Scelti per voi XXI_3

Charles G. Leland

Aradia. Il vangelo delle streghe

Ristampa aggiornata 2017 (a cura di Lorenza Menegoni), Leo S. Olschki, Firenze 2017, pp. 88, € 19.

Charles Gdfrey Leland, era un antropologo, nato a Filadelfia nel 1824, che si interessò dapprima alle tradizioni degli indiani d’America e in seguito si dedicò a studi esoterici viaggiando in tutta l’Europa. Giunto in Italia, si dedicò allo studio della mitologia etrusca e romana, pubblicò Etruscan-Roman Remains in Popular Tradition nel quale raccolse i risultati di tali studi, ma soprattutto si appassionò alle figure di streghe e chiromanti.

Il motivo di tanto interesse stava nel fatto che, secondo Leland, la strega dell’Italia del nord, della Toscana in particolare, era una figura assai diversa, sia da quelle americane che praticano il Voodoo Nero in America, sia dalle streghe di ogni altra parte del mondo. “Costrette a mantenere segrete tutte le loro tradizioni per paura dei preti” (p. 3), esse conservarono all’interno delle proprie famiglie e tramandarono di generazione in generazione riti e tradizioni che risalivano al medioevo, all’epoca romana e persino al mondo etrusco.

Convinto che stessero rapidamente scomparendo e che occorresse salvaguardarne la memoria, si dedicò a raccoglierne i riti, addirittura assumendo come informatrice una di queste donne affinché “raccogliesse tra le sue sorelle delle arti occulte, presenti in molti luoghi, tutte le tradizioni dei tempi antichi a loro note” (p. 4).

Il testo riporta quindi gli incantesimi, le formule propiziatorie, gli scongiuri e le invocazioni che Leland, con l’aiuto della sua informatrice, riuscì a raccogliere nel corso degli anni.

Sull’affidabilità di questa informatrice sorsero molti dubbi, alcuni anche da parte dello stesso autore, e forse fu questo uno di motivi per i quali il testo non ebbe grande fortuna al momento della sua pubblicazione.

Tuttavia il mito di Aradia, che presenta aspetti non sempre così conosciuti, costituisce oggi motivo di interesse soprattutto per le implicazioni con tradizioni di altri paesi. Nell’introduzione, davvero essenziale per una più organica comprensione del testo stesso, Lorenza Menegoni ricostruisce con precisione tale mito, attingendo a innumerevoli fonti. Innanzitutto il nome: Aradia potrebbe derivare da Areatha, da cui poi le varianti Arianna e Adriana entreranno nella lingua italiana, mentre Aradia “rimane un nome sacro utilizzato esclusivamente nella religione underground delle streghe”. Ella potrebbe essere interpretata come Erodiade, l’assassina del Battista che, “confusa nella leggenda cristiana con sua figlia Salomè la danzatrice, compare assieme a Diana nei processi alle streghe come lo spirito che eternamente guida la danza selvaggia” (p. XIII). Dunque un intreccio tra temi cristiani e temi pagani.

Ma in uno studio comparativo tra la stregoneria dell’Europa occidentale con quella dell’Europa orientale si fa riferimento al ruolo che assume Diana, chiamata anche Arada, che vi appare come la regina delle fate, appellativo che le viene conferito anche nel Vangelo delle streghe. Ancora una connessione, questa volta tra il folklore romeno più libero nella sua diffusione, perché esente dalle repressioni dell’Inquisizione, e le tradizioni raccolte da Leland.

Tuttavia Il Vangelo delle streghe è stato oggetto di numerose critiche da parte di storici della materia – critiche che Menegoni ripercorre puntualmente – che faticano a riconoscere che il testo costituisca una prova del perdurare in Italia di un culto delle streghe che veneri Diana.

Nel complesso un testo inusuale, ricco di rimandi alle tradizioni e ai miti, che può aprire la strada a nuove ricerche e approfondimenti.

Maja Lunde

La storia delle api

Marsilio Editori, Venezia 2017, pp. 432, Euro 18,50

 

Un romanzo originale che ci porta a riflettere in modo inconsueto sulla catastrofe ambientale che potrebbe abbattersi sul nostro pianeta se le api scomparissero dalla faccia della terra. L’ipotesi che in un futuro non troppo lontano l’umanità possa trovarsi costretta a fronteggiare la “fine del mondo” o per lo meno del mondo sino ad allora conosciuto, appare verosimile.

Il modo, in cui l’autrice riesce a trasformare un tema tanto ponderoso in un romanzo suggestivo ed avvincente, è assolutamente geniale.

Tre storie, ambientate in tempi ed in luoghi diversi, tre personaggi, due uomini e una donna, e … le api, il cui laborioso e misterioso ronzio ci accompagna per tutta la lettura, come un sottofondo rassicurante, a volte inquietante, che lega le storie, fra loro così distanti, in un unico destino che si svela al lettore a poco a poco nel corso della narrazione in una sorta di suspense, sempre più incalzante sino alla chiarificazione finale.

Le storie si sviluppano in perfetta alternanza: ogni capitolo è dedicato alla storia di un personaggio che parla in prima persona.

Dalla campagna inglese del 1853, passando per l’Ohio del 2007, sino alla Cina del 2098 percorriamo gli anni della storia delle api giunte all’estinzione totale nel 2045. E lo facciamo attraverso le storie di William, George e Tao.

William è un naturalista inglese, che, trascurando la sua numerosa famiglia, dedica la sua vita alla progettazione di un modello innovativo di arnia, in cerca, senza grandi successi, di un riscatto che dia fama al suo nome e lo riabiliti agli occhi dell’unico figlio maschio. Il figlio sarà perduto, ma William troverà collaborazione e conforto nell’amore devoto di un delle figlie che diventerà la custode del suo prezioso lavoro.

George è un apicoltore americano dedito alle sue arnie che cura con amorevole passione. In conflitto con il figlio interessato più ai libri che al lavoro del padre, si trova ad affrontare un’emergenza tanto inaspettata quanto inarrestabile: una moria di api si sta verificando negli Stati Uniti e in altre parti del mondo. Lotterà con tutte le sue forze sino all’ultima ape, aiutato, alla fine, dal figlio che anni dopo scriverà un libro proprio sull’argomento.

Tao è una giovane donna cinese che, insieme agli altri abitanti del suo villaggio lavora all’impollinazione manuale degli alberi da frutta: un lavoro estenuante e faticoso che concede poco o nulla alla vita individuale e familiare, un lavoro possibile solo in Cina dove il regime controlla ancora le masse che sono abituate ad obbedire e la mano d’opera costa poco. Tao ha un marito e un figlio di tre anni e sta risparmiando per poter racimolare la cifra richiesta per l’autorizzazione ad avere un secondo figlio. Il suo sogno sarà infranto da un tragico mistero che la travolgerà e la condurrà, nella straziante ricerca del figlio, a percorrere le strade di una Pechino spopolata, fatiscente, inospitale dove bande di ragazzini sono pronti ad uccidere per un po’ di cibo.

Dallo sfondo costituito da tutte le informazioni relative alle api, alle cure loro dovute, ai diversi tipi di arnia, ai vari metodi di impollinazione e a quanto tutto nell’alveare funzioni in modo perfetto ed armonioso, vediamo quindi emergere in primo piano la vita reale dei personaggi, fatta di sogni, passioni, sentimenti, debolezze, fragilità, errori e delusioni, quella vita che spesso ci costringe a vivere situazioni che sono ben lontane dal contesto armonico degli alveari.

Un romanzo di “avvertimento” che si legge con piacevole interesse, ma che, soprattutto nella prima parte, fatica a coinvolgere il lettore sul piano emotivo; non si riesce a raggiungere appieno un legame empatico o di complicità con i personaggi, si resta distaccati, tutto risulta un po’ freddo, quasi asettico; la tensione, che pure è presente, è mantenuta viva dall’alternanza delle storie e dal susseguirsi delle varie vicende, che, interrompendosi ad ogni capitolo, creano nel lettore curiosità ed attesa.

Questo nulla toglie al messaggio importante del romanzo che ci pone una domanda: il futuro immaginato dall’autrice è inevitabile o abbiamo ancora margini per intervenire e cambiare le cose in modo da lasciare a chi verrà una qualche speranza? La risposta forse ci viene suggerita dalle api stesse: le api volavano dentro e fuori dall’arnia, dentro e fuori. Portavano nettare e polline, il nutrimento per la prole. Ma non ognuna per sé, perché ogni singola ape lavorava per l’intera comunità, per l’organismo che insieme costituivano… L’ape da sola non è niente, mentre insieme alle altre nell’alveare è tutto.

Carla Franciosi

Marangela Giusti

Teorie e metodi di pedagogia interculturale.

Laterza, Roma-Bari 2017, 13,99

Esce per Laterza il volume Teorie e metodi di pedagogia interculturale di Mariangela Giusti, docente universitaria impegnata da diversi anni nell’ambito della pedagogia interculturale che unisce all’attività di ricerca sul campo una riflessione non finalizzata a se stessa, ma volutamente orientata ad individuare strumenti e metodologie che meglio possano aiutare i docenti, gli educatori nella costruzione di ambienti formativi concretamente inclusivi e interculturali, dove tutti i soggetti concorrano ad un confronto e ad uno scambio capace di valorizzare le specificità di ognuno e di individuare intersezioni e punti di contatto.

Il volume è suddiviso in due parti entrambe volte a far crescere nel lettore l’immagine di una pedagogia fortemente costruttiva e generativa. Non si trova, infatti, nel testo una riflessione sul tema dell’intercultura portata avanti in modo teorico e astratto, quanto un lavoro che prende spunto da molteplici osservazioni e laboratori condotti personalmente dall’autrice insieme a docenti, dirigenti scolastici, educatori in diverse città italiane. La narrazione di ciò che è accaduto e di ciò che è stato osservato diventa occasione per Giusti, ma anche per chi legge, di estrapolare considerazioni di ordine metodologico che conducono alla formalizzazione di alcuni principi preziosi per chi voglia sviluppare una competenza interculturale con la quale affrontare le sfide della complessità e della multiculturalità oggi presenti nella maggior parte dei contesti formativi: le scuole, i centri di aggregazione, gli spazi pubblici. Se si vuole realmente agire per la costruzione di ambienti educativi in cui i ragazzi, gli allievi, gli adulti possano sperimentare le opportunità offerte dalla presenza di persone provenienti da luoghi diversi, portatori di lingue e sistemi valoriali differenti, occorre assumere fin da subito un atteggiamento intenzionalmente propositivo, scrive l’autrice, intendendo con questo che il docente, l’educatore, l’adulto interessato debbano scegliere in modo ragionato, sensibile e progettuale gli strumenti e le attività che vogliono proporre alla classe, o al gruppo, per trasmettere una visione positiva della presenza di identità culturali diverse, per favorire una comunicazione interpersonale grazie a cui superare diffidenze ed ostilità, e più in generale per promuovere un’idea di cultura aperta, fatta di scambi, di intrecci, di meticciamenti, capace di tenere insieme analogie e differenze. Un atteggiamento pedagogicamente interculturale genera cambiamenti all’interno del gruppo e può agire sul comportamento e sul modo di guardare alle differenze da parte dei ragazzi e degli adulti. La dimensione del costruire, ripresa nella seconda parte del volume attraverso la presentazione di casi ma soprattutto di strumenti didattici da poter utilizzare (testi narrativi e materiale video specifici a seconda dell’età e delle finalità che si vogliono perseguire), necessita secondo l’autrice di un presupposto fondamentale: l’assunzione di un atteggiamento fiducioso. Più volte ricorre nel testo la parola “fiducia” e certamente non a caso. Occorre aver fiducia nel fatto che la pluralità delle lingue, delle culture, delle religioni, delle identità sia di per sé un valore centrale di ogni intento educativo e, a partire da questo, avere fiducia nelle potenzialità che la scuola (o un altro ambito formativo) ha nel riuscire a promuovere atteggiamenti di apertura e confronto non conflittuali. Il docente, l’educatore, l’adulto intenzionato a costruire ambienti in cui le individualità siano valorizzate deve avere fiducia in ciò che fa dal momento in cui lo ha pensato e progettato a partire dall’osservazione attenta e dalla conoscenza dei soggetti con cui interagisce, ma deve avere fiducia anche in quegli stessi ragazzi a cui si rivolge. Sono gli allievi che, se ben accompagnati attraverso attività laboratoriali svolte insieme o a piccoli gruppi, possono individuare modalità di incontro e di relazione capaci di andare oltre alla diffidenza e al rifiuto per ciò che si impone inizialmente come diverso e “indecifrabile”. Occorre tempo certo, ci ricorda l’autrice, e occorre anche studio, la ricerca degli strumenti e delle risorse più adatte; occorre stringere alleanze, valorizzare le risorse disponibili, avvalersi delle normative per puntellare le proprie scelte didattiche, ma ciò che emerge dalla lettura del testo è che una trasformazione culturale e interculturale è possibile. La scuola può farsi mediatrice all’interno, tra studenti di provenienza diversa, tra questi e i loro docenti, e all’esterno, con le famiglie, con il resto del territorio. “Chi si occupa di scuola non deve distogliere lo sguardo ma allargarlo, estenderlo, fino a ciò che sta intorno alle scuole”, confidando che attraverso scelte educative e didattiche precise sia possibile costruire una società in cui diffidenze e atteggiamenti razzisti possano essere smussati in nome di un pluralismo articolato e complesso in cui coesistano le diversità ed emergano comunanze e nuove identità.

A. Chiara Lugarini

Rinaldo Rizzi

Pedagogia popolare. Da Célestin Freinet al MCE-FIMEM. La dimensione sociale della cooperazione educativa

Edizioni del Rosone, Foggia 2017, pp. 173, € 15,00

Rinaldo Rizzi, che fa parte del Movimento di Cooperazione Educativa dal 1966, presenta in questo testo le tappe fondamentali della diffusione delle tematiche educative di Freinet nelle pratiche di scuola attiva in Europa e nel mondo.

Célestin Freinet, negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, elabora la teoria educativo-didattica che sarà denominata metodo naturale per il riferimento alla vita reale sia nella scelta dei metodi sia nella scelta degli strumenti. La produzione privilegiata nelle classi è l’elaborazione e la stampa di scritti che danno voce ai pensieri dei bambini. La sua è una pedagogia popolare perché ha lo scopo di far raggiungere a tutti i bambini coscienza di sé e pensiero autonomo in una visione di impegno sociale prioritariamente centrato su modelli di emancipazione educativa dei figli dei ceti più umili.

L’educazione come cambiamento personale, e non come indottrinamento, è il principio base che sarà manifesto di una scuola attiva e non trasmissiva, di quella scuola che vorrà essere “inclusiva, cooperativa, laica, democratica, pubblica”.

L’autore ripercorre quindi la storia del MCE (Movimento di Cooperazione Educativa), nato in Italia nel 1951, e del FIMEM (Federazione Internazionale dei Movimenti di Educazione Moderna), costituitosi in un incontro a Nantes nel 1957 con Freinet come presidente e con la belga Balesse alla vicepresidenza, lo svizzero Perronoud e l’italiano Tamagnini.

I docenti che credono nei principi e nelle tecniche della pedagogia popolare trasformano le classi in comunità educative e le aule in laboratori strutturati al fine di perseguire obiettivi di motivazione intrinseca, di individualizzazione dell’insegnamento, di socializzazione e di diffusione degli apprendimenti.

La lettura dei percorsi di didattica attiva, di ricerca-azione, di insegnamento democratico, di impegno professionale nei diversi ordini di scuola può servire sia a chi questi percorsi li ha personalmente vissuti come docente sia a chi si accosta ora allo studio delle teorie e delle esperienze pedagogiche formative.

Chi ha lavorato nella scuola portando avanti i principi per cui insegnare non è trasmettere nozioni, ma dare opportunità di crescita personale ad alunni e alunne, rivede in questo libro la storia del lavoro di rinnovamento della scuola, la storia legata alle diverse forme di sperimentazione, la storia legata agli intenti politici di trasformazione delle istituzioni educative in luoghi non classisti.

Chi nella scuola entra ora con l’intenzione di fare della didattica che non sia succube delle logiche di mercato, che vedono l’istruzione finalizzata alla preparazione al mondo del lavoro più che alla crescita della persona, trova nel testo spunti per applicare, con strumenti tecnologici nuovi, i principi sempre validi di pedagogia attiva e popolare enunciati da Freinet e portati avanti dai movimenti che quei principi hanno sviluppato e ampliato in forme diverse a seconda dei contesti nazionali, regionali o locali.

Sono presenti infatti nel libro molte informazioni non solo su pubblicazioni e convegni nazionali e internazionali, ma anche su centri di documentazione che hanno nel tempo raccolto e archiviato progetti e produzioni didattiche, che, per finalità e metodo, non hanno certo perso validità e utilità nella realtà odierna.

Interessante è l’esortazione a riprendere, nella scuola dell’oggi, i principi fondamentali di formazione alla creatività e al senso critico, che nelle esperienze della prima metà del secolo scorso vedevano l’uso innovativo della stampa al ciclostile e che nelle esperienze di questi anni vedono l’uso sempre più diffuso dei nuovi strumenti informatici.

Gli aderenti ai Movimenti di Cooperazione Educativa sostengono l’importanza di educare all’uso dei mezzi di comunicazione familiari a ragazzi e ragazze di oggi affinché questi non siano oggetto di meccanica facile fruizione individuale ma strumento di consapevole e critico apprendimento collaborativo in una scuola che vuole costruire competenza alla pratica sociale della cittadinanza attiva.

Margherita Mainini

Raffaella Maioni, Gianfranco Zucca (a cura di)

Viaggio nel lavoro di cura. Chi sono, cosa fanno e come vivono le badanti che lavorano nelle famiglie italiane.

Ediesse, Roma 2016, pp. 300, € 16,00

Il tema della cura rappresenta uno dei “grandi assenti” della politica e del discorso pubblico contemporanei. Sebbene si presenti come una categoria fondamentale del nostro tempo come di recente pedagogisti (Boffo; Mortari) e filosofi (Tronto; Nussbaum) hanno contribuito a mettere in evidenza, gode di scarso riconoscimento simbolico e sociale. Le figure che operano in questo ambito, tanto in qualità di caregiver familiari quanto come lavoratrici stipendiate, sono quasi sempre donne e risultano spesso invisibili. Il lavoro domestico, infatti, sembra tuttora sottoposto a una visione orientata in senso dualistico che lo lega all’universo femminile, dove quest’ultimo risulta ancora “naturalmente” associato ai poli assiologicamente meno degni di valore, al privato, alla materialità/corporeità e all’emotività.

Viaggio nel lavoro di cura, uscito nel 2016 e curato da Raffella Maioni, (attuale responsabile nazionale Acli Colf) e Gianfranco Zucca (ricercatore presso l’Istituto di Ricerche Educative e Formative), tra i tanti ha il merito di aver riportato l’attenzione sul tema della cura e sulle lavoratrici, quasi sempre straniere, che in Italia sono inserite nel settore domestico dove, in qualità di assistenti familiari si prendono cura di anziani e di persone con disabilità, costituendo ormai un fenomeno strutturale all’interno di quello che Maioni, nell’introduzione, chiama “un welfare fai da te”.

Il cuore del libro è la divulgazione in tutte le sue diverse prospettive e sfaccettature dell’indagine condotta da Acli Colf nel 2014 e realizzata dall’Iref. La ricerca è stata guidata dall’obiettivo indicato chiaramente nel titolo di “capire chi sono, cosa fanno e come vivono le badanti che lavorano nelle famiglie italiane” e si è basata sulle risposte ottenute dalla somministrazione di un questionario rivolto ad un ampio campione di lavoratrici (867) residenti in 177 comuni italiani, approfondite successivamente in senso qualitativo attraverso nove focus group.

Si tratta di un’indagine che pone al centro dell’analisi la figura dell’assistente familiare nei suoi molti aspetti e che i diversi saggi affrontano in modo esaustivo nella prima parte del libro. Accanto ai temi più “classici” relativi alle condizioni lavorative e alle retribuzioni, analizzate anche alla luce dei recenti riferimenti contrattuali e legislativi internazionali, in primis la Convenzione ILO (Marchetti), trovano spazio anche nuovi aspetti meno indagati dalla letteratura. Viene affrontato in primo luogo un approfondimento rispetto alle reali mansioni e alle competenze richieste alle lavoratrici domestiche (Turrini), che spesso vanno molto oltre a quanto il termine “badare” non lasci più di tanto immaginare; con quest’ultimo ben si intreccia il tema salute delle assistenti familiari (Vianello), spesso soggette a stati di malessere psico-fisico che le difficili condizioni lavorative in molti casi concorrono a generare. Completano il quadro della ricerca i saggi di Sarti, che propone un’articolata analisi storica sull’evoluzione del lavoro domestico in Italia, capace di gettare luce sulla “nuova professione” odierna svolta dalle assistenti familiari, e quello di Alemani. Quest’ultimo riflette sui delicati equilibri della dimensione relazionale che si gioca nel quotidiano tra le lavoratrici domestiche e di volta in volta la persona assistita, i familiari e/o datori di lavoro e le altre figure professionali che intervengono nella cura a domicilio.

La seconda parte del libro è invece dedicata, da una parte, ad alcuni interessanti approfondimenti ed esperienze legati al lavoro di cura (Brustolin, Lopez, Suardi, Calvetto, Pasquinelli & Rusmini; Ligabue) mentre dall’altra rivolge uno sguardo al futuro, trasmesso in modo coinvolgente dal documentario in allegato al libro (Tra vent’anni…la vita, i sogni, le speranze di colf e assistenti familiari). Futuro che trova un’indicazione al contempo teorica ma capace anche di orientare le politiche sociali ed educative nella prospettiva transnazionale. Si tratta di un approccio che auspica, quindi, la realizzazione di un welfare dal respiro globale (Piperno) realizzato attraverso politiche orientate al co-sviluppo e capaci di riconoscere il bisogno di assumere sguardi complessi e soluzioni globali attenti ai protagonisti presenti alle due sponde del processo migratorio.

Marta Bertagnolli