RITROVARSI NEL TRANSITO. A PROPOSITO DI COMUNITÀ DI ACCOGLIENZA

Il sentimento di ambivalenza accompagna uno stato mentale contraddittorio. Quando si entra in comunità per soddisfare bisogni e necessità che sono in rotta di collisione con la direzione del proprio desiderio, e l’immagine di sé ne viene attaccata e ferita, risulta difficile e complicato accettare la nuova situazione.

Leopoldo Grosso*

A volte succede che si sia in fuga da luoghi invivibili e da relazioni disumane: allora la comunità che accoglie assume di più la connotazione di un “rifugio” che fornisce la “salvezza” momentanea, consentendo uno stato di sicurezza e tranquillità. Sono rifugi le case di fuga per chi scappa dalla schiavitù della tratta come fanno alcune ragazze prostituite; le case protette per le donne che non vogliono più sottostare alle imposizioni e le angherie fisiche e psichiche di un compagno violento; i dormitori o le pronte accoglienze per chi, senza tetto, non regge più la notte in strada d’inverno; le ospitalità della Caritas e di altre organizzazioni per quei migranti ”spaesati e perduti”, che non albergano da nessuna parte, oramai senza riferimenti, e senza più un progetto per sé.

Altre volte l’ingresso in una struttura d’accoglienza avviene controvoglia, ed è accettato a malincuore. Succede quando lo stato di necessità di un ricovero sia avvertito dai familiari, ma non corrisponda ai vissuti dei soggetti interessati.

Capita che molte persone alcoldipendenti o tossicodipendenti si sentano “pressate” e costrette, per la situazione che stanno attraversando, ad accedere ad una comunità terapeutica in cui non si riconoscono e che rifiutano, perché non si percepiscono come bisognosi delle sue cure o non intendono ammettere la sconfitta della dipendenza. Ci si sente ospiti per necessità. Poiché qualsiasi scelta alternativa non appare più praticabile, la comunità che accoglie costituisce l’approdo non desiderato, ma ineludibile. Un vissuto in qualche modo simile, che traduce il conflitto tra non volere/ ma non potere far diversamente, appartiene anche alle persone con problematiche di instabilità psichica, ad anziani non più del tutto autosufficienti, quando, per svariati motivi, sono invitate ad accedere in una struttura protetta ed abbandonare i loro contesti usuali.

L’ambivalenza. Essere dove non si vuole essere

Là dove c’è un vissuto di perdita e si è al cospetto di una ferita del sé, la “soluzione” individuata per “risolvere” an- che solo temporaneamente il problema, non farà che richiamare ed accentuare l’assenza irrevocabile di ciò che non c’è più. Le famiglie di sfrattati ben sanno, anche quando nei casi più fortunati accedono ad un comodo albergo che le accoglie per un periodo iniziale, che ogni vantaggio secondario della nuova situazione non sarà minimamente competitivo con abitudini consolidate, attaccamenti profondi, sicurezze sedimenta- te a cui hanno dovuto rinunciare.

Il sentimento di ambivalenza accompagna uno stato mentale contraddittorio. Quando si entra in comunità per soddisfare bisogni e necessità che sono in rotta di collisione con la dire- zione del proprio desiderio, e l’immagine di sé ne viene attaccata e ferita, risulta difficile e complicato accettare la nuova situazione. Se non si riesce a fare buon viso a cattivo gioco, affiora- no insofferenze e proteste, oppure subentra un’apatia depressiva. L’inizio del periodo di accoglienza può presentarsi in dura salita. Bisogna accettare d’essere dove non si desidera essere; è necessario produrre uno sforzo di adattamento per adeguarsi al nuovo contesto culturale e sociale in cui si è inseriti; non si è affatto sicuri dell’utili- tà di transitare in un luogo in cui “non sono solo più io che decido di me stesso”, e che non può configurare alcuna certezza sul “dopo”. Non è casuale che il drop-out sia molto alto nella prima

fase della residenzialità. Il transito in comunità si presenta difficile, ostico e predispone emozioni negative. Dove si può dirigere la rabbia se non verso chi è più prossimo ed ha il compito di accogliere? Gli operatori fungono da bersaglio privilegiato, al di là della validità o meno dei pretesti che possono innescare il conflitto. Anche per coloro che sopraggiungono da realtà inospitali il possibile effetto “sicurezza e agio”, fortemente percepito in prima battuta e generalmente garantito dai luoghi di accoglienza in strutture residenziali, non è destinato a durare a lungo. L’“assuefazione” ai pochi comfort assicurati è più veloce di quanto si pensi. Il passaggio dall’esperienza di agio tonificante dei primi giorni, alla sperimentazione dei limiti, espliciti ed impliciti, imposti dalla convivenza, ha una latenza molto breve. Le ragazze prostituite che hanno scelto di svincolarsi dal racket e sono approdate in una casa di fuga, tendono a regredire allo stato adolescenziale e tentano di riacchiappare la giovinezza che è stata loro scippata; presto si rendono conto di non disporre nemmeno dei soldi da mandare a casa per assolvere l’obbligo delle aspettative della propria famiglia; avvertono che non sarà facile trovare un lavoro e con una paga redditizia. Le persone senza dimora tendono a passivizzarsi nella tentazione ricorrente di assumere un comportamento assistenzialistico, complice il “buco” istituzionale che non contempla una progettualità evolutiva, che dalla risposta al bisogno acuto del nervo scoperto, dall’emergenza di un tetto e di un pasto caldo, sappia proporre un percorso di progressiva acquisizione di un’effettiva autonomia. La casa che non c’è più si porta via, irrimediabilmente, an- che una parte significativa di sé e della propria identità, e la “miseria” del presente non fa che rimandare il pensiero alla “nobiltà” del passato. Se i treni che offrono opportunità di ripartenza non passano, oppure, se giungono, non appaiono come il giusto risarcimento, prevale la passivizzazione nella “stagnazione”, foriera di cronicizzazione assistenziale. Per chi approda alla con- dizione di senza dimora c’è un’ “epoca d’oro” per la “risalita” , in genere ascritta al primo anno dopo la perdita della casa: poi subentra la rassegnazione, la depressione, talvolta il rancore.

L’asimmetria del rapporto di aiuto

Un formidabile aforisma di Oscar Wilde, “Non capisco come mai quella persona ce l’abbia tanto con me; in fon- do non ho nemmeno mai cercato di aiutarla!”1, descrive bene l’ambivalenza di chi chiede aiuto e il doppio legame che si crea nella relazione con chi lo eroga. È Lacan a farci meglio comprendere il transfert iniziale sotteso alla domanda di aiuto2. Ci si rivolge a chi “è presupposto sapere”, a chi ne sa di più e ha più potere, che mette a disposizione gli strumenti per uscire da una situazione rispetto alla quale, incapaci e impotenti, si è costretti ad alzare bandiera bianca. Nel rapporto non si può evitare di mettere a nudo ed esporre una parte di sé che si desidera tenere coperta; perché attiene, volente o nolente, agli “sbagli” compiuti o presunti, evoca un vissuto ed un’attribuzione di “fallimento”, che comporta il fare i conti con la “vergogna” personale e sociale. In questo disequilibrio sta tutta l’asimmetria del rapporto tra chi chiede aiuto e chi l’aiuto lo eroga, che sancisce la posizione “down“ di chi è in stato di bisogno e la posizione “up” chi “è presupposto” poterlo colmare.

Il transito tra regola e relazione È nella relazione, rispetto al “tu” dell’altro e al “noi” del gruppo, che si gioca l’esito della vicenda dell’accoglienza in comunità. Se i numeri degli “ospiti” nella struttura sono sufficientemente piccoli, lo strumento per il buon governo della comunità si colloca nelle relazioni che si intrattengono e si costruiscono, e non nel mero adeguamento nei confronti delle norme e regolamenti. Il primato del- le relazioni sulle regole crea, poco a poco, fiducia reciproca. È il primo in- dispensabile mattone che consente di evitare la diserzione fisica o psichica dalla struttura. Fisica, perché stare in comunità è un atto di libertà individuale che viene compiuto giorno per giorno, con una scelta di rinuncia rispetto agli attrattori esterni che fanno presa sulle ambivalenze personali di ognuno; psichica, perché stare in comunità, senza “parcheggiarvisi” con modalità passive e non coinvolgenti, difendendosi dalle contaminazioni e dalle suggestioni che il contesto relazionale può offrire, significa accetta- re di “mettersi in gioco”. Se a livello personale la fiducia è il primo esito di buone relazioni sperimentate, a livello collettivo costituisce il miglior indicatore del buon “clima” che si è riusciti a instaurare nella vita di comunità, che rende più efficace i processi di aiuto e di empowerment. Il fidarsi consente l’affidarsi, controbilancia le riserve mentali e le resistenze nei con- fronti di un contesto relazionale in cui ci si mostra meno titubanti, si è un po’ più tentati di investire le proprie risorse personali e di non sottrarsi alla scommessa di una convivenza partecipata e propositiva.

La speranza ha bisogno di appigli concreti

Solo allora l’alleanza di lavoro che può scaturire dalle vicissitudini relazionali consente di intravvedere una ragionevole speranza in grado di forni- re senso all’esperienza di transito. Una piccola speranza, che si concretizza in un impegno concreto, quotidiano, teso al raggiungimento di un risultato che può apparire modesto, ma che mobilita energie e “prende” la persona, conferendole dignità e dotandola di significato attraverso il suo fare. Un microprogetto che agli operatori richiede alta creatività e buona organizzazione, l’essere capaci di ritagliare l’intervento a misura della persona, tenendo in conto i suoi desideri e le capacità e, allo stesso tempo, il saper creare nel contesto di comunità le condizioni per la valorizza- zione delle competenze e dell’impegno profusi. L’aiuto concreto si intreccia con la relazione instaurata, appoggiandosi l’uno sull’altra, in modo che se ne possa trarre beneficio reciproco in un rinforzo vicendevole.

La crisi in età adulta si configura in prevalenza come crisi di identità, che provoca smarrimento, e si origina in un vissuto di sconfitta sociale, in un senso di fallimento personale, a seguito di una perdita o di un insuccesso. Nell’adulto la stabilizzazione di una dipendenza (tossicodipendenza,  alcoldipendenza, dipendenza comportamentale, per esempio il gioco d’azzardo) si configura spesso come un tentativo di autocura ad un malessere esistenziale in cui ci si sen- te intrappolati, ed assume il significato di un “tampone” che crea più disavventure di quante ci si illuda di risolvere. Nell’adolescente e nel giovane adulto il processo che può portare alla dipendenza conclamata si colloca nelle difficoltà

di individuazione personale, nelle more di uno sviluppo evolutivo i cui ostacoli, soggettivi ed oggettivi, costituiscono scogli troppo ardui da superare. Nell’un caso come nell’altro, i desideri perduti, lasciati a metà o mai realizzati, alcune capacità preesistenti che vanno rispolverate o altre che devono essere individuate e costruite, buone immagini di sé riflesse dal passato o intraviste per il futuro, costituiscono l’”oggetto di lavoro” che dà gambe alla “ragionevole speranza” che la relazione con gli opera- tori e i compagni di viaggio, cercano di fare emergere e alimentare. È materiale di un percorso di empowerment, che, come è saputo, procede di pari passo con l’animazione sociale, culturale, ed oggi anche economica, del contesto e del territorio di appartenenza. Una duplice attenzione viene richiesta agli operatori psicosociali: nei confronti della persona, e simultaneamente anche nei confronti dell’ambiente in cui si colloca l’intervento. “Bisogna imparare ad esse- re strabici”, direbbe don Luigi Ciotti3.

Accompagnare nell’ambito delle dipendenze

La motivazione è permeabile alle re- lazioni: dal livello di superficie, che significa sperimentare l’essere trattati con rispetto, ai “carotaggi” che vanno in maggiore profondità: sentirsi all’interno di un campo psichico di attenzione e di cura, percepire un interesse sincero nei propri confronti, accorgersi di essere importante per qualcuno, per cui quel qualcuno diventa importante per lui/ lei. L’obiettivo è creare relazioni sicure in grado di accompagnare nuovi tentativi di ri-esplorazione di sé, pur nelle difficoltà, come spesso è tipico di molte persone dipendenti, di stare in gruppo e gestire gli effetti boomerang dei propri stili di rapporto interpersonale, o di fare i conti con un’introspezione che fa emergere paure del passato e si confronta con le preoccupazioni del futuro. Il transito in comunità può avere la durata di un anno, al massimo due. L’esperienza di residenzialità si configura come puntuale all’interno di percorsi di cura più articolati e complessi, che l’Osservatorio europeo di Lisbona indica della durata media di 12 anni4. Per un servi- zio significa un impegno di lungo periodo, che richiede una solidità in grado di consentire la continuità e la congruenza del trattamento, pur nell’andirivieni disordinato dei vari percorsi terapeutici e della compliance alla cura. La capacità di relazione di un’equipe, che sa porsi come punto di riferimento nel tempo, è il risultato di una cultura di sevizio che poggia sulla consapevolezza del valore della rapportualità nel trattamento e sull’attenzione, anche organizzativa, dedicata all’esercizio della relazione.

Nel tempo, nell’accompagnare le persone nelle loro vicissitudini terapeutiche ed esistenziali, la pratica della professionalità dell’operatore si apre ad una progressiva confidenzialità all’interno di inevitabili sentimenti di reciprocità ma- turati nel corso degli anni. L’amicalità che ne consegue, nel clima di relativa vicinanza che si determina, non condiziona negativamente le prestazioni tecnico professionali che pur si impregnano di un rapporto sempre più personale, e non solo “personalizzato”. Sta all’esperienza dell’operatore non rischiare di deragliare verso una relazione che, per “ruoli” definiti, non può diventare to- talmente paritaria, e sta nella sua esperienza la capacità di gestirne le insidie là dove saltano molti dei paletti difensivi

del contesto di cura tradizionale (distanza, asetticità, ”callosità”…). Rendersi parzialmente disponibili come persona, amplia ed amplifica le risonanze affettive in gioco, che, se rimangono ben controllate all’interno di chiari confini presenti nel setting mentale dell’operatore, “lavorano” a favore della ritenzione in trattamento e della compliance alla cura. Siamo oltre l’atteggiamento non giudicante e l’empatia; il rapporto ha dato luogo a un legame di attacca- mento, che si caratterizza come risorsa aggiuntiva di percorso. Sempre che la relazione, ben portata avanti in termini professionali, sappia aprirsi all’amicalità di un incontro e di un cammino di cui non si ha paura e di cui siano chiara- mente rappresentati  i rischi potenziali.

 

*Psicologo e psicoterapeuta, è stato per molti anni coordinatore del settore Accoglienza e formatore della Università della Strada del Gruppo Abele di Torino.

1 Wilde, Aforismi, Feltrinelli, 2015

2 Lacan, Il transfert, Einaudi, 2008

3 http://www.circolidossetti.it/luigi-ciotti-la-speranza-vendita/#ciotti

4 European Monitoring Center for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA) (2017) “Eu- ropean Drug Report 2017:trends and developments” Publications Office of the European Union, Luxembourg 2017, http://www.emcdda.europa.eu/system/files/publica- tions/4541/TDAT17001ENN.pdf

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