Kiwanuka

Michael Kiwanuka

Kiwanuka Polydor Records 2019

Michael Kiwanuka nasce a Londa nel 1987 da genitori ugandesi. Nel 2011 ha supportato Adele nel suo tour ed ha vinto il Sound of 2012, sondaggio lanciato dalla BBC. Dopo l’esordio di Home Again (2012), opera folk con tratti soul, il suc- cesso arriva con Love & Hate (2016), dove accenni orchestrali e sfondi psichedelici sono abilmente fusi insieme tramite una voce sempre più corposa ed elegante, caratteristica della black music. Ora esce il terzo disco, Kiwanuka, lavoro che ha la sua origine dal rhythm & blues e dal soul che hanno caratterizzato gli anni 60 e 70 (prendendo ispirazione da Otis Redding a Gil Scott-Heron, passando da Bill Withers) e che si evolve in un contesto moderno grazie all’influenza elettronica ed hip hop dei produttori Danger Mouse e Inflo. Oltre all’aspetto musicale, assumono un’importanza rilevante anche i temi affrontati dall’autore, di natura sociale e politica: la protesta contro l’ingiustizia dei potenti e il concetto di “diverso”, argomenti frequenti nella black music, vengono rianalizzati in chiave contemporanea. Living In Denial presenta un misto di influenze funk, afrobeat e soul che si sposa perfettamente con i successivi cori stile gospel. Nella movimentata Rolling il ritmo del basso si fa coinvolgente ed inesorabile, mentre The Kind Of Love è una ballata soul, arricchita con l’intervento del pianoforte e degli archi. Hard To Say Goodbye fa mostra di orchestrazioni soul-funk; in Final Days, invece, la voce di Kiwanuka zittisce chitarra e pianoforte. Artifici lirici prendono piede in Interlude (Loving The Peolpe) e in You Ain’t The Problem, brano afrobeat dolce e delicato, l’autore si confessa sul- le difficoltà dell’amore: “I lived a lie / Love is the crime” (“Ho vissuto una bugia / L’amore è il crimine”). I’ve Been Dazed, sfociando in un climax gospel, evidenzia l’argomento della perdita di identità, Another Human Being illumina sul problema del razzismo. Hero è for- se il pezzo più emozionante, sia per i suoi assoli di chitarra elettrica, sia per le sue parole dedicate all’attivista ame- ricano Fred Hampton ucciso dalla polizia nel 1969: “It’s on the news again I guess they killed another” (“È sui tele- giornali ancora / Credo ne abbiano ucciso un altro”). A fare da conclusione, ci sono due ballate, come la malinconica Solid Ground e la leggera Light. L’album nel suo complesso è un’intensa raccolta di musica black, folk e anche pop. Le atmosfere psichedeliche di Love & Heat lasciano ora il posto ad un panorama più fortemente soul e jazz: ciò che sor- prendeva nel secondo disco dell’artista anglo-ugandese, ora diventa un vero e proprio marchio di fabbrica, derivante dalla consapevolezza di un musicista ormai in piena consacrazione. A sor- prendere, ora, è la fortissima presa di posizione sulla propria identità; l’autore infatti si ritrae in stile regale sulla copertina, usa il suo cognome in maiuscolo come titolo del proprio lavoro e, in Hero, afferma: “I won’t change my name / No matter what they call me” (“Non cambierò il mio nome / Non importa come mi chiamano”).

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