Ai poeti i calendari non bastano (editoriale)

Di MARIA PIACENTE
Il tempo corre o scorre? Di sicuro nessuna invenzione umana è mai riuscita a fermarlo. Dai primi calendari costruiti osservando il Sole e la Luna, agli orologi atomici che scandiscono frazioni infinitesimali di secondo, abbiamo imparato a misurare il tempo con crescente precisione, senza però riuscire a comprenderlo nel suo profondo. La scienza ne calcola il passaggio; la letteratura, la filosofia e la poesia cercano di coglierne il significato.
Il tempo corre, dunque, o scorre? È una forza inesorabile che consuma ogni cosa? È memoria, nostalgia, attesa? Oppure è possibilità, promessa, apertura verso ciò che ancora non esiste?
Quando penso al tempo, nella mia memoria ritorna il “mio” mare, lo Ionio, con la sua sfumatura azzurro-viola che accarezza gli occhi socchiusi e cambia con la luce e con le ore del giorno. L’acqua sembra un cristallo percorso da pietruzze d’argento e appare ancora più mobile di quanto la spingano il libeccio o il grecale. Eppure, questa bellezza non riesce più a essere soltanto bellezza. Guardando il mare, penso inevitabilmente a quel “mare di persone” che non può contemplarlo, a chi fugge dalle guerre, dalle violenze e dalla miseria, a chi cerca semplicemente una vita dignitosa. Penso alle migliaia di migranti morti durante la traversata, ai neonati, alle madri che non hanno potuto salvarli, agli uomini e alle donne partiti da paesi lontani nella speranza di un futuro diverso.
Il naufragare di Leopardi, al quale torno con il pensiero mentre mi accingo a fare il primo bagno, non è dolce per tutti.
Le stesse acque cristalline e dorate nelle quali la memoria colloca il viaggio di Ulisse sono oggi attraversate da altre partenze, da altre ricerche, da altri naufragi. Anche Ulisse cercava una strada, una casa, forse il senso della propria vita. Da allora è passato così tanto tempo… che cosa è davvero cambiato? E che cosa, invece, continua a ripetersi?
Se riuscissimo a fermarci prima di procedere ostinatamente in avanti, forse comprenderemmo che passato, presente e futuro non sono territori separati. Sono dimensioni profondamente intrecciate, capaci di rivelarci qualcosa sul senso della vita e sul nostro modo di stare al mondo. Fermarsi, allora, non significa rifiutare il futuro o rifugiarsi nostalgicamente nel passato, ma guardare meglio: riconoscere ciò che ritorna, che abbiamo dimenticato, o rischiamo di ripetere. Solo allora il tempo potrebbe scorrere senza travolgerci e, quando necessario, potrebbe anche correre: per arrivare in tempo, per intervenire, per comprendere, per prendersi cura di noi. Dove sono invece finite le nostre intelligenze, i nostri pensatori? La domanda non riguarda soltanto chi governa, ma ciascuna e ciascuno di noi. Voltarsi dall’altra parte non fa male soltanto alle persone che abbandoniamo, ma ci impoverisce e consegna alle generazioni future un mondo più disumano.
Da 30 anni la nostra rivista e il suo Editore partono dalla convinzione che educare significa innanzitutto prestare attenzione alle relazioni tra persone. Umanizzare i rapporti nei luoghi in cui si impara a vivere e a stare al mondo, con il corpo e con l’anima. Riconoscere che ogni crescita ha bisogno del proprio tempo e che non tutti i processi possono essere accelerati, programmati o valutati con il criterio dell’efficienza. La nostra vita, talvolta oscura e disorientata, ha bisogno di cura, cioè ha bisogno di tempo: un tempo per cercare soluzioni anche quando sembrano non esistere; un tempo nel quale imparare a non essere indifferenti. Un tempo che ogni epoca ha avuto il proprio modo di vivere e di raccontare. La letteratura e la poesia, infatti, hanno costruito nei secoli una straordinaria galleria di immagini, consci che non basta sapere quanti giorni sono trascorsi o quanti ne restano: occorre comprendere che cosa quei giorni abbiano lasciato dentro di noi. Tanto è vero che non ricordiamo tutto: conserviamo delle immagini, dei dettagli che hanno inciso una traccia nella memoria, come un appunto scritto ai margini della nostra esistenza.
Per questo Emily Dickinson è riuscita a scrivere che «L’eternità è composta di tanti adesso»[1]. Queste parole non hanno bisogno, a mio avviso, di essere spiegate. Continuano a ricordarci che misurare il tempo non basta per abitarlo. Neanche la scienza di oggi, cioè, basta per vivere. Servono le relazioni, le scelte, le responsabilità e le tracce che lasciamo. Serve la bellezza. Per questo il tempo e il significato, in fondo, finiscono per coincidere. Per questo Pedagogika e Stripes Coop continuano a interrogarsi sullo scorrere del tempo pedagogico: il tempo necessario per crescere, educare, costruire legami e accompagnare ogni persona senza comprimerne l’unicità dentro ritmi prestabiliti. Ed è anche per questo che il tema scelto per l’edizione 2026 del festival CultureLink, “Persone”, ci riguarda così profondamente: perché il tempo acquista significato solo quando è vissuto nelle relazioni, nella responsabilità verso gli altri e nella cura concreta delle vite che incontriamo.
Così, correndo e insieme scorrendo, il nostro tempo ci sta interrogando.

