Diario di bordo

Leone Ivo

Diario di bordo

2018

Molto è stato detto e scritto attorno all’hip-pop, all’aver esaurito o meno la sua spinta propulsi- va, all’essere, una parte di esso, riuscita a resistere ai molti, e vincenti, tentativi di mediocre commercializzazione e banalizzazione. Altrettanto si è scritto a proposito dell’essersi articolato in correnti non sempre caratterizzate da virtuosità, da messaggi democratici e da linguaggi con quella quota doverosa, o almeno minimamente necessaria, di politicamente corretto. Tutto ciò è vero, com’è altrettanto vero che tale insieme di esperienze artistiche è stato, negli ultimi anni, anche un modo, ancora non esaurito, di rappresentare un certo

mondo giovanile, in particolare quello presente nelle periferie (metaforiche e reali) delle piccole e grandi metropoli. Rappresentarlo, non cantarlo o enfatizzarlo come una condizione umana pressoché invidiabile verso cui provare quasi un sentimento di nostalgia precoce, come fece Fabrizio De Andrè in altri tempi e in altri luoghi (“dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”). La musica e le canzoni rap, ma potrebbe valere anche per la danza, quando si producono nelle periferie (quelle vere, realmente vissute) in peri- feria assumono su sé alcune delle problematicità delle persone che in (metaforiche e reali) periferie abitano. Le canzoni di Leone Ivo, il suo ultimo CD “Diario di bordo”, ma anche quello immediatamente precedente “Rivolution”, assumono queste problematicità come componente essenziale, ineliminabile, generative di tensioni che non troveranno mai una sintesi pacificatoria. Ecco allora la periferia che è luogo della formazione, denso di esperienze educative informali che attraversano e sono attraversate dalle persone. Esperienze educative che tendono a far sì che gli abitanti delle periferie, in particolare i giovani, siano effettivamente quelli previsti dai processi di etichettamento e di esclusione (la profezia che si autoavvera), cioè giovani senza speranza, coinvolti in storie poco edificanti, che entrano e escono dalle patrie galere, pericolose a sé e agli altri. Le periferie però sono interessate anche da esperienze educative profondamente diverse, che non sono solo quelle di segno opposto alle precedenti, cioè quelle che spingono a essere dei normalissimi “bravi ragazzi”, ve ne sono anche altre, quelle che non indirizzano né in una direzione né verso l’altra, o forse indirizzano verso entrambe, facendo sì che le persone vivano tutte le contraddizioni dell’essere nati e del vivere le periferie delle metropoli e da esse farsi vivere. Tutte queste contraddizioni sono presenti nelle canzoni di Leone Ivo: la periferia che genera storie negative da accogliere così come sono, quasi sospendendo il giudizio su di esse; la periferia che produce narrazioni sulla propria insufficienza, sui propri limiti, sul proprio essere emarginata e, nello stesso tempo, produce altre narrazioni nelle quali si pone come centro, rivendicando l’orgoglio di essere una forma di opposizione a quel pensiero presso- ché dominante che caratterizza il ceto medio che continua a credersi borghesia e non sa di avere perso quasi tutti gli appuntamenti con la propria speranza di elevazione sociale. I personaggi che popolano le canzoni di Diario di Bordo offrono alla vita pelle viva o già ustionata, resistenza a oltranza e disillusione, orgoglio per quello che si è, compresi i costi che tale orgoglio comporta per chi non lo abbandona. E tutto ciò a parti- re dall’“io narrante” che si pone come un soggetto conflittuale e irriducibile, non omologato, non alla ricerca della simpatia immediata, denso di contrasti, impegnato in una ricerca che produce coscienza inquieta e, in quanto tale, costituente un invito a pensare.

Sergio Tramma

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