Calcio Seduto: la parità è un’amicizia

Di PAOLA NAVOTTI
Per i bambini con disabilità giocare a calcio rimane un desiderio piuttosto impraticabile. Da questa consapevolezza è nato Calcio Seduto, una delle esperienze più originali dello sport inclusivo italiano. Sì, avete capito bene… si tratta di giocare a calcio restando seduti a terra.
L’idea “bizzarra” prende forma nel maggio 2021 grazie all’allora ventitreenne Alberto Capetti e a suo fratello in affido Jonel, originario di Haiti e con una disabilità congenita che non gli permette di stare in piedi.

Jonel, 7 anni all’epoca, frequentava volentieri il corso multisport della neonata Bebe Vio Accademy, ma tale corso era accessibile soltanto per un anno e, dunque, sarebbe rimasta un’esperienza non continuabile. In quello stesso periodo, Milan e Inter si stavano contendendo lo scudetto e Alberto e Jonel seguivano in tv ogni partita. Volendo emulare le imprese dei beniamini milanisti, con un pallone di spugna iniziano a giocare a calcio in casa – da seduti – divertendosi un mondo (anche a schivare vasi e quadri di mamma Maria…). Passa un mese e, oltre al Milan, vince il campionato pure la squadra dei bambini di 5 anni allenati da Alberto all’interno della società sportiva Fatima Traccia. L’entusiasmo per queste vittorie è velato però da un’ombra: la consapevolezza che Jonel non avrebbe mai potuto vivere quell’esperienza di gioia che conosce chi scende in campo. Ecco allora l’intuizione di Alberto: fondare una squadra dove bambini con e senza disabilità possano giocare insieme a calcio. Come? Da seduti, proprio come avevano fatto lui e Jonel a casa.
Da questo momento, inizia un’altra storia: quella di una compagnia di amici che rende Calcio Seduto un’incredibile occasione di fraternità, di quell’amicizia appassionata alla vita di qualcuno come fosse un fratello o una sorella.
Il primo di questi amici è il presidente dell’A.D.S. Fatima Traccia, che accoglie coraggiosamente l’iniziativa e, nelle prime fasi, trova prezioso supporto nella segreteria della Bebe Vio Accademy. Quando le essenziali formalità sono definite, la scuola paritaria La Zolla di Milano mette a disposizione la propria palestra, e così viene fissato il giorno dell’allenamento inaugurale con i primi 2 mister di allora: Alberto, e Matteo detto Chef. Solo 1 bambino aveva prenotato, eppure se ne presentano inaspettatamente 7, accompagnati da genitori quasi più curiosi dei propri figli. Oggi si contano 11 atleti e, a rotazione, una ventina di allenatori volontari e quasi tutti studenti universitari.

Nel 2023, con le magliette ufficiali e la vittoria del primo torneo, Calcio Seduto comincia a diventare un progetto strutturato e a suscitare interesse anche fuori dalla società sportiva in cui è nato. Quando poi Alice for Children e Fondazione Milan ne diventano partner ufficiali, la visibilità decolla. Nel 2024, volendo dare al gioco una struttura dettagliata – e porre così le basi per il futuro riconoscimento a disciplina sportiva – è stato redatto un regolamento ufficiale che, in 10 articoli, specifica tutto: dimensioni e materiale della palla da gioco, divieto di indossare scarpe, falli, rimesse, persino la dinamica dei calci di rigore.
Oggi Calcio Seduto è più di una squadra inclusiva di ragazzi con e senza disabilità: appare piuttosto come una comunità, un luogo umanamente invitante anche fuori dal campo da gioco, dove infatti si muove una rete di genitori e volontari che non di rado decidono perfino di cenare insieme.
La squadra si allena venerdì dalle 16.30 alle 17.30, e noi siamo andati a vedere un allenamento. Arrivati in anticipo, eppur affrettandosi, in men che non si dica i giocatori erano pronti: facce tutte sorridenti in pantaloncini, maglietta rossa di Fondazione Milan e calzettoni.
Questi sorrisi sono stati rivolti anche a me, sconosciuta ospite, e in un attimo mi hanno fatto sentire loro amica. «Siamo qui come al Pentagono, dove si decide cosa fare…», irrompe Michele dando il via alla preghiera con cui a Calcio Seduto si inizia ogni allenamento, e ad un appello tanto allegro quanto inusuale: ciascuno ha un appellativo e, pronunciati di fila e a voce sonante, i soprannomi risuonano come acclamazioni inneggianti. In effetti, il tifo qui è continuo sia da parte dei mister sia da parte dei giocatori, e ogni azione è così incoraggiata che sembra ci sia una telecronaca di sottofondo in diretta. Un tifo più che giusto, vista la dinamica: i giocatori si spostano appoggiandosi sulle mani (palme o nocche), con i piedi spingono la palla in avanti e chi non può controllare l’uso delle gambe, si aiuta indirizzandole con le braccia. Una notevole fatica fisica che, inaspettatamente, non rende il gioco lento, né disinteressato. Si vedono pressing, palle a giro, assist e perfino benevoli placcaggi. Quando inizia la partitella anche gli allenatori sono in campo e, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, non fanno sconti: non fanno cioè finta di giocare per dare a questi ragazzi la soddisfazione di segnare, ma giocano per davvero e puntano al goal. Ma è giusto…? Quando lo chiedo a Chef, da poco neolaureato in lettere moderne e già insegnante di sostegno in servizio, la risposta è immediata: «Per noi la parità è un’amicizia; e un’amicizia vera non è mai di circostanza. Molti nostri ragazzi purtroppo non saranno mai uguali a noi e ai loro coetanei: l’unico fattore che ci rende tutti alla pari è riconoscere di essere legati nella vita, non appena negli allenamenti. E i ragazzi con disabilità riconoscono subito se c’è o meno questo sguardo su di loro».

Pensando soprattutto alle dinamiche tra coetanei (evidentemente più problematiche di quelle tra adulti e ragazzi), questo sguardo avviene in modo naturale? «La naturalezza viene da una proposta chiara che si nutre di gesti, più che di parole: la proposta è seguire, imitare chi vive l’amicizia come fattore reale di parità e di soddisfazione», interviene il mister Giacomo. In effetti, la soddisfazione di adulti e ragazzi qui è evidente, altrimenti non si fermerebbero tutti, mezz’ora buona dalla fine dell’allenamento, a fare merenda insieme (merenda, per altro, che un mister a turno provvede ad acquistare). «La cosa più bella qui è la compagnia», sintetizza Alì, trentenne laureato in economia, in carrozzina, capocannoniere della squadra (e famoso anche per un gruppo whatsapp titolato “pranzi guzzi”, in cui quasi 50 amici si turnano per pranzare con lui, impossibilitato a cucinare autonomamente). Aggiunge Alì: «Se a fine partita non mi sono buttato a recuperare la palla, i compagni me ne chiedono conto… sono seri loro, dunque sono serio anche io, e viceversa». Ma cosa significa essere seri in queste condizioni? Me lo domando mentre un bambino entra in ritardo in palestra accolto da un applauso, che mi accorgo essere motivato dal non dare per scontata la presenza di nessuno. «Essere seri significa essere autocritici, ma insieme umili e consapevoli. Proprio come sono i nostri ragazzi e anche i loro genitori», mi risponde Cecilia. E Dodo, guardando gli altri mister: «E’ proprio così. Tanto che quando tra noi prevalgono dubbi o timori, sono proprio i ragazzi a smontare le nostre misure e a farci vedere quanto sottovalutiamo ciò che accade: può essere un tiro di testa da parte di chi non ha mai osato farlo, o una parola inaspettata».

Ma allora qual è, in definitiva, l’insegnamento più grande di Calcio Seduto? Rispondono quasi all’unisono tre mamme che fanno almeno mezz’ora di macchina per arrivare agli allenamenti: «L’insegnamento più grande è che ognuno di noi ha bisogno di essere amato prima ancora di essere aiutato. Per la condizione di disabilità in cui i nostri figli si trovano, hanno sempre intorno persone che li sorreggono, li assistono nel fare ciò che non potrebbero fare da soli. Sono supporti preziosissimi, ma non basterebbero se fossero “freddi”, cioè senza quell’affezione che scalda come una stufa. Ecco perché, per i nostri figli come per noi, la cosa più bella di Calcio Seduto è l’amicizia con i mister. Tutti loro (Albi, Chef, Titti, Pauzz, Ceci, Matte, Dodo, Ema, Franci, Leo, Sem, Tommy, Munoz; Cinci, Enri) sono ormai di casa».
Siamo tutti usciti dalla palestra e mi accorgo di avere ancora una domanda: Calcio Seduto potrà davvero ottenere un riconoscimento ufficiale e addirittura entrare tra gli sport paralimpici? Questo è sicuramente un obiettivo importante, ma a prescindere dal suo conseguimento, c’è già moltissimo da ammirare.

