L’uccello dalle ali di ferro

Veronica Del Vecchio

Tim, tam, tim, tam. Un suono familiare mi chiama. Mi avvicino al grande portone nero che socchiuso lascia solo un piccolo spiraglio aperto sul mondo. Lentamente, cercando di non fare rumore, spingo il pesante ingresso, quel poco che basta per sgusciare all’interno della bottega che mi conosce da anni, e mi permette di varcare il confine che divide i due universi: il dentro e il fuori.

Ed ecco che subito mi trovo immersa in un altro pianeta. L’oscurità del luogo mi avvolge e un odore acre mi investe con forza, deciso a non abbandonarmi più per tutto il tempo in cui soggiornerò nel luogo, e per tutto il resto della mia vita. Piano piano i miei occhi si abituano all’oscurità e inizio a distinguere le sagome inerti di ciò che mi circonda. Un’aquila, in alto, mi osserva immobile, come se fosse la guardiana di questo tempio. Mi riconosce e così resta ferma, con un serpente tra gli artigli, nella stessa posizione in cui riposa da almeno quattro generazioni. Intorno iniziano ad emergere anche i profili di strani oggetti: gabbie, lanterne, reti, lampadari ed altre bizzarre creazioni a cui è difficile dare un nome. Infinite tappezzano le pareti di questo ampio salone dalle pareti cosparse di polvere. Tutto è fermo e soltanto trema ad ogni rintocco.

Tim. Tam. Tim. Tam.

Poi finalmente vedo anche lui: si erge con la sua imponenza a fianco del fuoco. Indossa un grembiule logoro di cuoio e le sue grandi mani sporche di ferro giocano con l’ardente luce primordiale, che scoppietta e si agita in sua presenza. Il suo sguardo profondo è immerso tra le lingue di fuoco e si muove soltanto quando è necessario spostare la brace e il carbone.

Poi all’improvviso, ritenuto il momento idoneo, fa apparire dalle fiamme la materia.

Eccolo: domatore di fuoco e imperatore della materia.

Avanza con passo lento e pesante. So che mi ha visto, ma non può distrarsi fino a che il lavoro non sarà compiuto.

Afferra il martello e inizia a suonare. Libera nell’aria una melodia potente. Sembra quasi che un’orchestra abbia iniziato una sinfonia. Ma è lui, invece. Musicista e direttore d’orchestra. Ballerino persino, che danza al ritmo di un tango antico, con il quale martello e incudine si contendono la gloria e la possibilità di abbracciare ciò che dall’anima dell’artigiano si riversa sulla terra. Una battaglia antica, ancor più antica dell’uomo, che ora, nella solitudine di se stesso, lascia che sia il suo corpo a decidere cosa fare del ferro rovente. Tim. Un colpo sull’incudine. Tam. Un colpo sul ferro. Ritmo metallico. Suono acuto. Melodia di cristalli che si espandono nel cielo. Il respiro del fabbro è in sintonia con i colpi del martello. Persino il cuore adatta il battito al ritmo ferroso.

Tim. Inspira. Espira. Tam. Inspira. Espira. Tim.

L’orchestra aumenta il ritmo. Deve fare in fretta, prima che sia troppo tardi per permettere al rituale di continuare.

“Non devi lasciarlo raffreddare, o tutto sarà stato vano” mi dice il fabbro tra un colpo di martello e l’altro, quasi sussurrando, con il suo solito modo di parlare a mezze parole. Enigmatiche. Come selezionando solo una piccola frase del dialogo che nella sua mente si sviluppa articolato.

Poi ripiomba nel suo silenzio orchestrale e batte con forza e precisione, con eleganza e delicatezza, per non fargli troppo male. Per acquietare il ferro e al tempo stesso per affermare la sua posizione di creatore e direttore, ma soprattutto di padre, che aiuta un figlio a crescere nell’arsura della vita.

E così i rapporti si stabiliscono, e il ferro vibra sotto i colpi potenti del corpo dell’uomo. Tutto incomincia a tremare ed egli stesso, il fabbro, vibra e trema insieme a tutto il resto, confondendosi a tratti con la materia che sotto le sue mani si plasma. Mani agili e callose dalle quali fuoriescono flussi vitali di energia, per creare forme e vita là dove prima vi era solo materia inerme. Vi era il vuoto ed ora invece c’è un segno della sua esistenza, affisso per sempre nella memoria, che difficilmente cadrà nell’oblio.

Tim. Tam. Tim. Tam.

E poi, il silenzio. Il fuoco della vita nascente spento dall’acqua.

L’orchestra si inchina, ringrazia e sparisce dietro al sipario. Il fabbro mi guarda soddisfatto.

“La struttura è pronta. Ora bisogna assemblare lo scheletro di colui che arriverà.”.

“Chi?” domando io. Le mie parole riecheggiano nella stanza. “Ancora non lo so…” mi risponde assorto. Lo sguardo sembra perso nel vuoto, ma in realtà egli vede mondi e possibilità. Orizzonti a me nascosti.

Il suo volto sporco di nero, i capelli brizzolati arruffati, come se fosse reduce da una guerra. Mi sorride, con il suo solito sorriso sghembo. D’altronde lo è. Una guerra interiore tra mente e corpo, uniti ma divisi nella modalità di azione. E seppur la mente dell’artigiano fabbro imponga limiti e misure da rispettare, alla fine, lui, come un attore decide di improvvisare, fidandosi del suo corpo che da solo conosce ciò che noi ancora non sappiamo di conoscere. Si fida del cuore, del suo istinto e delle sue mani, sicuro che non lo deluderanno, ma che gli permetteranno di arrivare ben oltre la meta che si era prefissato. D’altronde un artigiano è come un esploratore, alla continua ricerca di se stesso. Un percorso nel quale approda in continuazione a scoperte e tesori meravigliosi, che forse non avrebbe nemmeno mai immaginato.

In silenzio ha ripreso a lavorare e tra le scintille di fuoco del flessibile incomincia a delinearsi una figura costellata di tanti piccoli pallini di ferro.

È rincominciata così una danza tra il fabbro e colei che sembra assumere la bellezza verginale di una donna, il cui corpo si modifica ad ogni luna nuova, e qui, sotto l’influsso di scintille e pesanti martelli nasce e rinasce in ogni momento. Infinite possibilità sul destino di questa nuova creatura che si abbandona come figlia nelle mani del padre fabbro, che con dolcezza la tocca, la culla e la muove trasformandola.

Lei lo sa, e attende impaziente.

Tim. Ecco spuntare un corpo dalle rotondità formose.

Tim. Tam. Compare un’ala sul fianco. Che sia un angelo?

Tim. Tam. Tim. Occhi immortali appaiono sul viso e mi osservano guardinghi.

Il fabbro è concentrato e isolato dal resto del mondo. Nei suoi occhi l’amore e lo stupore. In quelli della creatura la certezza che le mani di quell’uomo all’apparenza un po’ brusco le doneranno la vita.

E finalmente, dopo ore ed ore di danza e lavoro solitario, egli appare. Non una donna. Non un angelo. Ma un uccello dalle ali di ferro.

Creatura celeste, somigliante ad un dodo, che si è incarnata nel ferro dell’artigiano.

Il fabbro la osserva e, datogli gli ultimi ritocchi, la contempla soddisfatto. Gli gira intorno un paio di volte, osservandola nella fievole luce del laboratorio. Dolcemente si avvicina e con una mano carezza il suo corpo duro e piumato. Partendo dalla testa scivola seguendo le sue sinuose rotondità e la percorre come una strada dai molteplici dislivelli. Infinite curve e salite. In essa vi è racchiusa la strada della sua vita. Scende fino alla coda dall’ampia apertura, soffermandosi pensieroso sulle sue ali chiuse, ma pronte per tentare il volo.

Poi tasta l’affilatura del becco prominente ed infine con un grande sforzo fisico la solleva dal banco di lavoro e la posa per la prima volta sul suolo terrestre, allontanandola per sempre dal grembo di legno, che fin’ora l’aveva ospitata per nascere. Così si conclude il rituale della nascita. E non senza sofferenza egli è pronto a distaccarsi dalla sua creatura, che è ormai libera.

Solo a quel punto alza lo sguardo su di me, che fin’ora ero rimasta nella penombra, unica spettatrice di questo meraviglioso e magico atto di creazione.

Mi sorride e mi dice:” Ora è pronta per spiccare il volo!”.

Le sue parole corrono nell’aria, e viaggiano nel laboratorio.

 

All’improvviso si fa tutto più buio e l’eco di quelle parole svanisce lentamente. Apro gli occhi. Non c’è più nulla di fronte a me. Solo il buio ed il silenzio. Un pulviscolo di polvere si libra nell’aria danzando nell’unico raggio si sole che affonda la penombra del laboratorio.
Mi guardo intorno. Il fabbro non c’è più. Anche se a tratti mi pare ancora di udire il ritmo calzante di quella melodia metallica. Il fuoco non arde. Ed io sono ormai sola in questa bottega che dal 1832 ospita il cuore di artisti artigiani.

 

L’uccello dalle ali di ferro non spiccò mai il volo.

Al suo posto il fabbro prese la via celeste. Uno scambio di dimensioni in cui ognuno prese il posto dell’altro: l’uccello di ferro restò nella vita, mentre il fabbro che donò a quest’ultima opera tutta la sua anima, un giorno spiccò il volo e partì per sempre. Con la leggerezza e la grazia di una rondine e la forza e il coraggio di un pettirosso prese a volare sopra di noi, mostrandoci la via per la libertà.

A me resta solo il ricordo, l’odore acre di ferro che sempre mi accompagnerà nella vita e l’eco lieve di parole enigmatiche sussurrate al ferro.

 

La poca luce presente è ormai scomparsa e mi decido ad abbandonare questo tempio di ricordi e anime. Esco dalla bottega, lentamente e senza fare rumore come quando sono entrata. Mi ci vuole un attimo affinché gli occhi si abituino alla bianca luce del sole.

Poi la vedo.

Lei. Creatura alata all’entrata della bottega. L’uccello dalle ali di ferro. Lui è rimasto. Frutto di un’esistenza. L’ultima opera compiuta dall’artista e fabbro artigiano Paolo Del Vecchio, e come tale, testimone e guardiana della sua vita.

 

In ricordo di mio padre Paolo Del Vecchio, artista e artigiano fabbro del ferro battuto, deceduto prematuramente nel Dicembre 2016.

 

 

(Il racconto è tratto da una storia vera: l’impresa artigiana narrata è realmente accaduta ed è stata una delle ultime opere realizzata da Paolo Del Vecchio prima di morire.

Tutt’oggi è esposta davanti alla bottega sita in via Roma 28 a Moltrasio (CO).)

 

Bottega artigiana, sita in Moltrasio (CO), fondata nell’anno 1832 e senza interruzione condotta fino al Novembre 2016 dai discendenti dell’artiere fondatore.

Paolo Del Vecchio classe 1957, ex titolare artigiano della bottega, suo figlio Francesco Del Vecchio classe 1986.

Il nonno Franco Del Vecchio classe 1922.

A ritroso nella storia Paolo Del Vecchio classe 1883, che espose un portavaso artistico in ferro battuto all’expo Voltiana in Como nel 1925.

Del Vecchio Emanuele, classe 1852 e Del Vecchio Giuseppe, detto Franco, classe 1811.

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