Editoriale – Esserci, esserci completamente con la testa, con il cuore, con il corpo

Con le narrazioni e le memorie dei nostri luoghi, dei nostri affetti, fino al punto di poter fare emergere la nostra peculiare soggettività e “occupare” un posto e disegnare un tassello capace di farsi leggere e individuare come qualcosa di necessario e stringente.

Qualcosa di necessario dicevamo, per disegnare il mondo, per spiegarlo ai grandi e ai piccoli partendo da se stessi, dal proprio mondo interiore e dalle proprie visioni dello stesso.

Lasciare segni e raccontare storie. Storie, soprattutto, che ancora non si sono raccontate. Essere così assolutamente capaci, assolutamente chiari e reali. Capaci di racconti fluidi e precisi scoprendo nel linguaggio modi nuovi di dire e mondi nuovi da frequentare, ma anche da immaginare.

Altre visioni e altri sogni da raccontare. Lasciare i nostri segni per disegnare il mondo è quello che dovremmo fare fin da subito, fin da quando veniamo al mondo, bambine e bambini con voci nuove, respiri di- versi con silenzi e suoni diversi. L’ascolto del giorno e della notte, dei lunghi pomeriggi estivi e di quelli troppo brevi e invernali. Possono e debbono essere raccontati da ogni singola bambina e ogni singolo bambino come parte di un mondo intero fantasticato e pensato e dunque vero.

Vero per me e vero per gli altri che mai hanno pensato o immaginato quel posto e quella storia, che mai hanno saputo niente di quella fami- glia, di quel quartiere, di quei modi di dire…

A volte una storia vecchia, a volte una storia nuova creata dalla fantasia, così vera da diventare reale, più reale del re. Un mondo costruito dall’ingegno e dalle parole dei bambini e dei ragazzi.

Un fuori costruito con le parole che saltano, inseguono, invocano e vibrano per diventare così universi significanti abitati da piccole e piccoli capaci di p-a-r-l-a-r-e nell’accezione più alta del significato che si dona alla PAROLA. Così Gianni Rodari desiderava che parlassero i bambini e le bambine: padroneggiando il linguaggio per disegnare nuove frontiere e nuovi confini.

Rodari educatore voleva che i bambini prendessero la parola e la utilizzassero per descrivere il loro mondo, i loro pensieri. Che si spingessero fino a fantasticare e immaginare un mondo che li accogliesse nella loro, profonda, umanità. Ma anche i più piccoli dove- vano fare i conti con la realtà e il mondo circostante e cosi, come era necessario che attraverso il linguaggio segnassero la loro realtà, così la loro estrazione sociale poteva diventare e diventava altro da sperimentare e da giocare. Fantasticare e immaginare facendo i conti con la realtà.

Rodari è capace di tirare fuori il meglio, il cuore di ogni ragazza e ragazzo, svolge quell’azione maieutica che dà luce ai progetti di ognuno.

In questi giorni Rodariani spesso mi è venuto in mente Lewis Carroll, in Alice nel paese delle meraviglie:

Per quanto tempo è per sempre?
A volte solo un secondo.
 
Che strano orologio!
Segna i giorni ma non dice le ore…
Perché? – Esclamò il Cappellaio.
Che forse il tuo orologio segna in che anno siamo?
No – Si affrettò a rispondere Alice
ma l’orologio segna lo stesso anno per molto tempo…
Quello che fa il mio – rispose il Cappellaio.
Alice ebbe un istante di grande confusione.
Le pareva che l’osservazione del Cappellaio non avesse alcun senso, e pure egli parlava cor- rettamente.
Non ti comprendo bene! – disse con la maggiore delicatezza possibile.
Il Ghiro s’è di nuovo addormentato – disse il Cappellaio,
e gli versò sul naso un poco di tè bollente.
Il Ghiro scosse la testa con un atto d’impazienza, e senza aprire gli occhi disse:
Già! Già! Stavo per dirlo io.
(Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie).

 Questo dialogo surreale ci sembra possa rappresentare la sintesi della lezione di Gianni Rodari.

MARIA PIACENTE
Direttrice di Pedagogika.it

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