Quel r(e)mo del lago di Lecco. Intervista ad Antonio Rossi

A cura di REBECCA CONTI
Canoista italiano tra i più grandi di sempre, Antonio Rossi ha conquistato cinque medaglie olimpiche, tra cui 3 ori – due nelle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 e uno in quelle di Sydney nel 2000 – diventando un punto di riferimento dello sport azzurro. Profondamente legato alla sua Lecco, alla Società Canottieri e al Gruppo sportivo Fiamme Gialle, Rossi racconta le scelte di una carriera che lo hanno reso l’atleta e la persona di oggi.
Quando hai deciso di diventare lo sportivo che sei?
A differenza di altri atleti come, ad esempio, il mio amico Jury Chechi, io non sono partito pensando che avrei fatto le Olimpiadi, anzi. Non sapevo neanche cosa fossero i giochi olimpici. Per me è partito tutto da un sogno, che è diventato prima desiderio e poi ambizione e obiettivo. Direi quindi che è qualcosa nato step by step: la passione è sempre rimasta la stessa, dall’andare sul lago con i miei amici fino alla volontà di migliorarmi ogni anno, prima sui 500 metri, poi su 1000 e così via. Ogni anno volevo fare meglio dell’anno prima. Forse proprio il fatto di non sentire la pressione di dover per forza classificarmi per le Olimpiadi ha fatto sì che accadesse. Quando sono entrato nel gruppo delle Fiamme Gialle[1] avevo 19 anni e volevo allenarmi due volte al giorno in un ambiente che poteva stimolarmi: sono partito così per Sabaudia dicendo ai miei genitori che sarei stato via per 18 mesi. Quei 18 mesi sono diventati anni …
C’è un fatto nella tua carriera che hai particolarmente a cuore?
Quando ho vinto il mio primo titolo italiano con i canottieri Lecco. Ero juniores e fu per me una vittoria enorme perché prima non vincevo neanche ai regionali. Vincere un campionato italiano è stata la conquista che mi ha acceso qualcosa dentro: ho capito che avrei potuto provarci davvero. Se non avessi vinto quel campionato non starei facendo questa intervista ora e probabilmente avrei fatto il commercialista.
Nonostante le tue molte medaglie, sei sempre rimasto profondamente legato alla realtà dove sei cresciuto…
Certo. L’ambiente dove nasci, cresci e ti alleni è determinante anche per raggiungere i successi di una vita. Se dove vivi senti serenità, questo ti permette anche di impegnarti al massimo durante gli allenamenti, di crescere e quindi di raggiungere poi determinate prestazioni. La Società Canottieri Lecco è sempre stata casa per me, un ambiente in cui sono cresciuto respirando una forte appartenenza insieme alla voglia di divertirmi e impegnarmi. Per dare un’idea, la tradizione vuole che la mattina di Natale, da oltre trent’anni, ci sia una partita di calcio tra canoisti e canottieri. Chi perde fa il bagno del lago, che non è esattamente caldo a Natale.
Un’altra casa per me è Sabaudia, dove si trova la sede delle Fiamme Gialle e dove tutta la Nazionale è per me ancora come una famiglia. All’epoca, mia mamma volle conoscere gli allenatori e capì subito che era un ambiente sano di cui si poteva fidare: era ben consapevole, infatti, che stava affidando nelle loro mani la mia generale educazione.

Come convivono senso di comunità e competizione nell’allenamento?
Io fortunatamente ho frequentato società dove la prestazione e il risultato non sono mai stati il primo obiettivo: l’attenzione speciale è sempre stata rivolta all’educazione, sia in senso stretto, sia intesa come educazione ad un allenamento che potesse far crescere il corpo in modo armonioso. Non ho mai trovato un ambiente in cui la competizione e il successo fossero la cosa più importante, neanche nel gruppo sportivo Fiamme Gialle, che pur esiste per poter assicurare determinati risultati all’Olimpiade e aiutare le federazioni a far risultato. Tutte le società in cui sono cresciuto mi hanno trasmesso che i risultati arrivano solo grazie al lavoro e all’impegno senza scorciatoie. Io credo che sia, ancora oggi, una lezione di vita che vale per tutte e tutti. Sono poi profondamente convinto che tutti gli atleti di alto livello puntino all’eccellenza e che ciò spesso sia faticoso da capire per chi non fa questo lavoro, tanto che l’assiduità talvolta viene scambiata per fanatismo. Invece, il motore che sostiene l’assiduità è la ricerca di perfezione nel movimento, attraverso la ripetizione costante e a volte estenuante di un singolo passaggio. Che sia per avere più forza nella pagaiata, o per compiere con più velocità un determinato movimento, a volte ci si allena per 6/7 ore al giorno ininterrottamente: in un certo senso deve piacerti la fatica e il fatto di andare a casa stanco. Spesso, se non mi sentivo distrutto, avevo l’impressione di non aver fatto abbastanza. La sfida principale è quindi con se stessi, tutti i giorni. Nello sport come nella vita, la passione è difficile da spiegare per la forza con cui viene perpetuata.
Dando sguardo alle Olimpiadi di Milano-Cortina, cosa fa la differenza tra una vittoria e una sconfitta?
Penso, tra le altre, alla meravigliosa vittoria di Federica Brignone. Oltre al talento e all’allenamento, le vittorie di Federica sono un esempio di quanto sia importante gareggiare con una mente libera da pressioni. Certamente, dopo il suo infortunio, le possibilità di non farcela erano tante, ma proprio perché non era obbligata a farlo è riuscita probabilmente a viversi il momento con una serenità maggiore. Se pensiamo all’importanza che sta acquisendo la branca della psicologia dello sport e del coaching mentale, ben si capisce quanto lo stato psicologico stia acquisendo un’attenzione centrale. Io ho partecipato a 5 giochi Olimpici e solo nell’ultimo, nel 2004, ci siamo avvalsi della competenza di uno psicologo, Giuseppe Vercelli. In quell’occasione io gareggiavo insieme ad altri 3 ragazzi di 10 o 20 anni più giovani di me… e devo dire che il suo aiuto è stato molto prezioso per trovare un’unità tra di noi non soltanto in gara, ma anche da un punto di vista umano.
Come genitore, ex atleta e Presidente della FICK (Federazione Italiana Canoa e Kayak), come vedi l’avvicinamento dei giovani allo sport? È cambiato qualcosa rispetto a prima?
Quel che su tutto è cambiato maggiormente nel mondo dello sport è la comunicazione, quindi i rapporti che, attraverso i social, si hanno con gli sponsor. Ad esempio, quando gareggiavo io, non mi sarei mai messo a fare un selfie o una storia poco prima della gara: è un modo diverso di comunicare, anche se forse inevitabile. Sul piano della fatica e della dedizione, credo invece che, per quanto i materiali e la metodologia si siano evoluti, la passione sia rimasta sempre la stessa: anche in Nazionale vedo ragazzi e ragazze con la stessa voglia che avevo io di essere il numero uno, impegnarmi e vincere.
Come hai vissuto nel tempo la notorietà? Quanto conta questa dimensione per chi oggi si approccia allo sport di alto livello?
Ci devi fare i conti. Oggi, con i social, forse è più semplice, ma una volta era necessario anche spostarsi fisicamente. Quando nelle Olimpiadi di Atlanta del 1996 andavo nelle varie trasmissioni televisive, sentivo l’importanza di comunicare il mio sport, ma soprattutto il desiderio di far crescere la mia federazione, anche attraverso gli sponsor. Non era sempre bello o facile, qualche volta era estremamente faticoso: magari mi stavo allenando a Milano e dovevo andare a Roma in giornata per una trasmissione. Ma era qualcosa che sentivo di dover fare. Poi, certamente, nel mondo dei media può a volte capitare che lo sport interessi meno della persona che lo pratica; così, per esempio, succede che i traguardi sportivi di un’atleta abbiano minore attenzione del suo matrimonio con un miliardario.

È molto nota la tua amicizia con Jury Chechi. Pensi che sarebbe stato lo stesso se foste stati atleti della stessa disciplina?
Sì, assolutamente, su questo non ho nessun dubbio. Il nostro rapporto va al di là dello sport e lo include allo stesso tempo: è un’amicizia nata per caso e in cui ci consideriamo fratelli. Se fossimo stati della stessa disciplina, ci saremmo forse scontrati di più perché siamo entrambi molto agonisti. Alla trasmissione “Pechino Express” abbiamo vinto come coppia perché la sfida era innanzitutto tra di noi, non con le altre coppie. Da chi beveva prima il tè, a chi ci metteva meno tempo a portare a termine tutte le prove: tra me e lui era una sfida continua e, alla fine, abbiamo fatto anche meglio di tutti gli altri. È stato molto divertente. Ci siamo conosciuti nel 1996 nella trasmissione di Miss Italia e ci siamo sempre frequentati. Nei periodi in cui ci si allenava è stato più difficile, ma ci vedevamo comunque dentro e fuori gli eventi sportivi. Anche nella vita privata abbiamo sempre cercato di mantenere lo stesso rapporto, andavamo in vacanza insieme a Pasqua e a sciare con le nostre famiglie. Per me Jury è sempre stato un punto di riferimento.</p
[1] Il Gruppo Sportivo Fiamme Gialle, all’interno della Guardia di Finanza, è attivo dal Novecento ed è affiliato al CONI, che forma e sostiene atleti di alto livello in diverse discipline olimpiche e paralimpiche

