L’eleganza del senso critico. Intervista a GIORGINA SIVIERO ed ELENA CECCHI

A cura di PAOLA NAVOTTI
Giorgina Siviero è fondatrice della boutique torinese “San Carlo dal 1973”, della quale è indiscussa anima creativa e direttiva. Classe 1943, la signora Giorgina non dimostra affatto la sua veneranda età: non solo per lo sguardo vivacissimo e la sveltezza nel piegarsi e ripiegarsi mentre modella ogni angolo del suo negozio; ma anche per quella personalità controcorrente tipica delle persone giovani.
Anticonformista; antimondana; refrattaria alle frasi fatte e ai cliché tanto più senza ragioni; amante delle citazioni letterarie; asciutta nei modi ma nello stesso tempo cordialissima; ironica e schietta; affezionata alle tradizioni e insieme moderna: così Giorgina Siviero conquista i cuori. Sia quelli delle clienti che continuamente la cercano in negozio per una personale consulenza di immagine, sia i cuori dei quasi 700 mila followers che la seguono sui social. La sua community deve ringraziare la figlia Elena Cecchi, che nel 2022 (in occasione dell’uscita del libro di Giorgina Siviero, Una passione smodata, edito da Allemandi) ha avuto l’intuizione di promuovere il nuovo livestore della madre facendole raccontare la filosofia che ci sta dietro. Una filosofia che si spinge oltre il contenuto degli armadi e che si potrebbe sintetizzare così: guai ostentare, guai uniformarsi a chi ha una taglia opposta alla nostra, guai riempirsi gli armadi, guai al consumismo; ben vengano invece le linee morbide che valorizzano senza esibire, ben venga l’essenzialità, ben venga la praticità, ben venga un’eleganza intelligente che sappia stare alle circostanze invece che illudersi che la bellezza sia solo quella di Barbie. Ben venga – in estrema sintesi – un senso critico che ci convinca a scegliere “vestiti intonati” alle nostre proporzioni fisiche e che mai rubino la scena alla nostra interiorità. Ecco, Elena Cecchi ha capito quanto narrare tutto ciò sia prezioso nella vita, prima che nella moda, e ne ha fatto una proposta di aggregazione digitale. Una community appunto.
Così, mentre Giorgina si destreggia tra clienti famose e signore di tutte le età provenienti da ogni regione d’Italia (talvolta anche dall’estero), Elena continuamente la intervista senza apparire quasi mai nei video e, forse anche per questo, sembrando una di noi.

Elena, lei è ormai una seguitissima content creator: cosa la appassiona di questo lavoro? E quando ha deciso di farlo “in casa”?
Io credo che siamo tutti costantemente creatori di contenuti e per me lavorare “in casa” significa mettere ordine nel flusso inesauribile di pensieri della mia testa, che è il mio vero ufficio. Ciò che trovo davvero affascinante è proprio che il mio lavoro consista nel far scoprire agli altri l’essenza di ciò che amo.
Signora Giorgina, nel suo libro racconta che, dopo un apprendistato nello studio dell’architetto Piero Verbinstack, lei entra nella moda quasi per caso. Era il 1964. Viaggiando in tutto il mondo, così come osservando e dialogando con creativi e commercianti, ha anticipato quegli elementi che negli anni Novanta lanciarono i concept store: selezione accuratissima dei brand e forte identità della boutique, con consulenze personalizzate che vanno oltre la semplice vendita. Cosa ancora la spinge in tutto questo lavoro?
Dagli anni ‘60 a ora sono passata attraverso tante piccole e grandi rivoluzioni della moda, che altro non sono state se non lo specchio di altrettante rivoluzioni sociali. Ciò che mi appassiona ancora oggi è vedere gli sviluppi di tutti questi cambiamenti, che rappresentano la storia dell’essere umano.
All’aprile 2015 risale il primo post Instagram del “San Carlo”, con 11 like e 1 commento. Nel 2026, un post di fine gennaio registra 5913 like, 516 commenti, 51 repost e 160 condivisioni. Questi ultimi numeri sono in linea con quelli delle pagine delle maison “imperiali” di Valentino, Armani, perfino di Chanel. Elena, secondo lei cosa suggerisce il vostro successo?
Grazie, perché con i suoi numeri ci ha portato indietro nel tempo ed è come vedere le fotografie del primo giorno di scuola di un figlio ormai adolescente. Quello di cui rimango convinta è che i social sono un mezzo comunicativo, una scatola che va riempita di contenuto e che il gradimento del pubblico alla fine non è nient’altro che l’interesse per quel contenuto.

Signora Giorgina, lei incoraggia le donne a cavalcare i tempi… cioè a non uniformarsi a un esibizionismo modaiolo (ingordo di paillettes, trasparenze e scollature), ma a scegliere abiti che non rubino la scena alla persona che li indossa. Per vestirsi nel “suo” modo, però, bisogna sentirsi amate e apprezzate innanzitutto per come si è dentro: il che non è così scontato. Cosa significa, secondo lei, educare a volersi bene (da cui, poi, anche a vestirsi bene)?
Forse io incoraggio le donne a scendere da cavallo più che altro, per poter autonomamente scegliere il mezzo di locomozione e la velocità di spostamento che meglio si addicono loro. Prescindere da chi si è, da ciò che si ha dentro, è il modo migliore per precludersi la possibilità di incontrare la persona migliore della nostra vita: noi stessi.
Elena, quando avete capito che non avevate più “follower” ma una community?
Ci siamo sempre mossi come se avessimo a che fare con una grande famiglia perché, se si vuole davvero fare entrare qualcuno in casa propria, bisogna trattarlo non come un ospite momentaneo, ma come un vero e proprio membro della famiglia.
Signora Giorgina, che tipo di messaggi la colpiscono di più e perché? Le è mai capitato che una persona le raccontasse qualcosa di molto personale nei Direct Message?
Accade molto spesso che mi vengano raccontati gioie e dolori di vite vissute, che mi si chiedano consigli anche su questioni delicate. Tutto questo mi inorgoglisce profondamente e mi dà un grande senso di responsabilità. Non perché penso di poter trovare una soluzione, ma perché mi viene data la possibilità di far sentire una persona a casa e compresa per un attimo. Di questo ringrazio molto i social, di un valore umano che io e i miei collaboratori vorremmo il più reale possibile.
Signora Giorgina, pensando all’etimologia latina della parola educazione (e-ducere: tirare fuori, far venire alla luce qualcosa che è nascosto e, da qui, allevare, far crescere), che cosa secondo lei dovrebbe essere maggiormente portato alla luce e curato nei tempi complessi e drammatici in cui stiamo vivendo?
In questi tempi in cui stanno tornando anche confini che credevamo ormai dimenticati, ciò che credo sia fondamentale è il rispetto, che si estrinseca in una sorta di delicatezza verso se stessi e verso l’altro e che ha alla base il pensiero prima della parola e il silenzio quando non si può pensare correttamente.
Abbiate pazienza, ma in redazione siamo un po’ fissate sulle etimologie… Pensando alla parola comunita? – cherimanda al cum-munus, cioe? al dono (munus) reciproco – vi chiedo: lavorare insieme che cosa vi ha insegnato l’una sull’altra che prima non sapevate?
Amore per l’etimologia a parte, che ben comprendiamo, perché a volte è come avere le istruzioni d’uso degli oggetti, possiamo dire che lavorare insieme ci ha fatto scoprire una cosa che non avremmo mai detto, cioè di poter lavorare insieme! Scherzi a parte è evidente che mettiamo nel nostro rapporto “professionale” molto di ciò che c’è in quello personale, ma farlo quotidianamente ci ha insegnato a non essere solo più l’una per l’altra madre e figlia, ma donna e donna, capaci di confrontarci l’una con l’altra per trovare la nostra unicità nella similitudine.

