Anthem Of The Peaceful Army

Greta Van Fleet

Anthem Of The Peaceful Army

IMS, 2018,

€ 20,50

Dopo il successo dei singoli Highway Tune e Safari Song, ecco l’attesissimo album di debutto dei Greta Van Fleet, intitolato Anthem Of The Peaceful Army e caratterizzato da un hard-rock revival degli anni ’70.

La critica si è immediatamente vista di- visa tra un curioso interesse ed un freddo scetticismo. Nel primo caso il gruppo del Michigan rappresenta il simbolo del glorioso rock passato, quello che è

«morto» con lo scioglimento delle band ritenute leggendarie e che non avrà mai più seguito in futuro: in quest’ottica, la voce di Joshua Kiszka e la chitarra del fratello Jacob sembrano cogliere e por- tare avanti l’eredità che Robert Plant e Jimmy Page hanno lasciato con i loro Led Zeppelin.

Nel secondo caso sono considerati praticamente una cover-band, un clone del leggendario complesso britannico fiondato in un’epoca in cui il rock deve assolutamente cercare altri orizzonti e non può guardarsi indietro.

La verità, come in molti casi, sta probabilmente nel mezzo: è indiscutibile che i singoli che precedono questo album e alcune tracce al suo interno riprendano molti dei tratti distintivi dello stile di Plant e compagni. A volte anche in maniera impressionante: il ritmo, le sonorità, i vocalizzi, i riff di chitarra spesso sono quasi indistinguibili per chi non conosce bene le due band. È però altrettanto indiscutibile il talento del quartetto americano

 

che ha certamente preso d’ispirazione il repertorio musicale degli Zeppelin, ma non ha rubato niente. Ovviamente quello che ne viene fuori non è innovativo, ma non si può non ap- prezzare il lavoro che sta alla base di questo progetto.

Anthem Of The Peaceful Army è complessivamente un album ben riuscito e strutturato. I Greta Van Fleet celebrano il rock degli anni d’oro con un’energia ed un entusiasmo completamente inno- vativi per questo genere.

Gli spunti chitarristici e le prodezze vocali registrate rispettivamente da Jacob e Joshua Kiszka risaltano immediatamente al primo ascolto; scendendo nel particolare, chitarra e voce sono sostenute in modo robusto ed instancabile dal ritmo portato dal terzo fratello Sam Kiszka al basso (non- ché alle tastiere) e da Danny Wagner alla batteria. I loro testi cantano di pace e amore, temi fondamentalmente tradizionali nella cultura rock degli anni ’60-‘70: la musica è considerata come un rito magico che viene usato per diffondere messaggi di fratellanza e di rispetto reciproco nella sacra conice creata da Madre Natura.

È chiaro che si sentano ancora gli Zeppelin in brani come The Cold Wind (vivace armonicamente e ritmicamente imprevedibile) e When The Curtain Falls (solenne ed epica, con un ritmo andante e ben definito), ma è evidente l’influenza di altri generi nel folk dell’apertura in crescendo di Age Of Man, nella orientaleggiante ed energica ballata Watching Over, nella psichedelica Lover, Leaver, nel blues che sta alla base di Mountain Of The Sun, ma anche nel southern-rock e nel progressive di altri brani. You’re The One e The New Day sono ballate acustiche molto raffinate, addolcite ulteriormente dalla squillante e vitale voce di Joshua. Anthem, chiude l’album in maniera coinvolgente ma nostalgica.

Nel complesso l’album scorre decisa- mente bene ed in maniera molto na- turale: i brani ed i loro ritornelli sono facilmente orecchiabili, anche se a volte troppo tendenti ad un pop melodi- co, ma fanno da contrasto a sonorità e ritmiche ruvide e potenti, tipiche dell’hard-rock.

Le aspettative ed il successo creati attor- no ai Greta Van Fleet sono frutto dell’e- poca che ha diviso gli anni del «vero rock» dai giorni nostri. In tanti aspettavano di poter riascoltare qualcosa di simile a ciò che da più di cinquant’anni sembrava essersi perso. I fratelli Kiszka hanno preso la palla al balzo ed hanno colmato finalmente il vuoto: per questo motivo, più che usare verbi come «imi- tare» o «copiare», sarebbe preferibile dire che i Greta Van Fleet ripropongo- no un genere già esistente in un periodo storico in cui iniziava ad essere pesante la sua mancanza.

In ogni caso, non si può ancora criticare il quartetto americano di «imita- re» o «copiare» i Led Zeppelin; questo album andrebbe ascoltato senza pregiudizi ed apprezzato in quanto rap- presenta un’opera sicuramente molto interessante. Il problema, se così si può chiamare, si paleserà al loro prossimo lavoro. In quel momento si capiranno le reali intenzioni dei Greta Van Fleet: restare all’ombra dei giganti o uscire allo scoperto, sviluppando e concretizzando tutte le notevoli potenzialità intraviste finora.

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