Un villaggio per educare

Domande, curiosità e dubbi dal mondo dell’educazione

a cura di Alessia Todeschini

Educatori versus insegnanti… Laboratori, esperienze ed inclusione versus didattica e controllo.

Non dovrebbe essere così, eppure da educatori ogni tanto ci si trova in difficoltà ad operare nella scuola. Come lavorare per sciogliere questo conflitto e questa dicotomia?

Risponde Rosa Alba Bellante, pedagogista e drammaterapeuta

Circa 20 anni fa, quando da educatrice mi presentai in una scuola elementare ad una insegnante di sostegno, questa mi disse: “ah finalmente è arrivata la persona che porta in bagno il bambino”. Incassai il colpo e iniziai il mio lavoro.

Molti anni sono passati da quel settembre di più di 20 anni, quando ancora gli educatori si chiamavano assistenti ad personam ed il loro ruolo era alquanto “liquido”, mentre il ruolo dell’insegnante di sostegno era già chiaro. Il ruolo dell’educatore a scuola, oggi, è stato definito: è un professionista dell’educazione che ha il compito di promuovere e sviluppare le potenzialità dei minori con obiettivi educativi, relazionali e favorire apprendimenti e le autonomie del soggetto affidato.

L’educatore osserva, riflette, progetta interventi educativi specifici elaborati in rete con l’equipe multidisciplinare: operatori sanitari, sociali, famiglia e soprattutto con le insegnanti con cui si confronta quotidianamente. L’educatore è un esperto delle relazioni e il terreno su cui può incontrare l’insegnante è quello della condivisione dell’azione progettuale. L’educatore collabora insieme all’insegnante di classe e in special modo con l’insegnante di sostegno, in stretta connessione, in quanto i due progetti, educativo e didattico, si ampliano ed integrano vicendevolmente. Ma non sempre questa armonia è ben raggiunta. Esistono disalleanze e disarmonie; conflitti e incomprensioni, non sempre, ahimè, di natura epistemologica.

Da cosa partiamo allora? Su quale terreno possono incontrarsi queste due professionalità? Iniziamo con il ribadire che, una volta ben compresi ruoli e limiti delle due professioni, le disarmonie e i conflitti esistono e non bisogna tacerle sennò diventano ostacolo, svilimento e banalizzazione. Bisogna, a mio avviso, saper stare in questo conflitto e far emergere le difficoltà comunicando in un’ottica di superamento dialettico. Quindi si dovrebbero promuovere azioni sinergiche di connessione e collaborazione. Mai dimenticando il primo obiettivo tra tutti, cioè il benessere del bambino, queste figure devono saper creare una atmosfera gioiosa, serena che possa promuovere lo sviluppo di tutte le competenze educative e apprendimentali del minore. E qui entriamo appunto nell’altro obiettivo fondamentale, educatori ed insegnanti dovrebbero trovarsi a riflettere sulla visione olistica del bambino, unitaria e globale e non di separazione tra didattica e educazione. La dicotomia, assolutamente sterile, tra queste due argomentazioni, che in sé è un paradosso, può essere superata non scavando trincee, ma ricoprendole di terreno fertile di esperienze, relazioni e saperi, dove possano germogliare fiori colorati e freschi. In questa ottica diviene presupposto fondamentale, comune alle professionalità di tipo educativo, l’essere “professioni riflessive”, che impone appunto una riflessione e una azione responsabile sui modi dell’agire educativo, da parte di educatori ed insegnanti. Elemento prioritario diviene la condivisione del percorso perché sia la pratica educativa (terreno dell’educatore) che la pratica didattica (terreno dell’in- segnante), hanno bisogno l’uno dell’altro per essere funzionali; devono sostenersi, invertirsi, sporcarsi l’uno dell’altro, essere “compresenti”, nell’azione progettuale. Fondamentale diviene quindi la relazione tra i due operatori, in quella che, mi pia- ce definire, una attitudine “costruttiva” verso l’altro: quindi restare in un orizzonte di dialogo aperto, di fiducia, in ascolto, integrando, includendo le due esperienze, i due saperi o i due territori.

Educatori ed insegnanti possono promuovere esperienze laboratoriali inclusive e di gioco, dove tutti gli alunni possono addentrarsi e condividere e collaborare e connettersi in una nuova modalità dell’imparare, che possa congiungere didattica e educazione. Dove per imparar si intende tutto: apprendere a stare insieme, a relazionarsi, a giocare, a stare bene con l’altro, apprendere gli alfabeti culturali, imparando ad imparare!

Desidero ricordare Donald A. Schön, che rappresenta la categoria delle professioni riflessive, tra cui gli insegnanti ed educatori , come musicisti jazz che riflettono simultaneamente durante l’esecuzione del brano e che cercano di armonizzare la propria azione con gli altri, pur suonando strumenti diversi, al fine di contribuire alla buona produzione del pezzo che si sta eseguendo: “ascoltandosi reciproca- mente e ascoltando sé stessi, sentono in che direzione sta andando la musica e di conseguenza adattano il loro modo di suonare…”.

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