Un Cyrano cibernetico e un Christian incompetente

©Magnific:Majid9muhammad

Di VITTORIO CARATOZZOLO (già insegnante)

 

Da alcuni mesi su libri, giornali e quotidiani, online e cartacei, sta crescendo d’intensità la riflessione sulla “natura” della cosiddetta Intelligenza Artificiale Generativa (I.A.G.). Alle ricerche di Pier Cesare Rivoltella e Chiara Panciroli[1]) e di Stefano Penge[2] si sono autorevolmente aggiunte, le ponderate e documentate considerazioni inerenti il concetto di “epistemia” di Walter Quattrociocchi: «Quella condizione in cui la plausibilità sostituisce la verifica, e l’illusione di sapere prende il posto della conoscenza»[3]. A tale definizione si potrebbe aggiungere anche “l’illusione del saper fare”, su cui si intende qui proporre una serie di considerazioni di carattere etico-pedagogico.

Se dall’intervento di Panciroli (“Conversare e collaborare con applicazioni di Intelligenza Artificiale Generativa”) nelmenzionato convegno si può ricevere un chiaro, dettagliato e persino rassicurante quadro di ciò che si può fare da un punto di vista didattico, le sue riflessioni tuttavia risvegliano il troppo rapidamente sopito dubbio sul “futuro radioso e progressivo” dell’uso dell’I.A.G.: «L’essere umano continua a essere autore, la sua intenzionalita? e? alla base dell’opera, ma non e? piu? il solo ad averne il controllo […]».

Il contributo di Penge (“Dietro le quinte dell’Intelligenza Artificiale Generativa”) si spinge al di là delle potenzialità utili, positive e creative, rivelandosi un acceleratore di inquietudine (per chi già ne   respira abitualmente l’aria ipossica), od anche di ottimismo (per chi è uso inalare smodatamente fiducia condizionata nel progresso dell’Umanità). Quanto segue procede certamente da un’inquietudine maturata recentemente, dopo numerosi anni di attività scolastiche miranti ad attivare, potenziare e valorizzare nei destinatari del lavoro didattico capacità linguistiche produttive, attive e creative, fonte per loro (almeno nelle intenzioni) di maggior sicurezza espressiva e soddisfazione personale.

Ogni vita umana (e animale e vegetale…) ha una storia diversa e unica, forgiata dalle esperienze vissute attimo dopo attimo, contesto dopo contesto, incontro dopo incontro. Se si propone a una classe di raccontare una propria esperienza, personale e/o vissuta in relazione con altre persone, la narrazione soggettiva sarà pregna di emozioni e riflessioni che potranno anche parzialmente coincidere con quelle di altri per il lessico utilizzato, ma saranno inevitabilmente segnate dallo stile individuale e dalla personale ricezione ed elaborazione dell’esperienza vissuta. Come si può affidare a un’altra persona l’incarico – sulla base di una grezza traccia o scaletta consegnatale – di esprimere con parole il punto di vista dell’affidante, le sue emozioni, sensazioni, opinioni, nella speranza (o nell’illusione) che coincidano esattamente?

Leggendo le celebri scene di ghostwriting (ghost acting?) immortalate da Rostand nella sua più nota opera, ci si può domandare come Christian possa accettare di lasciar parlar d’amore Cyrano in sua vece, ingannando di fatto la concupita Roxane. Ovvio, a Christian interessa il risultato (conquistare la sua amata), non l’apprendimento delle abilità poetiche.

In passato chi sapeva leggere e scrivere, come Cyrano, si prestava – gratis o a pagamento – a scrivere lettere per gli analfabeti, persone adulte cresciute nella miseria, senza mezzi per poter imparare a farlo da sole. Era una necessità, rivolgersi a uno scrivano.

Oggidì si può rivolgere a un Cyrano cibernetico, appunto, ogni Christian afflitto da incompetenza comunicativa. La fretta, il bisogno di avere subito ciò che si vuole, la pigrizia, la presunta furbizia, l’arrendevolezza, la bassa autostima, l’incapacità di impegnarsi, fanno apparire necessario rivolgersi a uno scrivano artificiale. Paradosso: un tempo l’istruzione era accessibile a pochi e per redigere un testo ci si rivolgeva agli scrivani. Adesso c’è chi rinuncia volontariamente a istruirsi (o inconsapevolmente spinto a rinunciarvi da forze esterne): si rinuncia (ciò-è) ad apprendere con impegno e fatica le operazioni mentali necessarie per scrivere un testo; oppure si smette di progredire nell’apprendimento e addirittura si regredisce, fino a un punto di non-ritorno.

Quando regolarmente una mamma o un papà scrivono in parte o del tutto un testo al posto del figlio o della figlia, per “aiutarlo” e invitarlo a presentarlo come suo, come può il bambino crescere sano e responsabile, onesto e competente sul piano affettivo, creativo e comunicativo? Il passo successivo verso l’uso facile e rapido dell’I.A.G. potrebbe essere breve. Che rischi si corrono ad abituare bambini, ragazzi, studenti, fin da piccoli, a ricorrere all’Intelligenza Artificiale per scrivere testi personali, senza passare attraverso un congruo periodo di apprendistato “tradizionale”? Se lo è chiesto e l’ha chiesto all’uditorio Stefano Penge nel suo intervento a Pontedera: «Possono servire [le Intelligenze Artificiali Generative] ad acquisire abilita? e competenze che si fissano anche in loro assenza? Vanno usate come strumenti di rinforzo?».

Un’ I.A.G. non sa scrivere un proprio diario personale e, se lo facesse, sarebbe un falso, perché fondato su un minestrone di esperienze altrui – solo quelle digitalizzate – prelevate e assemblate in modo più o meno casuale, ancorché leggibile e ragionevole a leggersi. Se non sa scrivere un diario personale per sé, perché dovrebbe essere capace di scriverlo al posto di / per un committente? Un diario scritto dall’ I.A.G. non sarà mai il suo, se gliene commissionerà uno, nemmeno sulla base di dettagli della propria vita quotidiana.

Si può “fare gol” al posto del proprio figlio o studente, illudendolo (non è facile) che egli ne sia il meritevole autore? Cosa si penserebbe di un calciatore che si attribuisse il merito di un gol segnato da un compagno di squadra? Segnato con la mano, “passi” (Maradona 1986, eh)… ma da un altro? Infamia, vergogna e ludibrio, certamente.

Come si può fingere o credere di essere orgogliosi attribuendosi uno scritto redatto dall’I.A.G.? È così soddisfacente sentirsi furbi per aver gabbato chi ci ha creduto, il destinatario del testo? Il fine (la propria meschina soddisfazione) giustifica i mezzi (la menzogna)? Come gioire dei complimenti o della valutazione positiva per un disegno, una canzone, una poesia, un racconto, una relazione, un tema redatto da un Cyrano artificiale, illudendosi di esserne gli autori, solo per averne proposto la scaletta, il soggetto, all’ I.A.G.? (Immaginarsi la reazione di uno studente, dopo due-tre ore di lavoro, il cui insegnante si vantasse di essere autore del tema assegnato, solo per aver proposto titolo e scaletta…).

Se tutto questo è condivisibile, il ragionamento potrebbe andar oltre. Come per le sigarette, come per le bevande gassate, come per le fake news, il gossip tossico, le medicine pericolose, le armi… a chi li produce interessa solo il profitto, cioè il ritorno decuplicato, centuplicato, di quanto investito, che necessita quanto più consenso e “consumo” possibile da parte dei destinatari, dei consumatori, degli utenti. «Le grandi aziende di Silicon Valley impongono la loro narrazione raccogliendo sempre più soldi con i quali aumentano potere e controllo sul resto del mondo», ha scritto Riccardo Luna sul Corriere della Sera. Lo stesso Stefano Penge, nel suo “Manifesto”, al primo punto scrive: «Gli aspetti economici/sociali connessi con l’uso delle I. A. G. vanno presi in esame prima di quelli (pur interessanti) cognitivi, etici, psicologici, antropologici. Non solo in nome di una priorità delle strutture sulle sovrastrutture, ma perché non sono fenomeni naturali, ma prodotti»[4].

Se il testo “prodotto” grazie all’ I. A. G. diventasse commercialmente utilizzabile, come potrebbe il “committente” onestamente spacciarsi per “autore”? Sarebbe come se un distributore di vino lo vendesse fingendo di averlo prodotto personalmente. Accade già? E allora: non si chiamerebbe, forse, truffa, millantato credito, sostituzione di persona? Che tipo di truffatore è chi si assume il merito di uno scritto commissionato all’ I. A. G.? Anni fa esistevano i ghostwriter di tesi di laurea: chi sa quanti laureati millantano ancora di aver scritto personalmente le proprie tesi. Adesso lo si può chiedere all’ I. A. G. … Ma sempre di inganno, si tratterà, innanzi tutto verso sé stessi, ancorché legalizzato (come le sigarette, le bevande gassate, le fake news, ecc….) in forza del profitto reclamato e riscosso da chi ha messo in piedi la narrazione dell’easy writing / easy problem solving, avendo cura di arruolare (al miglior prezzo) quanti più mediatori e piazzisti possibili per diffondere il prodotto e la convinzione che sia imprescindibile utilizzarlo, sempre. Scrive Penge: «Il discorso sull’I. A. G. [viene] fatto da chi e? interessato a vederla usata dal più? grande numero possibile di imprese»; in altre parole: «Le motivazioni per gli investimenti ingenti che questa tecnica richiede vanno trovate non tanto in una generica ricerca del progresso umano, quanto in una serie di vantaggi economici per gli attori principali, o meglio per gli investitori che ci sono dietro».

L’evoluzione della tecnologia che ha prodotto generazioni di elettrodomestici è servita e ancora serve a liberare le persone da incombenze domestiche, per potersi dedicare ad attività come fare le spese, gestire il proprio tempo libero, ecc. (ossia dedicare più tempo ad altri prodotti del mercato). I computer e l’ I.A.G. hanno liberato le persone dalle difficoltà del calcolo e della scrittura, tra le altre cose, ma se manca la corrente…

In conclusione, «il risparmio di tempo, la possibilità di fare a meno (dell’acquisizione) delle competenze promessi dall’I. A. G. sono un vantaggio, ma non necessariamente per l’utente finale. Sicuramente lo è per il padrone della tecnologia, il datore di lavoro, il consulente, il rivenditore di servizi», scrive Penge nel suo “Manifesto”. Nell’elenco non è menzionato l’individuo in età evolutiva, lo studente. L’omissione è necessaria e condivisibile. Imparare a ricavare vantaggi dall’uso dell’I. A. G. non comporta l’apprendimento delle abilità di scrittura. Sono due apprendimenti diversi. Il primo non comporta il secondo, né viceversa. Il combattivo Quattrociocchi spiega con dovizia di argomenti come i Large Language Model (Chatgpt, Gemini, ecc.) riescano a produrre «testi coerenti»: ciò accade «non perché capiscono, ma perché ottimizzano correlazioni statistiche. Cercano solo la plausibilità linguistica».

Breve riflessione personale. Questo testo è scritto con un computer, ovviamente, macchina molto comoda. Mai avrei voluto che lo scrivesse per me l’I.A.G., con pensieri prelevati dalla sua memoria digitale, per poi attribuirmene la paternità (o maternità). Ho voluto esprimere e condividere le mie opinioni (grazie web), in base al mio sentire formatosi su letture, conversazioni, correlazioni tra esperienze presenti e passate, un percorso esistenziale che non è digitalizzato, ma che è solo mio (virgolettati a parte), come la concatenazione di parole e frasi qui impressa, anche se non una sola parola è di mia invenzione e vari concetti sono simili a quelli espressi da altri. Nulla di tutto questo, peraltro, è a disposizione della vampiresca I.A.G., salvo ciò che volontariamente ho affidato al Web. Per quanto heideggerianamente parlato da tutti i miei coinquilini terrestri passati e dal linguaggio stesso[5], questo articolo l’ho scritto io, non il computer né l’I.A.G. Ci ho messo un’ora in più, forse due-tre (documentazione a parte), certamente molto meno di una “scimmia di Borel”, ma è mio e mi fa piacere averlo scritto, riletto, corretto e integrato. E se non è perfetto, sono certo che non lo sarebbe stato nemmeno se l’avesse scritto per me il Cyber-Cyrano.

Comprendo infine che siano legittimi altri modi, diversi dalla scrittura, per procurarsi piacere, e che non sia obbligatorio condividere questa attitudine creativa. Scrivere esercita la mente nella espressione e nella comunicazione, nella comprensione e nell’interpretazione del linguaggio (per quanto il senso delle parole altrui possa essere sfuggente e aleatorio); forse questo non si potrebbe dire di molte altre attività edonistiche, per quanto piacevoli e/o preferibili alla scrittura. Inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio, ornatio...: perché rinunciare a servirsi dell’Intelligenza Personale e a divertirsi con il gioco della comunicazione, che è un’ars intrinseca e caratteristica dell’essere umano? Infine, un quesito ancora più urgente: quale sarà l’impatto sulla formazione culturale, sull’addestramento di abilità manuali e pratiche, sullo sviluppo neurolinguistico e neuromuscolare di individui che delegheranno alla Macchina la “realizzazione” di pensieri (!), argomentazioni, testi, disegni, quadri, illustrazioni, sculture, manufatti vari, sulla base di un repertorio digitale?Ecco, alla fine, riecheggiare il dubbio espresso da Penge nel suo intervento a Pontedera: «Possono servire [le I.A.G.] ad acquisire abilita? e competenze che si fissano anche in loro assenza? Vanno usati come strumenti di rinforzo?». Coltivare perplessità nel proprio orto mentale appare sempre più necessario, quando ci si addentra nella giungla comunicativa contemporanea.

[1] Chiara Panciroli, Pier Cesare Rivoltella, Pedagogia algoritmica. Per una riflessione educativa sull’Intelligenza Artificiale, Scholè 2023.

[2] Chiara Panciroli e Stefano Penge hanno tral’altro partecipato al convegno «Intelligenza, artifici e giovani menti in apprendimento, oggi», Pontedera, CIDI Valdera-Valdicecina, 28 febbraio 2025. https://www.insegnareonline.com/rivista/iniziative/intelligenze-artifici-giovani-menti-apprendimento

[3] W. Quattrociocchi, https://nostrascuola.blog

[4] https://www.stefanopenge.it/wp/manifesto-per-una-critica-dellia/

[5] «Strumenti tradizionali, quali la ragione, la scienza, la tecnica, allontanano dall’essere, che può venire in qualche modo “rintracciato” solo nelle etimologie. Non è l’uomo che parla nel linguaggio, ma è il linguaggio che parla nell’uomo, il linguaggio “dispone” l’uomo, noi non parliamo ma “siamo parlati” dal linguaggio». Grazie I.A. per il rapido ritrovamento della citazione: https://prolegomeni.wordpress.com/category/heidegger-e-lett-tedesca/linguaggio-heideggeriano/

 

 

 


Sede Legale:
Via Ghisolfa, 32 – 20217 Rho (MI)
pec: cooperativa@pec.stripes.it
P.IVA e C.F. 09635360150




Tel. (02).931.66.67 – Fax (02).935.070.57
e-mail: stripes@pedagogia.it
C.C.I.A.A. Milano REA 1310082




RUNTS N° rep.2360

Albo Società Cooperative N° A161242
Capitale Sociale i.v. € 365.108,00



Redazione Pedagogika.it e Sede Operativa
Via San Domenico Savio, 6 – 20017 Rho (MI)
Reg. Tribunale: n. 187 del 29/03/97 | ISSN: 1593-2259
Web: www.pedagogia.it


Privacy Preference Center