L’anello mancante. Intervista a Jury Chechi

©Jury Chechi

A cura di REBECCA CONTI

 

Jury Chechi è uno dei ginnasti italiani più conosciuti di sempre. Conta numerose vittorie, tra cui l’oro ai Giochi Olimpici di Atlanta nel 1996 e un bronzo nelle Olimpiadi di Atene del 2004. Il “signore degli anelli” – così viene anche soprannominato – ci parla della sua educazione, del valore dell’amicizia, del cambiamento nella carriera e delle decisioni di una vita. Momenti decisivi che disegnano una catena di eventi in cui ogni anello è essenziale e che lo hanno reso, oggi, la leggenda azzurra che tutto il mondo conosce.

 

Qual è la scelta più difficile che hai preso nella tua vita sportiva?
Non è facilissimo rispondere perché le scelte sono state diverse e talvolta anche complesse. Tuttavia, è molto giusto parlare di scelte. Infatti, anche se spesso mi viene chiesto quanti sacrifici ho fatto per raggiungere i miei risultati, credo di non aver fatto nessun sacrificio: ho preso alcune decisioni consapevolmente, non perché mi siano state imposte. Per quanto non leggere, erano secondo me necessarie e utili. A livello cronologico, direi che la scelta più difficile è stata quella di andare via di casa a 14 anni, per trovare una struttura e uno staff tecnico che mi consentisse di raggiungere i miei obiettivi. Accettando che frequentassi le superiori in un centro di preparazione olimpica a Varese, i miei  genitori mi hanno dato così la possibilità di andare verso la mia passione, nonostante i dispiaceri che un genitore che può avere per un figlio che lascia casa. Nel viaggio in macchina da Prato – dove abitavo – fino a Varese, mi ricordo che mia mamma ha pianto dall’inizio alla fine. Tra l’altro, una volta le distanze erano diverse e io riuscivo a vedere i miei una sola volta all’anno, per Natale. Sono stati però proprio i miei genitori a darmi la più grande fiducia e ad essere capaci di non interferire troppo nelle mie decisioni: mi hanno dato dei consigli, ma hanno rispettato le mie ambizioni e, quindi, le mie scelte. Non mi hanno mai chiesto di raggiungere qualcosa, ma hanno solo voluto darmi la possibilità di provare. E ciò è stato determinante.

 

©Jury Chechi

Quando hai scelto di diventare lo sportivo che sei?
Direi da subito. Appena ho iniziato a praticare la disciplina della ginnastica, me ne sono immediatamente innamorato. Avevo sette anni e ho deciso che diventasse la mia professione. Ho sempre avuto dubbi sul fatto di riuscirci, ma ho anche sempre avuto chiaro il mio obiettivo e ho lavorato tutti i giorni affinché si realizzasse. A 9 anni la maestra ci assegnò un tema dal titolo: cosa vuoi fare da grande? Io scrissi che volevo vincere le Olimpiadi.

 

Come vedi i giovani di oggi nel mondo sportivo?
Mi sembra siamo davanti ad una concezione un po’ tossica della performance sportiva, tanto che il concetto stesso della sconfitta risulta oggi difficile da accettare. La sconfitta invece fa parte della vita; ed è molto importante da un punto di vista educativo saper reagire e insegnare a reagire, a rispondere al senso di perdita che consegue ad una sconfitta. È sano cercare di perdere meno possibile, ma è altrettanto sano ed essenziale spronare i ragazzi e le ragazze a rialzarsi quando una sconfitta accade. E spesso la difficoltà a rialzarsi si riscontra innanzitutto nei genitori. Questa criticità educativa io credo sia legata al rispetto del tempo. Con le nuove tecnologie che ci danno risposte immediate a qualsiasi domanda, viviamo in una società in cui il tempo che siamo capaci di tollerare si è accorciato. Ma nello sport ci sono molti tempi da rispettare. Il tempo dell’allenamento, quello della fatica e della preparazione, quello della prova: non si può pensare di arrivare all’obiettivo subito. Spesso è difficile farlo capire, sia ai ragazzi che ai genitori. Ricorre poi la volontà di spingere i figli a realizzare qualcosa che un genitore non è stato in grado di realizzare, ma come adulti dovremmo ricordarci l’importanza di lasciare ai nostri figli la possibilità di sbagliare. Se tornassi indietro, sono convinto che ripeterei tutte le mie scelte, paradossalmente con la consapevolezza che alcune erano sbagliate: solo ora so che alcune non erano giuste, ma all’epoca ero convinto che lo fossero. Ciò per dire che io sono contento di non avere rimpianti e credo sia importante dare a tutti la possibilità di non averne.

 

In relazione a queste Olimpiadi, è cambiato qualcosa nei più giovani?
Credo che le cose più importanti siano sempre uguali: per esempio la grande responsabilità verso la gara olimpica come momento solenne, e la forte passione per lo sport. Io vedo ancora tutto questo sia nei ragazzi più giovani che in quelli con più esperienza.
È cambiata un po’ la preparazione, la metodologia tecnica; ma quella magia che si respira alle Olimpiadi l’ho percepita nelle ultime, allo stesso modo che in quelle passate.

 

Le Olimpiadi Milano – Cortina ci hanno offerto esempi di coraggio e di tenacia. Da Federica Brignone (che ha deciso di provarci e ha vinto) a Lindsay Von (che ha tentato ma si è gravemente infortunata). Che differenza c’è tra chi è coraggioso e chi è incauto?
È molto interessante porsi questa domanda. Certe volte è davvero difficile trovare un equilibrio tra il coraggio e il comportamento rischioso: tanto più è difficile spiegare ai “non addetti ai lavori” perché possa valere la pena pagare il prezzo di un infortunio.
Talvolta è davvero complesso fermarsi e accettare che, per questioni di età o di traumi subìti, non si sia più gli stessi. Anche la mente conta e ad un certo punto può influire una condizione di fragilità psicologica. Se penso a me, credo di aver smesso proprio nel momento giusto: dopo le Olimpiadi di Atene, ho capito che sarebbe stata l’ultima gara e che avrei cambiato completamente la mia vita. Ho avuto un po’ di paura, ma nello stesso tempo anche curiosità. E, con il supporto della mia famiglia che è stata fondamentale nel darmi sicurezza, sono riuscito poi a trovare un equilibrio. Piano piano ho trovato il mio nuovo posto.

 

©Jury Chechi

Hai avuto mai un mental coach nella tua carriera? Come gestivi tu la pressione?
No, non l’ho mai avuto. Con questo non voglio dire che non sia necessario, anzi, può essere un aiuto davvero prezioso. Al contempo però penso rischi di essere un po’ sopravvalutato in alcune situazioni: la differenza la fa l’atleta con le sue caratteristiche e la sua determinazione. Il mental coach può essere un sostegno, ma non credo sia l’elemento strategico fondamentale per risolvere tutti i problemi.
Durante le Olimpiadi la pressione è davvero tanta, perché dopo che ti sei allenato per 4 anni tutti i giorni, dai tutto in pochi minuti di performance. Non è facile, ma ci si allena anche per questo. C’è un’antologia e una tecnica, proprio per essere certi di aver fatto tutto il possibile. Nel caso della mia specialità, gli anelli, avevo quell’unico minuto di gara ed ero francamente terrorizzato. Sapere però di aver fatto tutto quel che c’era da fare, senza mai sgarrare, mi dava una sicurezza che, se avessi avuto dubbi sulla mia preparazione, non avrei mai raggiunto. Ad un certo punto ho capito che le cose sarebbero andate bene perché non c’erano motivi per cui dovessero andare male. Lì ho scelto, nel vero senso della parola, di non avere paura.

 

Può esistere un bilanciamento tra la vita privata e la carriera di uno sportivo di alto livello?
Non solo si può essere bilanciati, ma si deve. È necessario trovare questo bilanciamento dandosi delle priorità, accettando cioè che in una fase specifica della vita e per lungo periodo la priorità sei tu. Occorre cioè, in un certo senso, diventare un po’ egoisti se non lo si è per natura… io non lo ero, ma lo sono diventato. Poi, più in là nella carriera, ho dovuto trovare un equilibrio con lo spazio da dedicare agli affetti e agli amici, perché prima di tutto siamo persone. Ma in una certa fase della vita questo equilibrio deve essere sbilanciato sulle tue esigenze così da avere il tempo e la forza per poterti dedicare a certi obiettivi: lo chiamerei uno “sbilanciamento consapevole”. Quando però questa fase finisce, è bello poter ritornare dalle persone che ami, dando loro ciò che non sei riuscito a dare. Se hanno aspettato e hanno accettato le tue scelte, vuol dire che ti amano davvero.

 

©Jury Chechi

È nota la tua forte amicizia con l’atleta Antonio Rossi: pensi che sarebbe stato lo stesso se foste stati atleti della stessa disciplina?
Io sarei stato un vero disastro in canoa e Antonio sarebbe stato troppo alto per gli anelli. In più ci saremmo divertiti troppo durante gli allenamenti e non sarebbe stata una buona cosa… Scherzi a parte, credo che io e Antonio abbiamo due mindset molto simili da un punto di vista sportivo, mentre per fortuna come persone siamo diversi. Proprio per questo con lui so di aver trovato un amico vero: ci completiamo per la maggior parte delle cose. Se fossimo stati nelle stesse discipline, probabilmente avremmo fatto le stesse cose che abbiamo fatto. Posso dire con assoluta certezza che io e lui siamo in una competizione perenne: gareggiamo su tutto in maniera talmente leggera e giocosa che, se fossimo stati nella condizione di gareggiare insieme, sono certo che avrei gioito per le sue vittorie e sofferto per le sue sconfitte come per le mie. Non è scontato e non lo dico per piaggeria: Antonio è una persona straordinaria e abbiamo un legame unico, quando hai così stima di una persona è naturale vivere le gioie moltiplicate per due. Nel mondo dello sport, dove c’è anche un po’ di invidia e di gelosia, non è scontato sia così.

 

Come hai vissuto nel tempo la notorietà? Quanto conta la fama per chi oggi si approccia allo sport di alto livello?
La popolarità ha avuto per me un’importanza – sarei bugiardo a dire il contrario – ma so con certezza che non è mai stato un obiettivo. Alcuni riconoscimenti fanno piacere e quando, verso la fine della carriera, tutto ciò diminuisce, si fa fatica a riabituarsi alla normalità. E molte volte si soffre. Pensando a me, sono contento di aver goduto ed apprezzato certi aspetti, ma ho scoperto che vivo bene anche senza. Rispetto al passato, oggi vado in giro tranquillamente per la città e casomai mi chiedono qualche foto: tutto ciò non mi pesa e credo non sia scontato.

 

Pedagogisti e psicologi sottolineano l’essenzialità del gioco nei processi del neurosviluppo: come è avvenuto nel tuo caso il passaggio dal “gioco” alla dimensione professionale?
Sono stato un bambino molto serio e giocavo poco, spesso da solo. Ho avuto presto bisogno di trovare una dimensione fuori dal gioco, tanto che a 9 anni scrivevo di voler vincere le Olimpiadi. Il passaggio ad un’ottica di disciplina è stato dunque quasi immediato, il che non è stato necessariamente positivo, anzi.
Soprattutto da adulto però, ho riscoperto il piacere del gioco: sia con Antonio, sia con i miei figli. A tutte le età, anche da anziani, la dimensione del gioco è fondamentale perché insegna a trovare il modo di vivere con più leggerezza insieme alle persone vicine. Per certi versi mi sono divertito raggiungendo i miei obiettivi, anche se il divertimento era legato più all’appagamento e alla realizzazione personale. Nella vita personale invece, i momenti più divertenti sono legati ad Antonio: spesso ridiamo fino a non riuscire più a parlare al telefono e a dover riattaccare.

 

 


Sede Legale:
Via Ghisolfa, 32 – 20217 Rho (MI)
pec: cooperativa@pec.stripes.it
P.IVA e C.F. 09635360150




Tel. (02).931.66.67 – Fax (02).935.070.57
e-mail: stripes@pedagogia.it
C.C.I.A.A. Milano REA 1310082




RUNTS N° rep.2360

Albo Società Cooperative N° A161242
Capitale Sociale i.v. € 365.108,00



Redazione Pedagogika.it e Sede Operativa
Via San Domenico Savio, 6 – 20017 Rho (MI)
Reg. Tribunale: n. 187 del 29/03/97 | ISSN: 1593-2259
Web: www.pedagogia.it


Privacy Preference Center