Andrà tutto… “incerto”: l’immunità psicologica di gregge

Non è più l’epoca delle buone prassi e dei progetti ben fatti, ma delle strategie che perseguono degli obiettivi “navigando a vista”. Occorrerà giungere ad una immunità psicologica di gregge in grado di elaborare l’incertezza e tutelarci dalla paura del domani e del cambiamento, per farci ricominciare una vita… diversa.

Giuseppe Fichera*

Tra le tante parole che abbiamo imparato ad usare, talvolta abusandone, in questo periodo, due ci hanno colpito particolarmente. La prima parola è “incertezza”, legata alla mutazione improvvisa degli eventi ed alla difficoltà o incapacità di prevedere una vita futura che oggi sappiamo sarà inevitabilmente mutata. La seconda è “immunità”, legata alla possibilità di sviluppare anticorpi e di creare un vaccino, oppure associata al termine “gregge”. Entrambe le parole ci spaventano. La prima ci rende sgomenti (cosa sarà del nostro futuro?), la seconda rimanda a una selezione naturale che fa altrettanto paura, perché intanto, nell’attesa, la gente intorno a noi muore.

Andrà tutto… incerto

Queste semplici riflessioni sono alla base di quella sensazione di attesa senza riferimento che viviamo in questi “giorni sospesi”, mentre fuori il dramma va in scena, e noi vi assistiamo inermi. A queste riflessioni occorre dar voce: siamo tutti vittime di un trauma collettivo dal quale ci dobbiamo immunizzare. Parafrasando Freud, possiamo dire che un trauma è un evento che investe la persona in modo violento e verso il quale essa non ha ancora generato “anticorpi”. Non stiamo parlando del dramma di chi subisce in prima persona il contagio e si ammala seriamente, o di chi improvvisamente vede sparire parenti ed amici senza poterli confortare, salutare, seppellire. Non stiamo parlando della disperata corsa dei medici e degli infermieri che consumano strenuamente le proprie risorse fisiche e intellettuali per salvare “i salvabili”, in strutture ospedaliere impreparate alla pandemia. Stiamo parlando, spostando il focus, della maggior parte della popolazione che difende sé stessa e il prossimo attraverso l’unica risorsa possibile: il distanziamento sociale e il lockdown, e che assiste passiva al dramma collettivo narrato dai media e rinforzato crudamente dalle sirene delle ambulanze che attraversano le strade adiacenti le nostre case.

Si tratta di eventi traumatici profondamente diversi. Il primo è il “lutto”, improvviso, alienato da una ritualità millenaria negata (il capezzale, il cordoglio, il funerale), oppure il “trauma vicario” di chi assiste il morente (medici, infermieri, operatori) senza gli strumenti adatti, senza conoscerne le vicende, senza il necessario dialogo con i parenti che leghi la persona alla sua storia. Ecco che in questo caso l’approccio terapeutico individuale può essere utile. Nel secondo caso invece ci troviamo di fronte ad una situazione diversa, dalla quale dovremmo cercare di trovare – sempre ricorrendo al linguaggio freudiano – degli “anticorpi psicologici”, per giungere ad una immunità di gregge psicologica in grado di elaborare l’incertezza e tutelarci dalla paura del domani e del cambiamento, nell’attesa che la medicina faccia il suo corso e la curva finalmente decada a un livello sufficiente sicuro per farci ricominciare una vita… diversa. Proviamo allora, servendoci di due grandi personaggi del nostro tempo – l’epistemologo Edgard Morin e lo psicologo Carl Rogers – a percorrere una via possibile a quello che potrei chiamare IPG, Immunità Psicologica di Gregge, una immunità che ci tuteli da quei disturbi post-traumatici dovuti all’isolamento, alla paura del presente e alla preoccupazione verso il futuro.

Edgard Morin ci propone la via dell’incertezza[1]. All’interno della sua interpretazione dei sistemi complessi, afferma che allo stato attuale non possediamo più strumenti che garantiscano oggettività. Non è più l’epoca delle buone prassi e dei progetti ben fatti, ma delle strategie che perseguono degli obiettivi “navigando a vista”. La realtà è per Morin una particolare alchimia fra ordine e caos[2] che chiama complessità. Non possiamo manipolare a nostro piacimento i meccanismi sottesi alla realtà, ma solo muoverci nelle turbolenze e nell’imprevedibilità. Pensiamo a quante volte in questo periodo compaia il termine “incertezza”: in TV, nelle narrazioni scritte, negli articoli pubblicati sui giornali o sulle riviste specializzate.

Se osserviamo il virus in modo sistemico, scopriremo quindi che la sua forza non sta tanto nella letalità quanto nella sua rapidità, nella sua capacità di far collassare il sistema sociale, passando per l’intasamento delle sale di rianimazione – sottosistema del sistema sanitario, per giungere infine ad impattare violentemente sul sistema economico mondiale. (Ecco la complessità, l’effetto Butterfly![3], il contagio in sé è un concetto lineare, meccanico, causa-effetto.)  E questo ha anche a che fare con il sistema etico: abbiamo deciso che non possiamo far morire le persone senza assistenza, costi quel che costi. Potevamo fare scelte diverse e decidere di sacrificare i più deboli, in funzione di non fermare la produzione, l’economia, il mercato ecc. E c’è chi ha cercato di farlo inneggiando proprio all’immunità di gregge. Ecco, la forza nel virus non sta nella sua letalità (esistono virus più pericolosi), ma nella sua capacità di far collassare la nostra organizzazione sociosanitaria.

Cambiare il paradigma

Secondo Morin il problema non sta nel vedere l’incertezza come un evento straordinario, ma esattamente nell’accettarla come un paradigma. Combattiamo contro un evento della natura al quale non avevamo pensato. Il primo rifugio è in quella “scienza” che ci era stata narrata come la via della certezza. Ma le epistemologie moderne ci dicono altro. Il relativismo di Einstein, il probabilismo quantistico, le filosofie della scienza moderne ci dicono che un’affermazione scientifica “è vera fino a quando non viene falsificata” (Popper 1972)[4]. Che la conoscenza non è semplice somma di fatti certi ma, al contrario, la ricerca è una deriva per tentativi ad errori, che la verità e la certezza sono tali “fino a prova contraria”. Insomma, rimane sempre un certo margine di “incertezza”. Il positivismo ottocentesco (al quale siamo ancora inconsapevolmente legati) si presenta più come un credo religioso, una dogmatica fiducia nel potere dello scienziato che attraverso il suo operare dona pezzi di verità all’uomo[5]. Se ripercorriamo la crono-storia delle comunicazioni scientifiche narrate (in modo più o meno autorevole) dai media in questi giorni, ci rendiamo conto di quanto sia presente, nella ricerca di una definizione del comportamento del Coronavirus e dei sui effetti la contraddizione, l’imperfezione, l’errore. Fino alla “risoluzione” finale, che si può sintetizzare nelle realistiche parole “…non lo sappiamo, stiamo ancora cercando di capirlo”. Finalmente un linguaggio scientificamente (epistemologicamente) corretto. Gli scienziati lo sanno benissimo, ma per noi non è così scontato. Nella più attuale visione della realtà che contempla l’incertezza come paradigmatica, Morin propone un a-metodo, un cambiamento di paradigma come passaggio dall’idea di una intelligenza che persegue obiettivi cercando di evitare l’errore a quella di una saggezza che adotta una strategia che contempla l’errore come propria forma di conoscenza[6]. Accettandone l’aleatorietà come elemento di fondo. Da un punto di vista psicologico accettare l’incertezza significa vivere nel cambiamento. La psicologia negli ultimi decenni ha trattato il tema del cambiamento come elemento fondamentale per l’emancipazione dell’uomo. Accettare di non sapere è la prima strada verso la conoscenza. Per la vecchia psicoanalisi di freudiana memoria e le vecchie epistemologie, rimane un fatto privato, una cura per un trauma, un vulnus che ha contaminato l’inconscio, una patologia. Certo un vulnus c’è stato, ma si tratta di qualcosa di relativamente diverso, non per questo meno rischioso.

Viceversa, nella visione dell’uomo di Rogers abbiamo a che fare “con un organismo che è sempre motivato, è sempre intento a qualcosa,… una tendenza al completamento, all’attualizzazione, alla conservazione ed al miglioramento dell’organismo”[7].

Secondo questo approccio gli individui rispondo attivamente agli stimoli dell’ambiente tentando di soddisfare i propri bisogni anche quando affrontano disagi e dolori. È facile osservare questo processo spontaneo quando la persona percepisce una possibilità di scelta che, se adeguatamente simbolizzata, diventa “proattiva”, orientata cioè ad una maggior maturità e socializzazione[8].

Ciò che forse non è mai accaduto (per lo meno per quanto riguarda la pandemia) è che coloro che si cimentano in una relazione di aiuto (psicologi, operatori sociali, pedagogisti) sono, esattamente come gli altri, parte del sistema. Insomma, il sistema che osserva e il sistema osservato sono intrinsecamente intrecciati, senza soluzione di continuità. Come se il paziente e il terapeuta fossero parenti, il supervisore e il supervisionato legati da interessi comuni. Non esiste più un punto di vista privilegiato, un setting che permetta la giusta dimensione[9].

IPG: verso un’immunità Psicologica Di Gregge.

Ma c’è un’altra via: quella dei piccoli gruppi, legata sempre alle intuizioni di Rogers, in cui la dimensione terapeutica non riguarda la conoscenza certa di chi è esperto e di chi sa, ma alla saggezza di chi crea le condizioni affinché ci sia la possibilità di esprimersi e simbolizzare, creando congruenza attraverso l’incontro con l’altro.

Mentre l’immunità di gregge biologica segue la strada della comunicazione lineare, l’IPG seguirà quindi la strada della collaborazione (elaborazione del pensiero-comprensione), attraverso meccanismi ricorsivi di reciproco rinforzo. Insomma, la possibilità di elaborazione di pensieri coerenti con il vissuto individuale e condivisibili crea una contaminazione di resilienza fino a raggiungere un numero sufficientemente alto di persone in grado di supportare positivamente il sistema sociale rispetto al cambiamento necessario. L’immunità di gregge prevede che una percentuale di individui della popolazione guarisca sviluppando anticorpi, isolando così – attraverso la propria presenza – la restante parte della popolazione, impedendole di fatto di entrare in contatto con l’agente patogeno. Una giusta quantità di persone che abbia elaborato un proprio modo di dar senso al nuovo modo di essere “nell’epoca del coronavirus”, può essere elemento di per sé facilitante nei confronti di chi fatica ad adattarsi.

Queste tipologie di gruppo, attraverso figure formate per creare setting psicologicamente funzionali, possono permettere l’emancipazione attraverso un’elaborazione della realtà che si integra con il modo di essere della persona attraverso la libera espressione di sé. Questa dimensione “generativa” è già osservabile in quei comportamenti spontanei o ricercati che spesso abbiamo definito resilienti, orientati verso quella socialità oggi cercata attraverso nuove opzioni tecnologiche (in realtà Skype esiste da quasi vent’anni). Il rischio e che le analisi degli esperti patologizzino questi comportamenti è molto elevato (…già siamo rinchiusi). Occorre quindi trovare una terza via.

Ripensiamo ora a quanto è accaduto all’inizio della quarantena. Dopo i primi quindici giorni questa ricerca spasmodica dell’altro si è dimostrata insufficiente, e per questo abbiamo deciso di uscire da una dimensione social-personalistica accompagnata da un’ostentazione della vita casalinga, spesso pseudo-comicamente connotata dalla rappresentazione di improbabili e bizzarre “strategie per sopravvivere in casa” (montate per l’occasione). Questa dimensione “giocosa” (paragonabile a quella del bambino che fischietta nel buio) ha lasciato quindi il passo ad una nuova presa di coscienza: che il nostro modo di vivere dovrà essere “realmente” modificato per molto tempo. E che il rito della quarantena e della mascherina non ci renderà “salvi” e “immuni” dal rischio (esattamente come la cintura di sicurezza non ci garantisce che usciremo indenni da ogni incidente). Abbiamo allora cercato dimensioni più significative, nelle relazioni più autentiche di socialità ma anche nell’ironia, e nelle “scelte” delle comunicazioni social spesso ridondanti e poco utili. Pensiamo alle telefonate con persone significative della nostra vita che riemergono nonostante quelle distanze di spazio e tempo. Ecco che la tensione delle specie verso il proprio modo di essere non si è spenta: gli anticorpi psicologici paiono essersi attivati. Nelle telefonate che si sono allungate, nel riscoprire amicizie distanti nello spazio e nel tempo che improvvisamente ritrovano vigore in Skype, al telefono, sui social. E non faccio riferimento alla potenza della rete, ma alla tensione delle persone a utilizzare ciò che hanno per creare relazioni. Cosa ce ne facciamo ora di quei simpatici spot nei quali improbabili personaggi rappresentano sé stessi nei vari giorni di prigionia? Oppure delle mille piattaforme dove occorre far vedere che “si fa qualche cosa” in cui di fatto – inconsapevolmente – si fa vedere che si “resta come prima” quando il mondo, la nuova complessità, ci chiede di cambiare? Restare come prima dà sicurezza, per cambiare occorre intraprendere la strada dell’incertezza, ma la realtà ci presenta questi fatti: non c’è il vaccino, non c’è la cura. Che fine hanno fatto quei messaggi consolatori, quegli Andrà tutto bene! appesi alle finestre? Sono impalliditi, ingialliti come i lenzuoli stereotipati sui quali sono stati scritti… andrà tutto bene cosa? Quando? Perché? Qualunque psicologo o pedagogista sa benissimo che un messaggio rivolto al futuro senza oggetto né riferimento è un messaggio sostanzialmente ansiogeno.

Mi è capitato quindi di sentirmi con pochi amici e parlare di quello che è successo e di quello che succederà, di riprendere il filo di lunghe conversazioni passate. Si è parlato di tutto a turno, del virus, delle cure, del futuro, di spiritualità, di un mondo diverso e non per questo rassicurante. Si coglie proprio qui l’affinità con i gruppi descritti da Rogers, sembra chiaro che il desiderio delle persone va in questa direzione. Non ci si percepisce come vittime di un trauma e non ci si inserisce nella categoria “pazienti”. Ancora una volta la diagnosi non serve a comprenderci. Tuttavia l’urto, il danno, è oggettivo, è la realtà.

Da qui la decisione di riproporre nel sociale una situazione simile. Questi gruppi si sintonizzano via Skype con la stessa attitudine, anzi con un maggior desiderio e una forte tensione emotiva che deriva dal desiderio autentico di condividere intimamente un sentimento comune che tuttavia va comunicato, e che viene da tutti percepito come una via di senso, (“trovare un senso, un significato rende molte cose sopportabili…. forse tutte quante diventano sopportabili”, ha scritto Carl Gustav Jung). Insomma, il mezzo tecnologico non è più lo strumento scintillante che fa vedere quanti siamo originali. Ma, al contrario, è lo strumento che ci permette di “esserci”, di elaborare la situazione incerta e darle un nuovo significato, di percepirla come un ulteriore momento di cambiamento e incertezza – forse più drammatico del solito, ma assolutamente autentico. La via verso un nuovo necessario cambiamento. Nella mia attività di supervisione ho incontrato mensilmente gruppi di educatori, assistenti sociali con competenze e curricula diversi. Ho sempre cercato di tenere a mente la lezione rogersiana: “noi non salviamo nessuno, le persone si salvano da sole”. Però possiamo darci il compito di mantenere un setting funzionale, tecnicamente ed eticamente. Tecnicamente, lavorando sui confini del setting, attraverso i tre operatori della complessità che Rogers ha indicato: assenza di giudizio, empatia e congruenza, rispettando il vissuto di ognuno, senza mai essere consolatori o rassicuranti. Per fare questo occorre non essere collusivi né collusi e mantenere il valore deontologico della privacy. Questo crea un clima caldo e vero affinché si creino le condizioni perché ognuno si senta libero di esprimersi e trovare la sua dimensione. Credo che questi gruppi on line possano nascere all’interno delle organizzazioni, delle aziende[10] o creati ad hoc per chiunque volesse parteciparvi. In fondo è dal basso che storicamente nascono le rivoluzioni scientifiche e culturali, fino a creare una sorta di consapevolezza collettiva… in altri termini, una immunità psicologica di gregge. Per dirla con le parole di Rogers, “l’esperienza dei gruppi di incontro dimostra quale potenziale straordinario d’aiuto sia insito nelle persone comuni… a patto soltanto che siano liberi di usarlo”.

 

Edgard Morin, La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1993

Edgard Morin, Il Metodo, Feltrinelli, Milano, 1977

Karl R. Popper, Congetture e Confutazioni, Bologna, Il Mulino, 1973

Thomas S. Kuhn, La Struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 1969

Rogers, Un Modo di Essere, Martinelli, Firenze, 1980

Rogers, I gruppi di incontro, Astrolabio, Torino, 1970

C.Rogers, Psicoterapia di consultazione, Astrolabio, Torino, 1972

 

*Redattore Pedagogika, Counsellor, Formatore, Pedagogista e Coordinatore Stripes

 

 

 

 

 

[1] Edgard Morin, La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1993

[2] Edgard Morin, Il Metodo, Feltrinelli, Milano, 1977

[3] Edward Lorenz scienziato e matematico, nel titolo di un suo articolo del 1972: Predictability: does the flap of a butterfly’s wings in Brazil set off a tornado in Texas?

[4] Karl R. Popper, La scienza, congetture e confutazioni, in Congetture e Confutazioni, Bologna, Il Mulino

[5] Thomas S. Kuhn, La Struttura delle rivoluzioni scientifiche,

Einaudi, Torino 1969.

[6] Edgard Morin, op. cit.

[7] Rogers, Un Modo di Essere, Martinelli, Firenze, 1980

[8] Rogers è influenzato in questo senso, dallo sviluppo della fisiologia e delle scienze cognitive, della teoria dell’informazione e della complessità, in particolare nelle loro scoperte recenti dovute a scienziati  e ricercatori   tra cui Ilya Prigogine, Frigid Capra, Ludwig von Bertalanffy, e Heintz von Forester, Gregory Bateson. Da questo punto di vista Rogers sembra aprire attraverso le sue intuizioni, le sue osservazioni alle nuove epistemologie emergenti facendo suoi alcuni concetti che si esprimono nella sua teoria, il cui passaggio successivo sarebbe stato negli anni  ’90 del secolo scorso quello di Morin e dei teorici della complessità.

 

[9] Come dice la McWilliams in un suo recente scritto a proposito del coronavirus: “La cosa più difficile con la quale confrontarmi psicologicamente, è il fatto che la paura del coronavirus non è ansia nevrotica, e l’angoscia rispetto ai suoi danni non è depressione nevrotica. Io posso aiutare i pazienti quando le loro reali paure e perdite vengono complicate dalle loro idiosincrasie e vulnerabilità, ma non posso ridurre una sofferenza emotiva che è fondata sulla realtà. Invece, sono testimone di una paura reale e di un travolgente dolore.”

 

[10] Rogers nel suo libro I gruppi di incontro (1970) scrive : “Conosco poche altre tendenze che abbiano espresso con tanta chiarezza il bisogno il desiderio della gente anziché delle istituzioni”. Questo mentre osservava le reazioni alla diffusione negli anni ’70 dei gruppi di incontro (nelle aziende, nell’industria, nelle università, negli enti governativi, negli istituti di istruzione, ecc..).

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