Marco Crepaldi racconta il “silenzio hikikomori”
La cronaca continua a registrare fatti di disagio adolescenziale, eppure il tema è solo saltuariamente al centro del dibattito pubblico e politico. Bullismo, cyberbullismo, isolamento, autolesionismo, sofferenza psicologica: tutto ciò, fra i più giovani, mostra una fragilità che non può essere derubricata a problema privato. In particolare, è sempre più all’ordine del giorno – e sempre più dovrebbe interpellarci – il fenomeno hikikomori, cioè il ritiro sociale volontario cronico giovanile.
Dietro una porta che si chiude non c’è appena un adolescente “svogliato”, “dipendente dal telefono” o “difficile da gestire”, ma un ragazzo che non crede più di avere un posto nel mondo. Un giovane che per paura di fallire (di essere giudicato, escluso, bullizzato o semplicemente di non reggere la pressione), sceglie l’unica via che gli sembra possibile: sparire.
Inquadrare tale fenomeno non è facile, sia per le famiglie, sia per le scuole, i servizi sociali e i vari addetti del mestiere. Soprattutto non è facile sapere cosa fare. Di tutto questo parlerà Marco Crepaldi, (psicologo, divulgatore scientifico e fondatore di Hikikomori Italia ETS) nel talk “Raccontare il silenzio” in programma a Culture Link domenica 11 ottobre 2026, dalle 15.00 alle 16.30 (Auditorium Cascina Triulza). Ad introdurre il talk Dafne Guida, psicopedagogista e direttrice di Stripes Coop.
La parola giapponese hikikomori significa letteralmente “stare in disparte” e indica quei ragazzi (quasi esclusivamente maschi) che progressivamente si ritirano dalla vita sociale, riducono o interrompono i rapporti con i coetanei, abbandonano sport, uscite, relazioni, facilmente anche la scuola. Fino a vivere addirittura per anni chiusi in casa, o nella propria stanza. Non si tratta semplicisticamente di pigrizia, né di una dipendenza da internet. Quest’ultima, spesso, arriva dopo e diventa rifugio, anestetico, finestra minima su un mondo percepito come troppo ostile. Quando un ragazzo smette di uscire, quando la scuola diventa un luogo di umiliazione, quando il confronto continuo con gli altri (amplificato dai social) si trasforma in senso di inadeguatezza, il ritiro può diventare una risposta estrema: non per vivere meno dolore, ma per evitare di esporsi ancora.
I dati confermano che non si tratta di episodi marginali. L’Istituto Superiore di Sanità, nello studio sulle dipendenze comportamentali nella Generazione Z[1], ha incluso il ritiro sociale tra i comportamenti da monitorare nella popolazione scolastica tra gli 11 e i 17 anni. Le stime più citate parlano di decine di migliaia di studenti a rischio; altre valutazioni più recenti indicano numeri ancora più alti, fino a circa 200 mila adolescenti in grave ritiro sociale[2].
Dentro queste cifre ci sono storie difficili da intercettare. Ragazzi intelligenti, sensibili, molto esigenti con se stessi, ma poveri di strumenti emotivi per affrontare il conflitto, la competizione, l’errore, il rifiuto. Giovani che non riescono a trasformare la frustrazione in richiesta d’aiuto e finiscono per trasformarla in scomparsa. Famiglie che oscillano tra colpa, rabbia e impotenza. Scuole che vedono l’assenza, ma non sempre riescono a leggerne il significato.
Il talk di Marco Crepaldi nasce proprio per dare parole a questi silenzi. Presidente e fondatore di Hikikomori Italia ETS, Crepaldi dal 2017 lavora ininterrottamente sul fenomeno del ritiro sociale giovanile: non solo scrivendo saggi[3], ma andando in giro per tutta Italia a parlare del tema. Le sue parole non promettono ricette facili, ma propongono innanzitutto una rete di aiuti. E l’invito a sentire la necessità di un racconto pubblico: cioè a non intendere il ritiro sociale come “patologia” individuale, ma come sintomo sociale, poiché interroga il modo in cui una società misura il valore dei propri ragazzi: rendimento, prestazione, successo, visibilità, capacità di stare sempre dentro la competizione. Chi non regge questo ritmo rischia di sentirsi “difettoso”; e chi si sente difettoso può arrivare a pensare che l’unico modo per non essere ferito sia sottrarsi a tutto.
Occhio dunque a confondere l’isolamento con assenza di desiderio. Un ragazzo che si chiude in camera sta uscendo dalla scena per lanciare un messaggio, paradossalmente per chiedere aiuto.
[1] https://www.iss.it/-/comunicato-stampa-n°23/2023-dal-cibo-ai-social-quasi-2-milioni-di-adolescenti-della-generazione-z-a-rischio-dipendenze-comportamentali
[2] https://www.rainews.it/articoli/2026/03/in-italia-200mila-hikikomori-impatto-maggiore-su-ragazze-tra-i-13-15-anni-la-ricerca-e913dc31-50f6-4d0d-8f2d-46fdf36d91c2.html
[3] M. Crepaldi: Hikikomori. I giovani che non escono di casa (Alpes, 2019); Un figlio hikikomori. Come affrontare il ritiro sociale degli adolescenti (FrancoAngeli, 2026).


