Gorillaz – The Mountain (27/02/2026)

The Mountain, nono lavoro in studio dei Gorillaz, trova la sua naturale origine in India. In questo paese infatti sia Damon Albarn che Jamie Hewlett hanno dovuto confrontarsi con la perdita di persone a loro care. Il primo si dirige a Varanasi dove immerge il corpo del padre nel fiume Gange per poi eseguire la cremazione tramite la sacra tradizione delle pire funerarie. Il secondo, nel 2022, resta per mesi a Jaipur al capezzale della suocera morente. “Quello che capisci”, spiega lo stesso Hewlett, “è che non c’è posto migliore dell’India per fare i conti con la morte. In Occidente, la morte è definitiva. In India, invece, la tristezza nasce dal sapere che non vedrai più quel familiare in questa forma, ma celebriamo l’idea che ricomincerà”. Per rafforzare questa idea, alla base del disco, sono stati usati frammenti di sessioni di artisti deceduti per mettere in scena un dialogo che li riporti in vita attraverso la musica: partendo dal batterista Tony Allen a Mark E. Smith dei Fall,  passando per Dave Kolicoeur dei De La Soul e Proof dei D12 (il collettivo di Eminem), terminando con l’attore-regista Dennis Hopper e il cantautore-chitarrista Bobby Womack. Tra i featuring dei vari brani compaiono fortunatamente anche artisti vivi, quelli indiani come Amaan Ali Bangash e Ayaan Ali Bangash al sarod, Anoushka Shankar (figlia del mitico Ravi) al sitar, Ajay Prasanna al bansuri, le voci di Asha Puthli e di Asha Bhosle (leggendaria icona di Bollywood) e quelli non indiani come Johnny Marr degli Smiths e Paul Simonon dei Clash, il cantante siriano Omar Souleyman, gli Sparks, Joe Talbot degli Idles, il rapper americano Black Thought e gli argentini Trueno e Bizarrap. La title-track apre la lista materializzando attorno all’ascoltatore un luogo mistico grazie a delicati ed eterei fraseggi strumentali. The Moon Cave conserva inizialmente le stesse tinte del brano precedente ma assume ben presto il tono tipico dei Gorillaz: un ritmo ben cadenzato, la voce melodica ma digitalmente ovattata di Albarn e graffianti linee rap. Con un groove elettronico anni ‘70-‘80, The Happy Dictator racconta ironicamente la realtà di un’autocrazia dispotica. In un’atmosfera fumosa The Hardest Thing mette a fuoco il concetto cardine di questo album: “You know the hardest thing is to say goodbye to someone you love”. Questo mantra fa da collegamento alla successiva Orange County in cui un fischiettio spensierato alleggerisce l’ambiente. The God of Lying troneggia su un oscuro abisso, mentre The Empty Dream Machine riecheggia in un infinito spazio onirico. Spaccata in tre sezioni, The Manifesto inizia con un’orchestra che accompagna una dinamica trap latineggiante, continua con un hip-hop dallo sfondo jazz e termina lentamente mixando le prime due parti. Il synth trasmette a The Plastic Guru vibrazioni rassicuranti e a Delirium una scossa dance incontrollata. In Damascus si fondono insieme Bollywood e rap, India e USA. The Shadowy Light sospira una preghiera confortante declamata sia in hindi che in inglese. Casablanca è una ballad che scorre placidamente, The Sweet Prince una ninna nanna che rilassa. Il giro si chiude con The Sad God che riprende e sviluppa il motivo della traccia opener definendo una sorta di circolo. In questa raccolta anche la morte si manifesta in una dimensione ciclica, in cui la fine e l’inizio si fondono insieme senza interruzioni: il suo compito però non è deprimere o spaventare le persone, ma dare loro conforto e rifugio. Ogni elemento di The Mountain quindi ci alleggerisce pian piano e ci conduce, passo dopo passo, sempre più in alto nella scalata di quella montagna che è la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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