Da quale giornalismo dissociarsi
Di RICCARDO SORRENTINO
Presidente Ordine dei Giornalisti della Lombardia
Il razzismo ritorna. Torna prepotente: è un dispositivo di arbitrio e di dominio. Torna anche inatteso, perché un’ampia parte della cultura globale – non solo europea, quindi – credeva di aver consolidato, di aver dimostrato come vera, l’idea che le discriminazioni siano ingiuste.
Anche il giornalismo è chiamato ad affrontare questo riemergere di narrazioni e schemi interpretativi non fondati. Non arriva impreparato: il codice deontologico vieta di rivelare dati personali (nazionalità, origine etnica, convinzioni, opinioni politiche, adesioni a partiti, sindacati, associazioni, dati genetici e biometrici o atti a rivelare le condizioni di salute, l’identità o l’orientamento sessuale) che non siano giustificati dall’esigenza di riferire la realtà delle cose. Nei confronti dei migranti la giornalista o il giornalista «non ricorre ad espressioni denigratorie o discriminatorie». Nelle trasmissioni in diretta, «si dissocia immediatamente da atteggiamenti minacciosi, scorretti, discriminatori, razzistici».
La sensazione che la realtà sia andata al di là e che queste norme possano apparire già vecchie (anche il nuovo codice è entrato in vigore nel giugno 2025) è forte. C’è però una possibilità che non va scartata: la deontologia potrebbe non essere sufficiente, perché il tema del razzismo non va affrontato solo sul piano etico, ma anche su quello cognitivo. È il metodo di lavoro che va cambiato, non le regole deontologiche.
C’è una tentazione da evitare: quella di aprire una “clinica del linguaggio” e, attraverso di questa, una “clinica del pensiero”. Depurare il linguaggio giornalistico di alcune parole discriminatorie – e la regola non riguarda soltanto il razzismo – è sicuramente doveroso. Se però ci si limita a questo sforzo puramente lessicale, si apre la porta a esiti perversi: c’è il rischio dell’ipocrisia; il rischio di favorire forme di rifiuto e di favorire il ritorno a vecchie abitudini, come avviene oggi; e il rischio di nascondere la realtà in nome di una condanna morale.
Purificare il linguaggio può non essere sufficiente perché a volte un testo attiva involontariamente cornici interpretative diffuse, spesso inconsapevoli e talvolta inevitabili per descrivere le circostanze esatte di alcuni eventi. «Una famiglia straniera ben integrata» è un elogio che rafforza luoghi comuni consolidati. «Rissa tra nordafricani», o anche «baby gang straniere» sono frasi che confermano stereotipi: nessuno direbbe forse «Rissa tra commercialisti» (anche se è recentemente apparso il titolo «Commercialista uccide la moglie e si toglie la vita»…). L’uso di parole come «flussi» rischia di disumanizzare, in modo soft, i migranti, che sono uomini, donne, bambini in carne e ossa. Anche di più può fare il linguaggio amministrativo, preciso e rigoroso (ricollocamento, centro di trattenimento, gestione dei flussi): il dolore rischia di diventare invisibile. In un contesto di consumo rapido delle notizie, possono apparire asimmetrici titoli come «Italiano uccide la moglie» (per esempio in una città straniera: a Ibiza); e «uno straniero uccide la moglie». La cultura di un intero popolo può apparire come un monolite omogeneo: «Nella loro cultura le donne…». Spesso sono frasi inevitabili. Spesso non c’è odio, in queste parole: c’è routine, pigrizia, a volte persino compassione, come quando le minoranze vengono descritte come vittime inermi. L’attuale struttura economica dei media può inoltre premiare questi atteggiamenti. Descrivendo così una situazione in cui persone in carne e ossa subiscono il razzismo, si scontrano con vincoli materiali, sono esposte a pericoli reali e a limitazioni delle possibilità di vita, il rischio è che il giornalismo contribuisca a stabilizzare il razzismo sotterraneo diffuso nella società. Tempi rapidi, procedure consolidate, schemi preconfezionati diventano insidiosi.
In queste circostanze, diventa difficile chiedere al giornalismo di educare a contrastare il razzismo. È una risposta evidentemente deludente ma ineludibile. Il giornalismo fa qualcosa di diverso: difficilmente può educare senza snaturarsi, informa. Altri obiettivi rispetto all’informazione lo renderebbero paternalistico, negherebbero l’autonomia – più che la libertà – di chi legge, vede o ascolta: il risultato, soprattutto nel nuovo mondo della comunicazione, potrebbe essere il rifiuto.
È una risposta deludente anche perché esistono sempre meno istituzioni che educhino: qualcosa viene meno nel sistema sociale. Nessuna sorpresa se emerge spesso – persino con modalità non desiderate – una nostalgia per un mondo più omogeneo che non risparmia neanche quella parte della popolazione che potremmo definire “cosmopolita” nelle sue aspirazioni, a differenza di coloro che chiedono invece di “poter restare”. Un mondo più omogeneo è un mondo che non ama però la diversità, e può alimentare il razzismo.
Si può forse fare un passo avanti chiedendosi se sia possibile educare informando. Questo è un tema importante, che richiede però una collaborazione tra giornalisti, pedagogisti ed educatori, ciascuno con le proprie competenze.
I giornalisti non hanno competenze pedagogiche; e il discorso deve qui procedere con grande cautela. I cronisti sono però spesso consapevoli che riferire la realtà, modificare la sua costruzione sociale – e non la “percezione”, come vorrebbero alcuni esperti di comunicazione – è un elemento cruciale. Sfugge a molti – ma si trovano importanti riferimenti nel libro The Nazi Conscience di Claudia Koonz – che Adolf Hitler, autore di Mein Kampf e leader di un partito dichiaratamente razzista, ha a lungo omesso nei suoi discorsi da Führer quasi ogni riferimento al razzismo: il Paese, molto diversificato, non era pronto per accettare subito il suo progetto nella sua totalità e anche l’introduzione e l’applicazione delle leggi razziali fu meno omogenea e rapida di quanto in genere pensiamo. In diverse aree del Paese la resistenza era forte. Gran parte dello sforzo fu allora dedicato a modificare le cornici interpretative della realtà, e non certo a modificare i valori. Nel testo di Koonz emerge come alcuni tedeschi continuassero a provare emozioni positive verso gli ebrei. Non si diceva più, però: «Cosa stanno (o stiamo) facendo al mio amico Michael?», ma «Che sfortuna che il mio amico Michael sia nato ebreo». La compassione non veniva meno, ma una cornice interpretativa nuova strutturava diversamente la realtà, che è sempre, in ogni caso, conosciuta con la mediazione del linguaggio.
Al giornalista mancano le competenze per poter andare oltre, ma forse lo sforzo che può essere chiesto al mondo dell’informazione – al di là degli aspetti puramente linguistici, e per evitare la stabilizzazione del razzismo – è quello di insegnare il proprio metodo; mettendolo a punto in modo più consapevole. Insegnare, insomma, a distinguere i fatti verificabili dalle interpretazioni e dai giudizi: a riferire i fatti con chiarezza, a dichiarare le interpretazioni come ipotesi e i giudizi come scelte di valore, isolando il linguaggio progettato per produrre effetti emotivi senza fornire informazioni verificabili e riconoscendo le cornici interpretative che attiviamo. Insegnare insomma l’uso logico del linguaggio, e non semplicemente quello espressivo.
Per svuotare di contenuto e di valore il razzismo questo è un passaggio essenziale: le gerarchie tra gruppi sociali – e anche tra singoli – non possono epistemicamente fondarsi su criteri oggettivi. Il razzismo è il frutto di una scelta irrealistica, senza alcun fondamento logico né ontologico, anche se può essere suggerita da asimmetrie sociali e forme di dominio, dinamiche di potere e meccanismi di esclusione. Se in passato l’umanità non era in grado di dimostrare definitivamente questa assenza di fondamento, e il razzismo poteva prosperare, oggi è diventato difficile fare il contrario senza incontrare forme comunque diffuse di condanna sociale. Se il razzismo oggi continua a riprodursi attraverso assetti che non trovano giustificazione razionale è allora su questo terreno, quello della fondata costruzione logica e linguistica della realtà, e non sul terreno morale, che si può provare a svuotare il razzismo; è qui che quegli interessi materiali, quei rapporti di potere e quelle decisioni politiche che lo alimentano diventano visibili e quindi contestabili.
Distinguere la realtà dalle inferenze, dai valori e dai meri effetti emotivi è un lavoro urgente non solo per noi giornalisti, ma per tutti. Viviamo immersi in un enorme flusso di informazioni: il bene scarso, e per questo ricercato, non è più la conoscenza dei fatti – che a tanti non interessano – ma è l’attenzione. La corsa è a captare l’attenzione del pubblico: l’attenzione è a volte intermittente, può accelerare i giudizi, può ridurre la tolleranza per tutto ciò che è complesso, sfumato, può polarizzare, rafforzare il senso di appartenenza. La distinzione platonica tra conoscenza e opinione, tra episteme e doxa, perde oggi valore interpretativo: il rapporto tra linguaggio e realtà diventa decisamente più complesso. È inoltre storicamente vincolato: non tutto quello che oggi è indubitabilmente reale appariva tale in passato. La vera natura della Luna, per esempio, era indimostrabile prima del gennaio 1614, quando Galileo Galilei osservò con il suo “cannone occhiale” il nostro satellite. Oggi nessuno può pensare che sia composto di etere, o di quintessenza; nessuno può dubitare che abbia montagne e crateri.
In questa situazione di infodemia, l’intelligenza artificiale promette di rendere questi fenomeni più estremi. Anche per le piattaforme di AI la tendenza è quella di proporre un approccio di tipo morale, e di imporre una “clinica del linguaggio”. È giusto (fatta salva la possibilità di mantenere sempre aperta la discussione sulle modalità di questo lavoro di purificazione) ma non è sufficiente. Occorre fare qualcos’altro, occorre insegnare il corretto uso dell’intelligenza artificiale.
Anche se si sta rivelando uno strumento potente se ben usato, l’intelligenza artificiale, al di là degli errori – le “allucinazioni” – ha un difetto strutturale. Non ha un accesso diretto alla realtà, non ha con essa un vincolo ontologico, ma un vincolo puramente statistico. La sua idea di verità è simile a quella coerentista, la contraddizione è una deviazione statistica, non un errore logico. La coerenza è un criterio indiretto della verità, in un sistema in cui ogni elemento ha un “peso” determinato dalla sua frequenza statistica e dalla sua compatibilità in un contesto molto ampio. Come direbbe l’intelligenza artificiale parlando di se stessa: è il prezzo di aver costruito una macchina che parla prima di conoscere. Attenzione però: ampie porzioni del discorso pubblico umano già funzionano così: coerenza narrativa, plausibilità sociale, allineamento contestuale. L’intelligenza artificiale alimenta e dà una patina di credibilità a un sistema sociale che esclude la ricerca, o se si vuole la costruzione fondata, della realtà.
La stessa intelligenza artificiale può però anche aiutarci nel nostro compito, altrimenti irrealistico, di dare un contributo a svuotare il razzismo. Può “smontare” testi scritti nelle modalità più classiche. Anche se manca di una semantica e si muove seguendo vincoli statistici – non sa quello che dice, insomma – è in grado di aiutarci nell’indicare dove un testo attivi cornici interpretative non desiderate, dove attribuisce colpe invece di indicare vincoli e fattori strutturali, dove dimentica le persone privilegiando un approccio amministrativo o idraulico (i «flussi»). Può fare quello che, per ragioni di tempo e di competenza, noi non riusciamo a fare. Introdurre un uso interpretativo dell’Intelligenza artificiale, nelle scuole e nei corsi di formazione continua, può aiutare a riempire il grande divario incolmato: quello tra l’aspetto deontologico e l’aspetto cognitivo. È attraverso questa capacità di rendere visibili le cornici implicite, in aggiunta alla correzione del linguaggio, che il giornalismo può confrontarsi con i nuovi razzismi.

