UNA SCUOLA CHE INSEGNA ALLA SCUOLA

È una riflessione personale sulla prima scuola che il bambino incontra nel suo cammino di studente. Una scuola spesso dimenticata dai nostri politici, poco richiedente, a volte bistrattata da chi non la conosce ma che, silenziosa, porta avanti una splendida idea di fare scuola a cui tutti dovremmo guardare.

Francesca Sala*

La Scuola dell’Infanzia è la più giovane fra le scuole. La più giovane perché è fatta di piccoli studenti che per la prima volta si affacciano al mondo della scuola ma anche la più giovane perché è storicamente nata dopo tutte le altre.

Eppure la Scuola dell’Infanzia è una scuola che ha qualcosa da dire agli altri ordini. È la scuola a cui tutti dovremmo guardare perché umile e silenziosa pone le basi per tutto quanto verrà dopo.

Nel 1988 lo scrittore americano Robert Fulghum scrisse un volumetto intitolato All I really need to know i learned in kindergarten sostenendo che le cose più importanti per la sua vita le avesse imparate alla scuola dell’infanzia e di come il mondo sarebbe stato più sereno se si fosse appellato ai semplici principi imparati appunto da piccoli come “dividere tutto con gli altri, giocare correttamente, non fare male alla gente, rimettere le cose al posto, non prendere ciò che non è mio…Dire che mi dispiace quando faccio del male a qualcuno, condurre una vita equilibrata: imparare qualcosa, pensare un po’ e disegnare, dipingere, cantare, ballare, suonare e lavorare un tanto al giorno… Nel mondo, tenersi per mano e stare vicino agli altri…” .

 Insomma, la Scuola dell’Infanzia è un luogo dove si apprendono i comporta- menti che ci permettono di stare bene con gli altri, dove si fanno le prime pro- ve di vita sociale. Si comincia, inoltre, ad essere autonomi, si inizia a costruire la propria identità, a “imparare a conoscersi e ad essere riconosciuti come persona unica e irripetibile”.1 Forse però la scuola dell’infanzia va molto oltre, forse, se la si guarda da vicino, ci si accorge che molto di quello che vogliamo raggiungere al termine del percorso di studi inizia in qualche modo qui. Questa primissima scuola, infatti, mette in campo una serie di strategie didattiche, attività e stili d’insegnamento che possono essere presi a modello dagli ordini di scuola successivi, persino dalla Secondaria di secondo grado.

Entriamo nello specifico. Ci sono termini che nella Scuola Secondaria di primo e secondo grado si fanno sentire da qualche anno a questa parte, in maniera preponderante. Primo fra tutti, le “competenze. Verso la fine degli Anni Novanta l’OCSE, attraverso il Progetto PISA, ha affrontato per la prima volta in modo sistematico la questione relativa all’individuazione delle competenze sulle qua- li incentrare l’azione didattica e quella educativa chiedendosi di quali competenze abbiamo bisogno per una vita di successo e per una società che funzioni bene. A seguire nel 2000, dopo un ampio lavoro di ricerca, venne stilato dall’Unione Europea il documento che descrive le competenze chiave da possedere al termine del ciclo scolastico. E infine, le Indicazioni Nazionali del Settembre 2012 prevedono i “traguardi per lo sviluppo delle competenze” e la “certificazione delle competenze”. In un passo si legge che “i percorsi liceali forniscono allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo, progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze, abilità e competenze coerenti con le capacità e le scelte personali e adeguate al proseguimento degli studi di ordine superiore, all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro”.

Nella Scuola dell’Infanzia la distinzione tra conoscere e saper fare non esiste o è molto sottile perché il sapere è sempre e comunque un sapere in azione. Di conseguenza fare una didattica per competenze è qualcosa di molto semplice. Le stesse “discipline” nella scuola dell’infanzia sono “i campi d’esperienza” e in questo termine vi leggiamo già tutta la specificità della didattica che ri- manda appunto ad un apprendimento legato all’esperienza, alla risoluzione di problemi o di “compiti significativi”.

Per la Scuola Secondaria, invece, il passaggio alla didattica per competenze è stato ed è un processo non sempre facile perché implica un cambiamento di pensiero da parte dei docenti e la mobilitazione di risorse diverse anche per contestualizzare sempre la competenza dentro un contesto di spendibilità reale. Non per nulla le verifiche delle competenze sono dette “compiti di realtà”.

Strettamente collegato e connaturato a quello di didattica per competenze troviamo un altro concetto che nella Scuola Secondaria risuona sempre più forte e cioè quello di “interdisciplinarietà”.

La Scuola dell’Infanzia promuove una formazione “globale”. Qui, infatti, ogni campo d’esperienza, cioè ogni disciplina, sconfina inevitabilmente negli altri. Questo significa che il campo dei “linguaggi, forme e media” sconfina inevitabilmente in quello de “i discorsi e le parole” legato al linguaggio verbale e alla produzione linguistica il quale è però anche legato al “sé e l’altro” che è il campo della relazione con gli altri che è inevitabilmente connesso con “il corpo e il movimento” che è il campo della motricità. E il motivo di questa commistione è molto semplice: il bambino stesso è un essere globale, non è frammentato ed è impossibile parlare alla sua mente senza parlare anche alle sue mani o al suo corpo o alle sue emozioni. Non dovrebbe essere comunque così anche dopo? Quand’è che il bambino si spezzetta e ogni docente se ne prende un pezzo a cui rivolgersi? Anche il ragazzino della Secondaria di primo grado e l’adolescente della Secondaria di secondo grado è un essere “completo”, unico e unito. Come disse Loris Malaguzzi, nella poesia Il bambino è fatto

di cento:

Cento lingue cento mani

cento modi di pensare cento modi di ascoltare […]

cento allegrie

[…] per cantare e per capire […] ma

[…]

Gli dicono: […] che il cento non c’è […]

di cento gliene rubano novantanove Gli dicono: che il gioco e il lavoro la realtà e la fantasia

[…]

il cielo e la terra

la ragione e il sogno sono cose che non stanno insieme […].2

Si ha quasi l’impressione che si descriva proprio la Scuola Secondaria dove la separazione dei saperi diventa qualcosa di tangibile. Un pensiero molto simi- le viene reso teorico da Edgar Morin in molti dei suoi testi. “La cultura è oggi frammentata a partire dalla grande distinzione tra cultura umanistica e quella scientifica. È necessario mirare alla globalizzazione del sa- pere e favorire il collegamento tra le conoscenze, l’attitudine a problematizzare, a fare domande, a riflettere sui grandi temi, a integrare il sapere con la vita reale. Tutto questo in una sorta di lavoro transdisciplinare che metta in comunica- zione le varie discipline”.3 In poche parole occorre tentare una “didattica pluridisciplinare”. Scopriremo piacevolmente che anche tra matematica e latino ci possono essere punti d’incontro fondati sulla constatazione che la risoluzione di alcuni problemi della matematica mette in moto le stesse capacità logiche richieste dalla traduzione di un testo.

L’istituzione delle discipline, se, da una parte, permette la delimitazione di alcuni campi del sapere, dall’altra, comporta un rischio di iper-specializzazione, di chiusura e immobilismo culturale. Nella Scuola dell’Infanzia siamo an- cora agli albori della conoscenza e ogni apprendimento è appunto di tipo globale. Si fanno esperienze, si riflette su di esse, si creano progetti, si risolvono problemi. Si misura, si calcola, si sperimenta, si gioca con la lingua e con le varie forme di comunicazione, la paro- la, l’immagine… non ci sono discipline, non ci sono ore rigide che scandiscono il tempo del sapere.

La Scuola dell’Infanzia insegna in- somma attraverso la predisposizione di percorsi di apprendimento di tipo esperienziale e lo fa anche attraverso l’uso accurato e pensato di un setting adeguato. Lo “spazio insegna” dentro la Scuola dell’Infanzia. Non esistono banchi ma angoli di progettazione, di gioco (perché ricordiamolo alla scuola dell’infanzia si fa tutto con il gioco ma non si fa niente per gioco), di laboratorio che in alcune scuole, come ad esempio quelle di Reggio Children, diventano atelier.

Le aule della Scuola Secondaria di secondo grado, invece, sono spesso strutturate come le aule dell’800 nelle quali la concezione di scuola prevedeva aule statiche con setting frontali dove un docente trasmetteva a tutti gli studenti uno stesso corpus di conoscenze che i ragazzi dove- vano apprendere con le stesse modalità e negli stessi tempi. Ma questa idea di scuola direi che è in gran parte superata. L’approccio metodologico odierno prevede un mix di strategie didattiche che assecondino i diversi stili di apprendi- mento dei ragazzi e stimolino il pensiero divergente e il pensiero creativo. Di conseguenza anche l’ambiente deve cambia- re. E poiché le attività sono diversificate anche l’ambiente deve prevedere zone di lavoro e strumenti diversi. Sono necessari spazi aperti, aree interne, arredi flessibili, tecnologie mobili; o più semplicemente, come succede alla scuola dell’infanzia, sono necessari pensieri per modificare gli spazi, per piegare il setting alle esigenze che il docente e i ragazzi hanno.

La metafora dello spazio come “terzo insegnante”, usata da Loris Malaguzzi, connota bene l’importante ruolo che l’ambiente può ricoprire nel sistema-scuola.

Nel volume Spazi e architetture scolasti- che: linee e indirizzi internazionali, edito da Indire, viene auspicato che “banchi combinabili, schermi interattivi, dispositivi mobili diventino gli elementi di un nuovo ambiente che abbandona il concetto di aula monouso per proporre una gamma di potenziali setting personalizzabili e funzionali a una molteplicità di strategie didattiche”. Il tutto tenendo conto di un aspetto apparentemente meno importante: la cura del senso estetico. Luoghi confortevoli, colorati e accoglienti contribuiscono a rendere piacevole lo stare a scuola e a fare di uno spazio asettico un luogo vissuto.

Veniamo infine alla figura del docente. Il docente della Scuola dell’Infanzia è abituato a lavorare in gruppo, a condividere, spazi, idee, pensieri sugli alunni, progetti in un’ottica di continuo scambio e negoziazione delle iniziative. Man mano che si sale negli ordini scolastici si perde questa capacità o per lo meno non se ne sente così tanto la necessità e il confronto diventa più un’iniziativa personale che una modalità istituita di lavoro.

Essere docenti nella Secondaria di secondo grado è più semplice da questo punto di vista perché non è necessario condividere continuamente le modalità di attuazione del proprio piano didattico. Dall’altra parte, si avvertono una certa solitudine e scoraggiamento che vengono anche dalle pressioni sulla categoria. “Ci deve pensare la scuola” è una frase che sentiamo spesso dai media. E la scuola è fatta di insegnanti che, umanamente, non possono fare tutto. E dove la forza del gruppo sarebbe necessaria e valido aiuto contro una pressione sociale sempre più incalzante, troviamo appunto un docente so- stanzialmente solo.

In conclusione, un piccolo consiglio alla Scuola Secondaria. Guardiamoci in- dietro! Generalmente guardarsi indietro è qualcosa di negativo e rimanda ad un’i- dea di regressione. In questo caso guardarsi indietro significa volgere lo sguardo a quello che è successo prima e, in particolare, guardare là dove tutto è iniziato, in una piccola Scuola dell’Infanzia che per prima ha accolto i nostri alunni e che con grande saggezza ha messo e mette le basi della scuola che verrà.

 

*Insegnante di Scuola dell’Infanzia e ora di Scuola Secondaria

1 Indicazioni nazionali per il curricolo della Scuola dell’Infanzia 2012.

2 Malaguzzi, “Il bambino è fatto di cento”, in I cento linguaggi dei bambini, Gandini, G. Forman (a cura di), Junior, Bergamo 2014.

3 Morin, 7 lezioni sul pensiero globale, Cortina, Milano 2016.

 

Sintesi

La Scuola Secondaria di primo e secondo grado, spesso penalizzata dalla frammentazione dello specialismo delle discipline e quindi dell’esperienza della Didattica, potrebbe guardare alla Scuola dell’Infanzia come a un’esperienza di insegnamento e di apprendimento centrata sulla persona globale e sul campo d’esperienza e finalizzata a promuovere la qualità globale della persona e dell’esperienza del bambino e della bambina.

Parole chiave

Didattica multidisciplinare, campi d’esperienza, compiti di realtà, atelier, persona globale, terzo insegnante.

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