La transgenerità come oggetto di discriminazione

Razzismo, sessismo, maschilismo, omofobia, transfobia, giovanilismo ed integrismo non sono scomparsi, sono semplicemente entrati nella clandestinità e si annidano in abitudini quotidiane e significati culturali, producendo comunque oppressione. L’unico modo per estirpare tali pratiche è renderle moralmente condannabili.

Monica Romano*

Laura Caruso **

Proseguendo nel percorso avviato su questa rivista1, vogliamo inoltrarci in un approfondimento che tiene affronta i temi dell’oppressione e dell’autocoscienza delle persone transgender e mette in evidenza i rischi riferibili a nuovi approcci che negano l’esistenza dell’identità di genere.

Monica Romano – Oppressione, autocoscienza e rivoluzioni culturali

Risalgono agli anni Sessanta i primi “coming out trans”, “quando il termine che connotava l’esperienza non esisteva ancora e quindi si era ignorati perché invisibili, quando manifestare tendenze o atteggiamenti non consoni al proprio genere era punito col carcere se non addirittura con manicomio”2, con la multa per mascheramento e con una normativa che – dichiarando le persone trans “socialmente pericolose” – le privava della patente di guida, del diritto di voto e le inviava al confino. L’esperienza dei decenni che precedono l’approvazione della legge 14 aprile 1982, n.164, è quindi segnata dalla repressione perpetrata dalle istituzioni e dalla società stessa ai danni delle persone trans, che vivevano una condizione estremamente precaria caratterizzata dall’emargina- zione e dalla violenza.

La storia del movimento trans in Italia inizia negli anni ‘70 con una serie di manifestazioni organizzate soprattutto a Milano. La sua fondazione ufficiale risale all’estate del 1979 con “la protesta delle piscine” che vide alcune donne trans, guidate dalla leader Pina Bonanno, inscenare un’eclatante conte- stazione in un’affollata piscina pubblica milanese (il “Lido” di Piazzale Lotto). Non essendo riconosciute come trans e tantomeno come donne, decisero di indossare il costume maschile restando così a seno nudo per dimostrare a tutti la loro reale appartenenza di genere.

A quella storica protesta viene simbolicamente associata la nascita del Movi- mento transessuale italiano e da essa prese il via un movimento che si estese a tutte le principali città italiane. Il primo obiettivo del movimento fu l’ottenimento di una legge che riconoscesse il cambio di sesso, per perseguire il quale molte don- ne trans manifestarono ripetutamente davanti alla Camera e al Senato, ottenendo una vasta risonanza mediatica che attirò l’attenzione di tutti i principali partiti. È grazie alla sensibilizza- zione dell’opinione pubblica ottenuta attraverso le proteste e al sostegno del Partito Radicale che si ottenne la legge 14 aprile 1982, n.164, “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”, ancora oggi in vigore.

Quella legge rappresentò una rivoluzione copernicana, perché sancì il diritto delle persone trans ad esistere nella società e – al termine di un iter medico e legale di riattribuzione di genere che nel corso dei decenni si è via via modificato – di essere riconosciute come persone del genere di elezione3 a tutti gli effetti di legge.

Successivamente all’approvazione della legge, l’esperienza dell’associazionismo delle persone trans prosegue: in- fatti, se da una parte la legge aveva riconosciuto l’esistenza delle persone trans e il loro diritto a intraprendere un iter di riattribuzione di genere, dall’altra si era ancora molto lontani dal risolvere il problema della loro marginalità sociale, a partire dalla rivendicazione del diritto al lavoro e, più in generale, di un diritto di cittadinanza della persona trans nella società civile.

Nella sua accezione tradizionale, la parola “oppressione” viene identificata con l’esercizio di un potere tirannico da parte di un gruppo dominante, con una forte connotazione di conquista ricollegabile al dominio colonialistico. A tale accezione si ispirano la maggior parte degli utilizzi del termine nel mondo occidentale.

I movimenti della “nuova sinistra” sorti negli Stati Uniti a partire dagli anni sessanta hanno operato uno slittamento relativamente al concetto di oppressione, definendo oppressi gruppi sociali quali le donne, i neri, i messicani, i portoricani e gli altri ispanici, gli Indiani d’America, i gay e le lesbiche, gli arabi, asiatici, i vecchi, i proletari, i disabili fisici e mentali. Fra i gruppi sociali che più recentemente sono stati inclusi in questa definizione abbiamo quello delle persone transgender.

In questa nuova accezione, oppressione designa la condizione di svantaggio e di ingiustizia a cui sono sottoposte certe persone non perché un potere tiranni- co le tenga in soggezione, bensì a causa delle di quelle dinamiche interne alla società democratico-liberale, definibili come “pratiche quotidiane”, che nei fatti pongono limitazioni a determinati gruppi sociali.

L’oppressione che determinati gruppi sociali subiscono in una società democratico-liberale può essere quindi considerata strutturale, poiché le sue origini sono riconducibili a norme, attributi e simboli mai messi in discussione, ad assunti che sottendono alle regole istituzionali e nelle conseguenze derivanti dal fatto che tali regole siano seguite collettivamente. Citando Frye, l’oppressione designa “una soffocante struttura di forze e di barriere che tende ad immobilizzare e a limitare un gruppo o una categoria di persone”. In questo allargato senso strutturale, il termine oppressione è riferibile alle ingiustizie che alcuni gruppi subiscono nelle normali interazioni sociali in conseguenza di assunti, reazioni, stereotipi mediatici e culturali.

Non è stato difficile per le attiviste transgender dimostrare che, nelle società occidentali contemporanee, la pratica del sex work sia stata per decenni una scelta obbligata e indotta dalla mancanza di alternative, causata dalle discriminazioni presenti – e ormai ampiamente documentate in letteratura – nel mondo del lavoro e della scuola.

Il movimento transgender mondiale ha fatto propria la rivendicazione del diritto al lavoro evidenziando come dinamiche interne presenti in tutte le società occidentali moderne ostacolino la ricerca o il mantenimento di un impiego o ancora il completamento di un iter scolastico e universitario a coloro che rendono visibile la propria condizione tramite il coming-out.

Martha Nussbaum, da anni impegnata a costruire un nuovo progetto etico-politico volto a dare un effettivo spessore al concetto di dignità umana e di giustizia sociale, riformula il concetto di dignità rivalutandone i presupposti. Dimostrando che anche nella più equa delle società contemporanee unico destinatario dei diritti individuali è l’individuo razionale, consapevole ed indipendente, Nussbaum concentra la sua attenzione su quegli individui titolari solo nominalmente di diritti considerati fondamentali: bambini, anziani, donne, persone non autosufficienti, persone che vivono in culture non occidentali. Obiettivo di questa elaborazione è l’individuazione di modalità che con- servino la forza universalistica dei diritti e, nello stesso tempo, facciano sì che questi realmente garantiscano la dignità umana al di là delle differenze. Il raggiungimento di quest’obiettivo è possi- bile, secondo Nussbaum, nel momento nel quale ci si chiede se le persone in una determinata società siano davvero messe in grado di essere e di fare ciò cui aspirano, ovvero ampliando la nozione di beni primari fino a ricomprendervi quella di capacità4.

L’approccio delle capacità, in ambito politico, si basa sull’intuizione di fon- do per la quale alcune facoltà umane impongono l’esigenza morale di essere sviluppate: la possibilità di vivere una vita di normale durata, il poter gode- re di una buona salute, di un’integrità fisica, della possibilità di coltivare sensi, immaginazione e pensiero, di poter provare ed esprimere sentimenti, di dar vita ad un proprio concetto di bene, di provare senso di appartenenza e di avere controllo del proprio ambiente in senso politico (poter partecipare alle scelte politiche) nonché materiale (avere un concreto in quanto realizzabile di- ritto di possesso così come di un lavoro degno di un essere umano). Gli esseri umani sono creature tali che, se fornite del giusto sostegno educativo e mate- riale, di quegli elementi necessari ad un funzionamento autenticamente umano, possono essere pienamente in grado di assolvere le funzioni sopra citate. Diversamente, quando queste facoltà sono private delle basi indispensabili al proprio sviluppo, esse diventano infeconde e mutilate, in qualche modo l’ombra di se stesse.

Nell’analisi di Nussbaum le capacità sono dunque il presupposto irrinunciabile delle facoltà umane: al di sotto di un certo livello di capacità, di una certa soglia, non è possibile sviluppare quelle facoltà sopracitate che impongono l’esigenza morale di essere sviluppate e non è quindi più possibile parlare di umana dignità.

Partendo da questa elaborazione del concetto e dignità è possibile affermare che l’oppressione spinge le persone transgender al di sotto di quel “livello di capacità”, presupposto irrinunciabile per Nussbaum alla dignità umana.

L’oggettivazione e la manifesta dominazione dei gruppi disprezzati che vigevano nell’Ottocento, sono secondo Young oggi meno violente5, poiché a li- vello di pensiero è emersa un’adesione al principio di uguaglianza universale. Tuttavia razzismo, sessismo, maschilismo, omofobia, transfobia, giovanilismo ed integrismo non sono scomparsi, sono semplicemente entrati nella clandestinità e si annidano in abitudini quotidiane e significati culturali, producendo comunque oppressione. L’unico modo per estirpare tali pratiche è renderle

moralmente condannabili, privarle di quella legittimazione e di quella forza che sono comunque originate in ambito culturale, lavorando ad una rivoluzione culturale, che a sua volta richiede una rivoluzione delle soggettività. Solo modificando direttamente le abitudini culturali si modificheranno le oppressioni che esse producono e rinforzano; ma la modificazione delle abitudini culturali può avvenire soltanto se gli individui prendono coscienza delle proprie personali abitudini culturali e si impegnano a modificarle.

L’autocoscienza sul tema della transfobia potrebbe essere fra le strategie più importanti e produttive per realizzare una rivoluzione culturale di soggetti e culture.

Gli stessi movimenti transgender nascono da quell’esperienza che W.E.B Du Bois ha chiamato “doppia coscienza”, che si forma quando l’individuo trova il proprio essere definito da due culture, quella dominante, volentemente o nolentemente interiorizzata, e quella subalterna del gruppo di appartenenza, che consente alle persone di iniziare ad elaborare una propria definizione di sé. La transfobia è una delle più forti esperienze di abiezione, poiché pone l’attenzione sui problemi legati all’iden- tità di genere in una società fortemente basata da una regolazione dei generi senza ambiguità. La variabilità di gene- re e la transgenerità provocano pertanto un’angoscia speciale, perché turbano l’ordine dei generi: poiché l’identità di genere è il cuore dell’identità di ciascuno, la transfobia sembra toccare il cuore stesso dell’identità.

Le pratiche messe a punto dal movimento transgender, in particolare quella dell’autocoscienza di gruppo, offrono il modello di un metodo che nei fatti sta attuando questa rivoluzione prima del- le soggettività e, conseguentemente, del contesto culturale di riferimento. Per l’analisi di questo modello si considererà il caso italiano.

A partire dal 1998 le associazioni transgender italiane inaugurano l’esperienza dei gruppi AMA (Auto Mutuo Aiuto). Un gruppo di auto-mutuo-aiuto è un gruppo composto da persone accomunate da una situazione di disagio. Tale disagio viene affrontato ed elaborato in prima persona attraverso il confronto, la condivisione e lo scambio di informazioni, emozioni, esperienze e problemi. Nel gruppo di auto-mutuo-a- iuto si ascolta e si è ascoltati, senza pregiudizi, in un clima armonioso in cui si scoprono e si potenziano le proprie risorse interiori. Tale gruppo si autogestisce seguendo un sistema condiviso di obiettivi, regole, valori e mira ad incrementare il benessere psicologico di tutti i membri.

I primi gruppi AMA riservati a persone transgender nascono a Genova e Milano, e si diffondono rapidamente nelle maggiori città italiane. Nell’ambito di questi contesti le persone transgender mettono in comune le proprie esperienze di frustrazione, infelicità ed angoscia arrivando a scoprire che le loro storie, così personali, sono strutturate da un comune schema di oppressione.

Così, nell’ambito dei gruppi AMA, si inizia a fare anche “autocoscienza di gruppo”. Quest’espressione fu utilizzata per la prima volta dal movimento delle donne negli anni sessanta. Proprio come le donne anche molte persone transgender iniziano a scoprire che “il personale è politico”, che ciò che in origine avevano vissuto come un problema privato e personale, in realtà possiede dimensioni politiche. Aspetti della vita sociale, che sembrano dati naturali, vengono così tematizzati e si rivelano nella loro natura di costrutti sociali, rendendo visibile lo schema di oppressione.

In questo modo molte persone transgender italiane sono arrivate a definire e ad articolare le condizioni sociali della loro oppressione e politicizzare la cultura optando per forme di attivismo.

Nel processo di politicizzazione della cultura c’è un momento che precede quello terapeutico: il momento dell’affermazione di un’identità positiva da parte di coloro che vivono su di sé l’imperialismo culturale. La presunzione di universalità della prospettiva e dell’esperienza dei privilegiati viene scalzata quando gli oppressi stessi ne mettono in luce l’infondatezza esprimendo in positivo la differenza della propria esperienza. In questo modo le persone transgender hanno iniziato a creare immagini culturali proprie, a formare un’identità positiva auto-organizzandosi e trovando espressioni culturali pubbliche, ad affrontare la cultura dominante rivendicando il riconoscimento della propria specificità sovvertendo gli stereotipi ricevuti.

Un fattore che merita un’attenzione particolare è certamente quello della “transfobia interiorizzata”, riferito ad un senso di disvalore di sé del quale le stesse persone transgender sono portatrici, emerso con chiarezza nell’esperienza dei gruppi di auto mutuo aiuto a loro riservati in Italia. L’interiorizzazione della transfobia deriva dallo stigma promosso dalla cultura dominante nei confronti della variabilità di genere ad ogni livello e ha significative ripercussioni nell’elaborazione dell’identità, in termini di scarsa autostima, con gravi conseguenze nell’affermazione di sé e nella promozione dei propri diritti: sono infatti ancora moltissime le persone transgender che ritengono legittima la penalizzazione derivante da comporta- menti discriminatori nei loro confronti.

La scuola, gli insegnanti, gli educatori e i compagni di classe possono rivesti- re un’importanza cruciale e avere un ruolo determinante nella prevenzione di questo pericoloso senso di disvalore introiettato, promuovendo una cultura basata sull’inclusione e sulla valorizza- zione delle differenze: numerose e significativamente frequenti sono infatti le testimonianze relative a contesti scola- stici ostili e vessatori.

Laura Caruso – Negazione dell’identità di genere

Tutto il percorso di liberazione, non completato ma decisamente avviato, che è stato richiamato sopra, deve fare i conti con punti di vista che si stanno diffondendo in questi ultimi anni.

Si tratta di una corrente di femminismo, definita “gender critical”, che nega l’esistenza dell’identità di genere e de- finisce gli uomini e le donne sulla base della biologia.

Da un punto di vista astratto, gli assunti di base sembrano essere del tutto ragionevoli: il genere è un costrutto sociale, ogni individuo è determinato dal proprio sesso biologico, le donne sono in una posizione di svantaggio in quanto di sesso femminile e l’espressione della propria identità secondo schemi di genere è una sovrastruttura che si dovrebbe tendere a rimuovere, per rimuovere l’oppressione di un patriarcato maschilista nei confronti delle donne.

Come non essere d’accordo? Purtroppo, però, la negazione dell’esistenza dell’identità di genere cancella l’autodeterminazione di una minoranza: le donne transgender, in base alla biologia, vengono definite “maschi transidentificati” e ovviamente gli uomini transgender non sarebbero uomini, ma donne.

In estrema sintesi, secondo questo approccio, sarebbe sufficiente che ognuno potesse vestirsi, comportarsi, proporsi e utilizzare le declinazioni che preferisce, senza per questo essere una donna trans o un uomo trans, ma rimanendo anco- rato alla propria biologia.

Questo scenario da mondo perfetto, tuttavia, non tiene conto di una serie di implicazioni non marginali.

Il dibattito si svolge principalmente attraverso canali social, senza un’adeguata produzione culturale tradizionale. Il che non implica un giudizio di valore: che la cultura passi attraverso strumenti nuovi è un dato di fatto, ed è saggio prenderne atto.

La corrente “gender critical” è particolarmente interessata alla diffusione di notizie riguardanti sedicenti donne trans che si macchiano di delitti violenti nei confronti delle donne. Un altro aspetto che viene messo in luce, è la facilità con la quale si agevolano terapie bloccanti della pubertà nei confronti di minori transgender, che non sarebbero realmente tali ma risultato di un con- dizionamento culturale6, a tutto vantaggio degli interessi capitalistici delle multinazionali farmaceutiche. La lotta, insomma, è contro un sistema che protegge a spada tratta la condizione trans, e questo sistema sarebbe neo-liberista nell’accezione che in questi ultimi anni ne è stata data: un’accezione meno legata agli studi economici e più riferita al disvalore delle evoluzioni del sistema capitalista.

Non è raro, in realtà, che il mutato sguardo nei confronti delle persone transgender abbia creato, in particolare oltreoceano, una protezione aprioristica talvolta priva di buon senso, come nei casi in cui è sufficiente dichiararsi transgender per fruire di condizioni migliorative nel sistema carcerario, o rivelandosi sotto forma di censura.

E’ recente ed emblematico il caso di una ricercatrice, Maya Forstater, alla quale non fu rinnovato un contratto dal Centro Studi presso cui svolgeva la pro- pria opera, per aver affermato pubblicamente, sui social, che “gli uomini non possono diventare donne”.

Dopo la sentenza che confermava il licenziamento, J.K. Rowling, autrice della famosa saga di Harry Potter, si è espressa a favore di Forstater “twittan- do” Vestiti come vuoi. Fatti chiamare come vuoi. Vai a letto con qualunque adulto consenziente ti desideri. Vivi la tua vita al meglio, in pace e sicurezza. Ma si può davvero licenziare una donna per aver detto che il sesso esiste?”

Il pensiero di Rowling, in astratto, è ineccepibile.

Tuttavia, sostenere che una donna transgender non è una donna (o che è un uomo, come questa corrente di pensiero sostiene), confligge con un interesse piuttosto importante. Se una donna transgender non è riconosciuta come donna, anche da un punto di vista for- male, non è in condizioni di parità con le altre persone che sono riconosciute come uomini o come donne.

Rowling è suggestiva quando dice “vestiti come vuoi, fatti chiamare come vuoi”, ma una persona che è in un per- corso di transizione ha la necessità di disporre di documenti anagrafici coerenti con il proprio percorso, perché nel mondo del lavoro il “vestiti come vuoi, fatti chiamare come vuoi”, non vale. Volendo indulgere all’ironia, potremmo dire che forse vale nei libri di Harry Potter, ma non negli uffici del personale.

Peraltro, questo riconoscimento è garantito in Italia da una Legge dello Stato, precisamente dalla L. 14 Aprile 1982, n. 164 cui si è fatto cenno nella prima parte di questo articolo, e ovviamente è così anche nella maggior parte dei paesi civili.

Questa “libertà” di pensiero (“non sono donne!”, “si vestano come voglio- no e si facciano chiamare con nomi femminili ma non pretendano che noi crediamo alla loro follia in contrasto con la natura!”), quindi, confligge con una legge che riconosce la possibilità di includere le persone transgender nell’esercizio del diritto alla propria identità da quasi 40 anni. Questa possibilità, come sopra ricordato, è il frutto di de- cenni di battaglie civili e disconoscerla oggi rappresenta un significativo passo indietro.

Spesso si sostiene che le leggi sono espressioni di un non meglio identificato ma certamente deteriore “patriarcato”, tuttavia, gli ordinamenti sono espressione di un’evoluzione civile che annacquare sulla base di convinzioni politiche sembra pericoloso per la società intera. Questa opposizione rispetto alle posizioni “gender critical”, e i moniti che vi sono impliciti, possono far pensare che non esista libertà di pensiero, che ci sia censura, ma c’è differenza tra libertà di pensiero e libertà di manifestazione del pensiero. La libertà di pensiero prescinde dalle norme, chiunque può pensare quello che vuole, il punto è che non si può dire tutto quello che si pensa, e questa non è limitazione della libertà, ma rispetto del sistema di valori che una comunità si è dato.

Non si può affermare pubblicamente che gli individui che appartengono ad una certa etnia non sono oggettiva- mente, per natura, per biologia o per quel che si desidera, uguali a quelli della propria etnia, perché esistono delle regole (in questo caso è la Legge Mancino, n 205/93) che non consentono discriminazioni. Allo stesso modo non si può disconoscere l’identità di una minoranza se l’ordinamento la tutela. Questi “non si può” non sono etici, sono prescrittivi. Posizioni che piegano concetti propri di discipline come l’economia (si veda il riferimento al neo-liberismo) o come il diritto (le leggi dell’ordimento vanno rispettate, o cambiate) per sostenere una tesi politica, appaiono evidentemente fallaci.

Ma non solo sui social si trova la manifestazione di queste visioni: è recente la pubblicazione di una “Declaration on Women’s Sex-Based Rights”, sottoscritta da oltre cento organizzazioni nel mon- do7, che tradotta in diverse lingue si concentra sui diritti delle donne impiegando oltre la metà del proprio contenuto nell’argomentare che la base dei problemi femminili dipendono dal concetto di “identità di genere”, che è il presupposto della condizione transgender.

Servirebbe un lavoro congiunto, che purtroppo sino ad ora non è stato possi- bile per le caratteristiche delle piattaforme principali che ospitano questo dibattito. L’immediatezza, l’assenza di filtri di riflessività tra il pensiero estemporaneo e la sua pubblicazione, la preferenza per una forma di “pensiero corto”, non hanno permesso ad oggi di trovare alcun punto di conciliazione e reciproca comprensione.

Si tratta certamente di un nodo che di cui ci si dovrà occupare, trovano spa- zi di ascolto reciproco, ma al momento la questione è trattata in modalità altamente conflittuali.

Editore, 2015; Gender (R)evolution, Ugo Mursia

Editore, 2017. E’ Presidente dell’Associazione per

la Cultura e l’Etica Transgenere.

 

** Responsabile della facilitazione del Gruppo di Auto Mutuo Aiuto dell’Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere di Milano, di cui è

Segretaria, e fa parte del Gruppo di Ricerca Interuniversitario “Nuove Soggettività Adulte” presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca.

 

 Note

1 “Lo spazio/tempo nella transizione di genere: qualche ri- ferimento essenziale”, Laura Caruso, Pedagogika 1/2019 e “Il corpo e l’identità di genere”, Laura Caruso, Pedagogika 3/2019

2 Porpora Marcasciano, “Tra le rose e le viole. La storia e le storie di travestiti e transessuali”, Manifestolibri,

3 Il “genere di elezione” corrisponde a quello percepito come proprio e diverso da quello corrispondente al sesso di nascita.

4 Martha Nussbaum, “Capacità personale e democrazia sociale”, Diabasis, 2003

5 Iris Marion Young, “Le politiche della differenza”, Feltrinelli, 1996

6 In questo senso, Daniela Danna, “La piccola principe”, Vanda ePublishing, 2018

Tra i firmatari di questo documento compaiono, tra gli organismi italiani più noti, Arci- Lesbica Modena, Se Non Ora Quando Genova e Il Popolo della

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