l’ammissione di un numero ragionevolmente accettabile di “deviazioni dallo standard” o eccezioni (che, va da sé, confermano quindi la regola). Eppure, come la metereologia ci insegna, non esiste previsione che, per quanto “scientifica”, possa dirsi assolutamente infallibile; per dirla in termini pedagogici, esistono famiglie “disastrate” che generano figli sufficientemente buoni e viceversa. Il paradigma riduzionista e strutturalista può funzionare in ambienti chiusi e assolutamente determinati (Von Foerster li chiamerebbe “banali”, meccanici), ma se si ha a che fare coi sistemi viventi, con il tempo atmosferico, con le famiglie, il dispendioso tentativo di riduzione delle cause dei fenomeni (è solo merito/colpa della genetica! No, è colpa dell’ambiente!… e così via) limita la capacità di comprendere i processi che in essi si generano. La maggiore obiezione alla possibilità di distinguere nettamente aspetti biologici da aspetti culturali è legata al dato ormai pressocchè acquisito che la struttura stessa del sistema nervoso di un individuo si modifica sulla base delle sue esperienze individuali e relazionali.

Attualmente, l’antica diatriba tra spiegazioni genetiste e ambientali sembra aver risvegliato l’attenzione degli “addetti ai lavori” nei confronti del cosiddetto modello epigenetico.

A coniare il termine fu il biologo inglese Waddington che, già nel 1942, parlava di “paesaggio epigenetico” per descrivere lo sviluppo dei vari tessuti di un organismo a partire dalle stesse informazioni genetiche. Faceva il paragone con un insieme di sassi che, rotolando giù da una collina, possono arrivare in fondo percorrendo traiettorie diverse e relativamente imprevedibili. Il biologo tedesco Jenuwein ha paragonato la differenza tra genetica ed epigenetica a quella che intercorre tra l’azione di scrivere e quella di leggere un libro o uno spartito musicale. Il testo scritto, il DNA, è sempre identico, una volta stampato, ma la sua lettura (quindi il processo di interfaccia tra codice ed essere vivente) può generare interpretazioni o improvvisazioni molto diverse. Spesso si parla anche di geni che vengono “accesi” o “spenti” da particolari fattori. Senza un’orchestra di cellule (i musicisti) e di fattori epigenetici (gli strumenti musicali), non verrebbe prodotta alcuna musica. I recenti progressi della scienza stanno permettendo di capire chi sia ad interpretare il nostro “spartito” genetico; sembra che l’interpretazione possa cambiare da una generazione all’altra senza che avvenga alcun cambiamento nella struttura di base, nel DNA. Le modificazioni epigenetiche regolano quindi l’interpretazione dell’informazione genetica. A causa della loro potenzialità nell’alterare i pattern di espressione genica, queste modifiche giocano un ruolo fondamentale nell’evoluzione degli organismi viventi.

Questa particolare “mappa” ci permette quindi di assumere una posizione osservativa multidimensionale, certamente più complessa e meno sbilanciata a favore dell’uno o dell’altro piatto della bilancia che dovrebbe misurare il minore o maggiore peso dell’ereditarietà sui comportamenti.

Andando di questo passo, ci si potrebbe addirittura spingere ad abbracciare l’esistenza di fattori transgenerazionali nella genesi di fenomeni di maggiore o minore adattamento all’ambiente: la psicotraumatologa francese Schützenberger è solita citare i memoriali dei chirurghi di Napoleone, i quali, durante la devastante ritirata dalla Russia nel 1812, avevano osservato gli effetti di uno shock traumatico nei soldati sopravvissuti assistendo al massacro dei loro compagni e al “vento di proiettili” che li aveva sterminati. Alcuni ne avevano cancellato il ricordo, altri erano profondamente segnati e, per alcuni di loro, le conseguenze di questo shock si erano “trasferite” ai loro discendenti che mostravano una importante sintomatologia post-traumatica durante i periodi di anniversario del trauma, per una sorta di collisione spazio-temporale tra le generazioni.

La Schützenberger richiama diversi studi clinici, a partire da quelli di Bowlby, condotti sui bambini abbandonati; essi hanno dimostrato che la grande maggioranza di questi bambini reca le ferite psichiche del trauma sotto forma di disadattamento, problemi psicologici e malattie psicofisiche ma un certo numero di loro manifesta una tale capacità di resilienza da riuscire a superare il lungo periodo traumatico e costruirsi un futuro equilibrato. Ne parla in diversi libri Cyrulnik, un figlio di ebrei morti in Germania, che riuscì e diventare psichiatra ed occuparsi delle sofferenze di altri. La cosa sbalorditiva è che i figli dei bambini sopravvissuti in modi a volte incredibili, stanno peggio dei loro genitori, perché “il trauma trasmesso è più forte di quello ricevuto”. Tale affermazione è stata verificata a livello biochimico con la constatazione che in un campione significativo di discendenti i livelli di cortisolo erano ben più alti che nei loro genitori che avevano subito il trauma. E’ evidente che, in casi come questo, non possiamo parlare di “determinismo genetico”, eppure vediamo come la presenza di particolari processi di interazione con l’ambiente possa produrre nuove e apparentemente inspiegabili “interpretazioni” dello spartito.

In conclusione, è mio parere che, per osservare attentamente la connessione tra genetica e comunicazione (trans-culturale, sociale e generazionale) non dovremmo sentirci costretti a ripudiare l’apporto dato dalla biologia e dall’endocrinologia, bensì, per citare le parole del “maestro del mio maestro”, Gianfranco Cecchin, dovremmo parimenti accettare di buon grado di “flirtare” con una dimensione storica e culturale dei processi di evoluzione dei sistemi viventi.

In altre parole: sappiamo che le previsioni del tempo non azzeccano sempre i pronostici.

Proprio questa consapevolezza, però, crea le premesse affinchè siano a noi estremamente utili.