Il pedagogista Un professionista sociale e il suo esercizio

Franco Blezza

Il pedagogista Un professionista sociale e il suo esercizio

Editore ETS, Pisa, 2021, pp. 172, € 16

Nel presentare il proprio testo, Franco Blezza, precisando di non voler fare una storia della pedagogia o una storia della professione di pedagogista, si definisce “un professionista in esercizio che è consapevole dell’irrinunciabilità della storia della scienza e della sua professione, e non uno storico”. Per la suddetta irrinunciabilità, dedica parte dei capitoli alla colloca- zione della pedagogia nell’ambito della cultura a partire dall’antichità classica fino ai giorni nostri, facendolo non con una visione da storico ma con lo sguardo al modificarsi di intenzionalità e di strumenti della pedagogia rispetto a tempi e contesti diversi e con la considerazione di base per cui “il dominio di esercizio del pedagogista è qualunque occasione di relazionalità e di comunicazione tra persone umane, cioè in ultima istanza la società intera in tutte le sue articolazioni”.

Quella del pedagogista è una professione intellettuale, un esercizio del prendersi cura di persone di ogni età attraverso quella che l’autore definisce “interlocuzione pedagogica”, una modalità di dialogo competente che non prevede normatività e giudizio e che aiuta a pensare a possibili ipotesi lasciando rigorosamente all’interlocutore la scelta di soluzioni. “La prassi educativa viene esercitata dall’interlocutore su se stesso”. Come in ogni relazione d’aiuto, è il soggetto interessato che chiede l’intervento del professionista e quest’ultimo avvia e conduce un percorso finalizzato alla messa a fuoco di punti problematici e alla ricerca di più ipotesi risolutive, sen- za mai sovrapporsi al ruolo decisionale di chi ha richiesto la sua prestazione. Quello del pedagogista è un “intervento professionale operato con la parola ma non una “terapia della parola”. La sua relazione dialogica non è terapeutica. Si tratta di una attività di mediazione pedagogica, non di una terapia.

E, sempre in merito alla figura del pedagogista professionale, Blezza mette in luce come sia importante che questi debba essere “un uomo di cultura”, cioè una persona con un buon livello di conoscenza in quelli che generalmente sono definiti ambiti umanistici e scientifici, e che si formi, come chiunque altro eserciti professioni d’aiuto, educhi o insegni, delle adeguate competenze che derivino da conoscenze di psicologia e di psicoanalisi. Gli è necessaria questa preparazione per comprendere chi ha di fronte, non certo per “curarlo”. Sem- mai per saperlo reindirizzare verso altre figure professionali idonee al suo caso. Di fatto il pedagogista professionale si muove sempre sul piano di ciò che è conscio, se necessario portando l’interlocutore dall’implicito all’esplicito, senza però mai allontanarsi dall’ambi- to della consapevolezza. Il suo lavoro è incentrato sul “progetto di vita” di chi lo interpella, su un progetto che potrebbe non essere ben chiaro o potrebbe collidere con progetti di vita altrui.

Per l’autore “la Pedagogia si occupa dell’intera società e di tutte le fasce d’età in qualunque insediamento e relazionamento sociale.” In ogni accadimento relazionale si può infatti vedere l’aspetto educativo e l’inevitabile sua caratteristica di reciprocità. Si educano reciprocamente genitori e figli ma anche docenti e discenti, psicoterapeuti e pazienti, pedagogisti e inter- locutori. Si educano in un processo che è essenzialmente esercizio di creatività normata, un percorso per la soluzione di problemi che, lungi dall’essere limita- to da norme di metodo, ne è sostenuto. Blezza tratta di alcuni ordini di regole: della necessità di inserire le ipotesi in “contesti di pensiero più ampi”, affinché abbiano significatività e applicabilità, dei principi di “coerenza interna”, per far sì che non si presentino contraddizioni, e di quelli di “coerenza esterna”, per una messa alla prova delle ipotesi avanzate, e infine di “sano spirito storico e critico”.

Il rigore nell’esercizio dell’interlocuzione pedagogica, così come in qualsiasi altro tipo di relazione d’aiuto, preserva dal tendere ad asservire chi chiede aiuto alle idee di chi conduce l’intervento. “La persona umana non può mai essere fatta strumento da altri per nessuna idea, quale che sia la nobiltà e la valenza umana asserita di quell’idea. Non si discuta l’idea, si rifiuti l’asservimento in assoluto”.

Margherita Mainini

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