Allenare le relazioni: lo sport come spazio di verità

© CoachOkei

La storia di Mario Giuliani, conosciuto da tutti come Coach Okei, nasce da una passione per il calcio coltivata fin da bambino. Tra i 5 e i 18 anni gioca in diverse società dilettantistiche dell’hinterland milanese, per poi approdare in una squadra di Eccellenza, dove disputa due stagioni con buoni risultati. A 21 anni un grave infortunio lo costringe a restare lontano dai campi per due campionati e poi a ripartire dalla Promozione, categoria nella quale gioca per quattro anni. Successivamente sceglie di dedicarsi soprattutto alla famiglia e inizia il suo percorso da coach. Dal 2023, da quando allena i bambini under 9 della Società Dilettantistica Afforese, Coach Okei ha un’intuizione: raccontare, o meglio far vedere utilizzando lo strumento dei video, come si può educare allenando. I suoi video mettono in scena fatti realmente accaduti e così, innanzitutto dai rapporti umani (tra giocatori, genitori e allenatori), con ironia e sincerità emergono insegnamenti validi per tutti, non solo per chi li ha vissuti. In estrema sintesi: alcuni problemi (invadenza dei genitori a bordo campo, piuttosto che reattività dei bambini nella competizione) diventano opportunità educative e, quindi, anche di sensibilizzazione. Oggi i video Instagram di Coach Okei sono seguiti da centinaia di migliaia di persone, tra cui moltissimi ragazzi. A partire da marzo 2026, tale impegno educativo si è tradotto anche nell’organizzazione della Kids League con l’idea di fondo che le scuole calcio debbano formare, piuttosto che stressare: in base a questo obiettivo, le partite sono più brevi, le regole semplificate e creative, l’esperienza in campo molto più determinante del risultato. In una parola, per Coach Okei l’ambito dilettante è un formidabile spazio educativo.

 

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Di COACH OKEI
Allenatore e content creator
(con la collaborazione di Edoardo Amati)

 

Faccio l’allenatore da molti anni. E se c’è una cosa che ho imparato sul campo, non nei libri, né nei corsi, è questa: losport non educa da solo. È uno spazio potentissimo, ma è neutro. Diventa educativo solo quando qualcuno decide davvero di usarlo per educare. E questa scelta, nella mia esperienza, è molto meno scontata di quanto si pensi. Me ne sono accorto solo osservando ogni minima cosa in maniera totalmente inconscia: a cominciare dai ragazzi in campo, poi i genitori in tribuna, infine me stesso e i miei errori.
Quello che vedo in giro spesso non è sport: è rappresentazione. Ragazzi che giocano sentendosi osservati. Genitori che non supportano, ma giudicano. Allenatori, me compreso, che parlano di crescita, ma pensano al risultato. In questo clima, le nostre relazioni si deformano. Diventano fragili, condizionate. E allora la domanda cambia. Non più: che sport fai? Ma: che tipo di persona stai diventando mentre lo fai?

 

Quando ho smesso di nascondere gli errori
All’inizio filmavamo gli allenamenti per correggere aspetti tecnici: movimenti, posizioni, scelte di gioco. Poi ho notato una cosa: quando i ragazzi si rivedono, capiscono più di quanto io riesca a spiegare. Non perché le parole non servano, ma perché l’immagine non lascia scampo. Un ragazzo che si rivede mentre perde la testa per un fallo, mentre si isola dopo un errore, mentre scarica la frustrazione su un compagno… tutto ciò non ha bisogno di una spiegazione: il ragazzo ha già capito.
Da lì è cambiato tutto. Abbiamo smesso di nascondere errori, discussioni, momenti scomodi.
Quello che normalmente prima veniva tagliato dai video, abbiamo deciso di lasciarlo: e non per esporre, quanto per far vedere. I ragazzi hanno iniziato a raccontarsi così, senza filtri. E succede una cosa semplice ma potente: quando l’errore si vede, smette di essere una scusa e diventa responsabilità.

 

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Il problema siamo noi adulti
Il punto più difficile non sono i ragazzi. Siamo noi. Abbiamo paura dell’errore: lo correggiamo subito, lo copriamo, lo spieghiamo troppo. Vogliamo essere credibili. E per farlo, spesso smettiamo di essere veri. Ma i ragazzi lo capiscono subito: capiscono quando stai parlando per ruolo, o quando stai parlando perché ci credi. E quando non sei credibile, smettono di ascoltarti, anche se annuiscono. Non hanno bisogno di adulti perfetti. Hanno bisogno di adulti che non cambino faccia a seconda del risultato.
Nello sport si sbaglia continuamente: chi non impara a stare dentro quell’errore, “si rompe”; chi impara a leggerlo, cresce. Ho visto ragazzi cambiare davvero non dopo un discorso, ma dopo essersi visti. Hanno iniziato a parlarsi, a dirsi le cose, a prendersi responsabilità: non per paura, ma perché avevano capito.

 

Genitori: non state guardando la partita
Molti genitori pensano di guardare i figli mentre giocano: in realtà, spesso, stanno guardando se stessi. Le aspettative. Il risultato. L’idea di “come dovrebbe andare”. Si esulta per un gol; si cambia espressione per un errore. Tutto questo i ragazzi lo sentono sempre e a quel punto non giocano più per giocare: giocano per non sbagliare.
Quando un genitore riesce a fare un passo indietro, da controllo a presenza, succede qualcosa di raro: il figlio smette di dover dimostrare e inizia a poter essere. E lì, paradossalmente, migliora anche come atleta.

 

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Lo sport non insegna: fa emergere
Si dice spesso che lo sport è una scuola di vita, ma non è sempre vero. Lo sport non insegna automaticamente nulla: fa piuttosto emergere. Se dentro un contesto c’è pressione, emergerà pressione. Se c’è giudizio, emergerà giudizio. Se c’è responsabilità, emergerà responsabilità.
Un ragazzo che capisce che il suo comportamento cambia il gruppo sta già imparando cosa significa stare nella società: non perché glielo abbiamo spiegato, ma perché lo ha vissuto. Le regole così diventano senso; il conflitto diventa confronto; l’errore diventa passaggio.

 

Quello che ho capito davvero
Ecco cosa ho imparato in questi anni: lo sport educa solo quando smette di essere una vetrina. Quando smette di essere qualcosa da mostrare e torna a essere qualcosa da vivere. Uno spazio cioè dove i ragazzi possono essere visti per quello che sono, non per quello che devono sembrare; dove gli adulti smettono di recitare e iniziano a prendersi responsabilità. Dove l’errore non viene nascosto ma attraversato.
In un tempo in cui tutto viene filtrato, montato, corretto, forse la cosa più educativa che possiamo fare è molto più semplice: essere veri. Perché è solo lì che nascono relazioni forti. E senza relazioni vere, lo sport, per quanto bello, non educa nessuno.


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