La paura di Janusz Korczak

L’articolo prende in considerazione il tema della paura nelle opere del medico e pedagogo polacco Janusz Korczak. Il contributo testimonia in particolare la paura dei bambini nei confronti degli adulti, un tema che sembrerebbe ricorrente nelle parole di Korczak

Ho paura, è sgradevole aver paura. Se fossi grande, me ne farei un baffo”1.

Giovanni Mazza*

Questo breve contributo potrebbe essere considerato come la prima di una serie di riflessioni che prenderanno in considerazione gli aspetti che più avvicinano l’opera di Janusz korczak alla quotidianità del lavoro educativo. Il tassello inziale di un lavoro comprendente altri potenziali (e non marginali) argomenti: la rabbia, le risse, l’alcol, le sigarette, il sangue, i ragazzi difficili, il lavoro di rete e, iniziando a citare le parole del Vecchio dottore, numerose altre putrefazioni morali2. Daremo per scontate le notizie biografiche e le principali linee pedagogiche3 che hanno consegnato alla storia dell’umanità lo scrittore, poeta, redattore, pediatra, pedagogo e libero pensatore4 polacco.

Inizieremo dunque, quasi casualmente, con la paura.

Nel romanzo Quando ridiventerò bambino, immediatamente dopo il magico ritorno all’infanzia e già durante il primo giorno di scuola, vengono descritti i sentimenti e le sensazioni del protagonista: “Sono appena alcune ore che sono ridiventato bambino, e ho già vissuto tante cose faticose. La paura, soprattutto: la prima volta a causa del

Nello stesso testo pare avere una posizione centrale il timore dei bambini nei confronti dei comportamenti violenti dei maestri: “Avevamo un professore di calligrafia che aveva l’abitudine di picchiare i suoi allievi… Non dimenticherò mai quella scena. Terrorizzato, aspettavo che finisse, tremavo all’idea che potesse capitare anche a me” (ivi p.24).

Il libro è inoltre intriso di paragoni tra la vita dei più piccoli e quella degli adulti: “Se non fossi stato adulto, non avrei forse saputo quello che ora so: che i bambini amano senza sapere che questo si chiama amare. O forse lo sanno, ma non osano confessarlo a se stessi. Invece di dire che amano, diranno sempre che vogliono bene a qualcuno. E anche in questo

E ancora, poco più avanti: “D’altronde non sono solo gli adulti che ci fanno paura. Dobbiamo anche sospettare di quei nostri compagni che, rifiutando l’ordine e la buona intesa, preferiscono sguazzare nelle acque agitate dei litigi e dei capricci, con la speranza di poter soddisfare i loro piccoli e trascurabili interessi personali. Negli adulti, questo si chiama: anarchia e demagogia” (ivi p.112-113).

Insomma, un ampio spettro di emozioni negative sintetizzate, forse esemplarmente, dalle righe a pagina 63 della nostra edizione di riferimento: “Allora, un bambino un po’ sensibile finisce per vi- vere sempre nella paura, anche quando dorme” (ivi p.63).

Un altro libro in cui il vecchio dottore parla inevitabilmente di paura è Diario dal ghetto, in cui ci regala la testimonianza diretta degli ultimi mesi prima della deportazione. Dopo poche pagine ve- diamo il piccolo Korczak terrorizzato durante la sua prima rappresenta- zione teatrale da spettatore. Lo racconta anche Monica Pelz nella sua biografia romanzata: “C’è in scena il crudele, terribile

Erode e alla fine dello spettacolo compare per- sino un demone con tanto di corna e forcone. A Henryk quel diavolo sembra reale. E se fosse davvero il demonio? Gli vengono i sudori freddi.” (Pelz, 2012. p. 10).

Citando direttamente il Diario, invece, occorrerebbe ricordare come sia sempre presente la paura dei bambini, soprattutto verso la fine del libro, quando le riflessioni ed i paragrafi iniziano a diventare inesorabilmente più brevi, lacerati, vicini alla fine: “I bambini vivono nella paura, in una continua incertezza: «se non sarai buono, un ebreo ti verrà a prendere» – «Ti venderò a un vecchio mercante» – «Ti chiuderò in un sacco»(Korczak,1986,. p. 114).

In precedenza notiamo Korczak impegnato nell’alleviare i timori dei suoi piccoli ospiti: “- dormi? «Credevo di essere in camerata». Mi guarda stupito… – «Puoi andare a stenderti dall’altra parte. Ti porterò un cuscino… io scriverò. Se hai paura torna»” (ivi pag.66).

Oppure: “la fiducia dei bambini nel loro direttore, ha avuto ragione della loro paura. Hanno creduto che non ci fosse pericolo, dato che il direttore era calmo” (ivi pag.96).

E infine, stanco e sfiduciato, quasi ateo: “La paura, la triste consapevolezza che dopo il vecchio c’è la fine, non resta più nulla(ivi p.34).

Un’ennesima testimonianza dell’attualità e della continua attenzione nei confronti di Pan Doctor, è rappresentata dalla pubblicazione del saggio Le regole della vita. Lo stesso Korczak ci presenta il progetto nell’introduzione: “Non è un romanzo, né un libro di scuola, ma è un libro scientifico. Ci sono persone che preferiscono i libri di avventura, di magia, o di paura… Con i libri di scuola le persone studiano, i romanzi invece si leggono in fretta, ma quando si legge un libro scientifico bisogna riflettere” (Korczak, 2017, p. 18).

Quasi cent’anni dopo, ci fermiamo anche noi qualche minuto, riflettiamo, ci accorgiamo come ancora una volta le parole del dottore ci facciano sentire vivi, possano incentivare e stimolare an- che i più piccoli gesti di scrittura.

Prima di quelle righe, è proprio paura il primo sostantivo che incontriamo nel libro. La seconda parola dopo il verbo avere declinato alla prima persona singolare dell’indicativo imperfetto: “Avevo

paura che tutti si arrabbiassero con me. Avevo paura che dicessero: «Confondi i bambini»… Ho cercato per tanto tempo il nome giusto per questo libro,  finché un ragazzo  mi  ha detto.

– Abbiamo tanti problemi, perché non abbia- mo le regole della vita. Alcune volte gli adulti spiegano le cose con calma, mentre altre volte si adirano; non è piacevole quando si arrabbiano” (ivi pag.17).

Continuando la lettura, incontriamo un catalogo enorme e sorprendente di terrori vari: delle novità (ivi p. 25), degli incendi (ivi p.29), di perdersi(ivi p. 39), della notte (ivi p.70), della derisione (ivi p.81-100-107), di parlare (ivi p.33-55), ancora degli adulti (ivi p. 37-75). Fino alla laconica definizione di pagina 69: “Molto strano è il sentimento della paura. Tutto sembra minaccioso. Come se qualcuno mettesse sui nostri pensieri un mantello nero e cominciasse a strozzarli. Diventa difficile respirare” (ivi p.69).

La stessa tematica è presente in Ricordi di fanciullezza (testimonianza diretta di alcuni bambini de La nostra Casa, collegio di Pruszkóv, raccolti tra il 1923 ed il 1924). Wacek è terrorizzato delle botte della padrona (Korczak, 2019/b, pp. 10- 11), mentre Edmund si irrigidisce per il timore di testimoniare la sua esperienza e scappa rifiutandosi di parlare (ivi, p.62). Nell’intenso Da solo a solo con Dio, in cui Korczak immagina le preghiere di vari personaggi (concreti ed astratti personificati – Korczak,1987, p. 13), sorprende la dicotomia, profumata d’ossimoro, tra due invocazioni contigue. Il vegliardo si congeda dichiarando di non temere la morte e parlando quasi alla pari col suo Dio: “Non ho paura, provo soltanto un rammarico: vorrei ancora in tal modo contemplare, leggere, guardare, aspettare tutto ciò che è curio- so e nuovo, perché forse è l’ultimo. Ti ringrazio Giusto Giudice, per la mia età attempata. Ho conosciuto i raggi del sole al tramonto, il cinguettio degli uccelli, ho provato l’amore e la speranza del vecchio. Ho provato di nuovo ogni altra cosa del passato ma diversa, perché in un altro modo nuova.” (Korczak, 2019/a, p. 42).

La ragazzina, nella pagina successiva, esordisce palesando il suo timore di non essere all’altezza delle aspettative: “Dio onnipotente, ho promesso alla mamma di non fare più capricci e di essere obbediente. Promettere è facile, ma mantenere? Ho paura. Mi impegnerò, lo desidero molto. Ma si ottiene sempre ciò che si vuole? Già tante volte ho detto: «da domani cambio». Forse ora sarà veramente l’ultima volta! Manterrò la promessa. Lo voglio. Ma tu, Dio onnipotente, aiutami” (ivi p.43).

Korczak ha sicuramente letto Freud: “Aveva un atteggiamento ambivalente, anche contraddittorio nei confronti del medico austriaco definendolo un «pericoloso maniaco» in una lettera indirizzata ad un amico” (Lifton, 1989, p.125). Se avesse avuto tra le mani Al di là del principio del piacere, non avrebbe potuto ignorare la distinzione del collega: “Di solito i termini «spavento», «paura» ed «angoscia» vengono impropriamente usati come sinonimi; e qui si ha torto, in quanto essi si possono chiaramente differenziare proprio in relazione ad una situazione di pericolo. L’«angoscia» si può definire come una specie di stato di attesa, o di preparazione al pericolo, anche se ignoto. La «paura» esige un oggetto ben definito che la possa provocare. Chiamiamo in- fine «spavento» quella condizione in cui si viene a trovare un individuo a causa di un pericolo cui non era affatto preparato; qui è particolar- mente importante il fattore sorpresa” (Freud, 1993, Al di là del principio del piacere, Roma, Newton Compton, p.27).

Quella che abbiamo analizzato fino ad ora è certo (almeno secondo questa definizione) spesso e volentieri paura. A questo punto avremmo urgentemente bisogno di un oggetto. Korczak è stato un uomo che, almeno apparentemente, ha temuto ben poche cose durante la sua vita. Sembrerebbe nemmeno i nazisti. È stato un adulto che ha sofferto in particolare la potenziale paura del bambino.

E molto spesso, se non altro dalle sue parole, l’oggetto freudiano della paura dei bambini si è rivelato essere, vertiginosamente, proprio l’adulto.

 

*Direttore del Centro Medie (Ce.Me.) di Modena. Comunità semiresidenziale per adolescenti della Cooperativa Sociale Ceis A.R.T.E.(Consorzio Gruppo Ceis).

 

Bibliografia

AA.VV. (2019), Janusz Korczak, Dalla par- te dei bambini. Sempre (Convegno 16 marzo 2019), Torino, Il leone verde.

Korczak J. (2019/a), Da solo a solo con Dio, Milano, Luni.

Korczak J. (1986), Diario dal Ghetto, Roma, Carucci.

Korczak J. (2017), Le regole della vita (Pe- dagogia per giovani e adulti), Milano-Udi- ne, Mimesis.

Korczak J. (1995), Quando ridiventerò bam- bino, Milano, Luni.

Korczak J. (2019/b), Ricordi di fanciullez- za, Milano, Luni.

Lifton B.J. (1997), The King of children. The life and death of Janusz Korczak, New York, St. Martin’s Press.

Pelz M. (2012), Io non mi salverò. La vita di Janusz Korczak, Roma, Castelvecchi.

 

Note:

1 Korczak (1995). p. 14.

2 Korczak parla di putrefazioni morali in: Korczak (1986). p. 84.

3 Da questo punto di vista si rimanda a: Arkel D. (2009), Ascoltare la luce. Vita e pedagogia di Janusz Korczak, Brescia, ATI; Arkel D, (2019), Il Bambino Vitruviano, Roma, Castel- vecchi; Bellerate B. (1972), Janusz Korczak, in “Orientamenti pedagogici”, n.5; Giuliani L. (2016), Korczak, l’umanesimo a misura di bambino. Storia del pedagogista martire nel lager con i suoi 203 ragazzi, Trento, Il margine; Limiti G. (2006), I diritti del bambino. La figura di Janusz Korczak, Milano; Proedi.Mazza (2019), Janusz Korczak alla Biennale di Venezia, in “Orien- tamenti pedagogici”, vol. 66, n.3, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento; Rella Cornacchia A.T. (1983), Janusz Korczak. Una vita per l’infanzia, Milano, Emme Edizioni.).

4 In tutti questi modi viene presentato Korczak da Luca Pal- marini, dell’Università jagellonica, in AA.VV. (2019). p. 15.

 

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