L’anima del CAI anche in futuro. Intervista ad ANTONIO MONTANI

A cura di PAOLA NAVOTTI
Fondato nel 1863 a Torino dall’allora ministro delle finanze Quintino Sella, il Club Alpino Italiano è una delle più longeve associazioni italiane per la promozione della montagna e delle attività ad essa legate, ma anche una rete culturale e territoriale che oggi conta oltre 367 mila soci, 524 sezioni e 308 sottosezioni distribuite in tutta Italia. Con la precisa missione di promuovere l’alpinismo, la conoscenza delle montagne italiane e la tutela del loro ambiente naturale, il lavoro del CAI è su più fronti: contribuire alla gestione di rifugi e bivacchi alpini lungo tutto il territorio nazionale; tracciamento e manutenzione della rete sentieristica; formazione di migliaia di volontari, accompagnatori e istruttori; sensibilizzazione ai temi ambientali. Accanto alle attività di escursionismo e alpinismo, sono infatti promosse iniziative dedicate alla sostenibilità ambientale e al coinvolgimento delle nuove generazioni. Così si è formata una rete di escursionisti, alpinisti, volontari, giovani appassionati e famiglie che condividono non solo la passione per la montagna, ma anche valori legati alla tutela dell’ambiente e alla socialità.
Con soci distribuiti in centinaia di sezioni territoriali, la community del CAI si trova oggi davanti a una grande sfida: come potrà far proprie quelle forme di partecipazione digitale che contraddistinguono l’epoca in cui viviamo? A guidare questa fase di evoluzione è Antonio Montani: architetto classe 1972, socio CAI fin dall’infanzia e originario della sezione di Pallanza, nel Verbano. Prima di essere eletto presidente nazionale nel 2022 e riconfermato nel 2025, Montani è stato presidente di sezione, coordinatore dell’area Est Monte Rosa, consigliere centrale e vicepresidente generale.

Presidente, oggi molte community nascono online e si consumano velocemente; il CAI invece continua a creare legami reali e duraturi tra le persone: secondo lei perché?
Nelle nostre “sezioni” locali abbiamo community e gruppi whatsapp che comprendono molte persone. Iscriversi è possibile a tutti, ma ad oggi ancora recandosi fisicamente nelle diverse sedi. Stiamo verificando una modalità di iscrizione digitale; tuttavia, proprio perché la nostra attività richiede informazioni specialistiche precise, il contatto personale è indispensabile: basti pensare a quante erronee indicazioni alpinistiche sono reperibili sui social fornite da persone senza l’adeguata competenza. Non a caso, il CAI ha 19 commissioni tecniche, che vanno dall’escursionismo all’alpinismo.
E non a caso, io credo, il CAI conta ogni anno 10 mila soci in più. Un incremento, a mio avviso, che si spiega sia con l’affidabilità di un’esperienza ultrasecolare; sia con la capacità di intercettare quella “voglia di montagna” in crescita tra i giovani (soprattutto dopo il Covid); sia con il desiderio di evitare che le persone vadano in montagna senza un’adeguata preparazione. Questa presa di consapevolezza sarebbe senz’altro agevolata da una nostra maggior presenza sui social, dove invece tutti – a prescindere dalle competenze – si sentono autorizzati a dire qualsiasi cosa venga in mente. Ecco, proprio per contribuire ad un’informazione sempre più adeguata in merito a tutto ciò che riguarda la montagna, il nostro obiettivo è di arrivare a un milione di follower. Non è un passo da poco, ma io credo che il CAI abbia l’autorevolezza per farlo.

Il CAI mette insieme generazioni molto diverse: dai ragazzi, agli storici soci di sezione. Quale generazione è più numerosa?
Abbiamo una distribuzione uguale a quella del Paese. Lo zoccolo duro dei nostri tesserati è certamente quello dei seniores, ma il gruppo dei giovani (dai 18 ai 35 anni) sta crescendo: da 23 membri nel 2022, a 156 nel 2026. Complessivamente, ogni anno, su circa 367 mila soci soci ne perdiamo il 10%, ma ne acquistiamo il 13% . Ci sono montanari esperti; persone che si iscrivono per un solo corso; gruppi di amici; intere famiglie; ci sono perfino degli ultracentenari, ben 23 nel 2025. C’è chi ha 90 bollini (pari cioè a 90 anni di iscrizione) e da parte di costoro ricevo spesso lettere commoventi, scritte a mano, che conservo.
Anche da un punto di vista di parità di genere, il CAI è lo specchio di un Paese che deve fare ancora molti passi: le donne sono circa il 43% del nostro intero corpo sociale; le presidentesse sono state solo il 5%; le istruttrici meno del 3%. Sono evidentemente numeri su cui lavorare. Nel 2024, coinvolgendo 15 socie che hanno avuto ruoli istituzionali all’interno del CAI, ho nominato una commissione permanente per le pari opportunità che, insieme ad una società specializzata, stanno lavorando per farci ottenere la certificazione ministeriale della parità di genere. Sono fermamente convinto che il CAI abbia un compito educativo anche su questo aspetto, non solo su uno “sguardo paritario” verso le stelle alpine…

Oggi la presenza digitale del CAI si articola su più canali social e progetti, con una community online che supera le 203 mila persone su Facebook e 120 mila su Instagram. Con profili nazionali, territoriali e tematici, la community digitale del CAI potrà mai sostituire, secondo lei, la tradizionale dimensione fatta di sezioni e presenza sul territorio?
Spero di no, anche se sono convinto che dovremo diventare più capaci di leggere la società, cioè di adeguarci a tutte le trasformazioni anche digitali che si stanno verificando, continuando a proporre i nostri valori. Io credo che il principale compito educativo del CAI sia dare segnali: anche quello di stare al passo da un punto di vista tecnologico.
Nella sua presidenza lei sta dedicando molte energie a rilanciare il Sentiero Italia CAI: un percorso trekking di circa 8000 km che (dalle Alpi agli Appennini, fino a Sicilia e Sardegna) attraversa aree naturali, borghi e territori montani anche poco conosciuti. Perché questo progetto è così importante?
A partire, nel 1981, dall’idea di un gruppo di giornalisti e camminatori esperti, “Sentiero Italia” trovò concretezza nel 1995 grazie a Teresio Valsesia, giornalista e all’epoca vicepresidente generale del CAI. L’iniziativa in origine si chiamava “Cammina Italia”: un titolo evidentemente composto dal forte messaggio esortativo a camminare, ad esplorare. Dimenticato per qualche anno, il percorso è stato rilanciato nel 2018, quando la CNN lo citò come il sentiero più lungo del mondo. Io non so se sia il più lungo del mondo, ma è certamente il più bello: ogni 10 km cambia lo scenario, non solo da un punto di vista naturalistico, ma anche culturale, sociale, culinario, linguistico, artistico. Solo in Italia si trova questa sorprendente varietà. Non solo: differentemente da altri percorsi europei, in cui si cammina a bordo strada (basti pensare alla via Francigena), il nostro percorso è tutto sui sentieri. Questa peculiarità rappresenta anche un’occasione sociale ed economica: sia perché permette a piccole comunità montane di beneficiare dei relativi investimenti sul territorio, sia perché rappresenta per i giovani un incentivo a vivere in montagna, custodendone il patrimonio in un’ottica di valorizzazione.
Gli schermi, purtroppo, stanno sostituendo i panorami… Questa abitudine alla pigrizia sta incidendo nell’adesione alle proposte del CAI?
Riscontriamo tanta voglia di esperienza naturalistica, di stare all’aria aperta, tanto che molte nostre iniziative sono prese d’assalto. Basti pensare ai corsi di sci d’alpinismo: il CAI forma 10 mila persone ogni anno, eppure arrivano il doppio delle richieste. Quindi no, la tendenza ad impigrirsi noi non la vediamo.

In una recente intervista sulla nostra rivista[1], la celebre alpinista Nives Meroi ha dichiarato: «Nessuna impresa viene realizzata da una persona sola: l’alleanza è la formula più forte per arrivare su qualsiasi cima, ad alta o a bassa quota». In un’epoca in cui, in effetti, si tende a stare da soli, a pensare per sé, come vede il futuro del CAI?
Sacrificando tutto per andare a scalare, dedicando ogni momento libero a questo, l’alpinista è una persona che potremmo definire “egoista” e che ha la necessità (visto che non si può scalare da soli) di condividere il proprio “egoismo” con quello di altri… Anche per questo si può aderire ad una associazione come la nostra. Io credo che un alpinista sia contemporaneamente in cordata e da solo, nel senso che è attaccato con le proprie mani alla roccia ed è legato al compagno, ma non può sostituirsi al compagno e portarlo su. Si tratta di un legame sottile che, anche psicologicamente, è tutto, cioè fa la differenza tanto più nei momenti delicati: se il mio compagno di cordata è forte, mi dà sicurezza lui; altrimenti tocca a me dargli forza. Ecco, voglio dire che compartecipazione (intesa come divisione di responsabilità) e condivisione (intesa come unione di energie e risorse) sono parole chiave nell’alpinismo, come anche nell’escursionismo. E proprio legato alle esperienze di compartecipazione e condivisione, io vedo il futuro del CAI.
Penso per esempio ai nostri corsi di formazione per docenti nati nel 2006 (e certificati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito): integrando lezioni teoriche con attività outdoor, approfondiscono i temi dell’educazione ambientale e, successivamente, con appositi form, misurano anche il ritorno di tale formazione, cercando di capire cosa gli insegnanti hanno restituito agli allievi.
Penso al progetto “Oltre la vetta”, realizzato nel 2025 dal CAI per affrontare il tema dei lutti in montagna. A partire dalla storia della giornalista ambientale Sofia Farina dopo la perdita del suo compagno e con il supporto dell’associazione “Psicologi per i Popoli”, si tratta di una rete di supporto psicologico che, messo in campo subito dopo un trauma, può evitare ripercussioni insormontabili (quanti soccorritori, per esempio, hanno smesso l’attività perché si sono tenuti dentro uno shock). Avere delle persone che sanno di cosa si sta parlando, è tutto: per affrontare il dolore; per darsi forza a vicenda (anche frequentandosi personalmente); anche per lavorare su un linguaggio che non aiuta (basti pensare all’espressione non sempre adeguata di “montagna assassina”). Da “Oltre la vetta” è nato anche un podcast che unisce le storie di alpinisti, psicologi, guide, soccorritori e familiari.
Penso infine alla “montagnaterapia”, un progetto CAI dedicato alle persone più fragili e che sta crescendo in tutte le sezioni. Qualche anno fa ho partecipato a una di queste escursioni e, spingendo una joelette [carrozzina da fuoristrada], ho visto nelle espressioni di chi accompagnavo una tale gioia che è diventata anche la mia.
Ecco, anche alla luce di tutte queste iniziative penso al futuro del CAI facendo tesoro di quanto Teresio Valsesia mi ha insegnato: conosci la montagna per amarla, amala per tutelarla. Intendo dire che credo sia importante che l’ambientalismo ante litteram con cui il CAI è nato rimanga tale. Non siamo in effetti mai stati degli “urlatori”, non è nostra consuetudine partecipare a manifestazioni di protesta. Il nostro modo di agire consiste nel fare in modo in modo che le persone entrino in sintonia con la montagna – la amino appunto – così che tutelarla diventi un impegno, una irrinunciabile responsabilità, quasi un automatismo. Non solo per chi vive in città, ma anche per gli abitanti delle valli.
[1] https://www.pedagogia.it/blog/2026/05/01/in-cordata-sulle-montagne-e-nella-vita-intervista-a-nives-meroi/

