Se la giustizia arriva troppo tardi. Intervista a Massimo Carlotto

A cura di IGOR GUIDA
Quella di Massimo Carlotto è una vita in cui 17 anni di vicende giudiziarie si sono trasformati in letteratura. Oggi è uno dei principali esponenti del noir italiano, il genere narrativo che racconta il lato oscuro della società e dell’animo umano e in cui, a differenza del giallo, l’obiettivo non è risolvere un enigma, ma mostrare come le persone si muovano in un mondo segnato da violenza, ambiguità, dove il confine tra bene e male è totalmente sfumato. Diverse opere di Massimo Carlotto sono state adattate per il cinema e la televisione[1].
Partiamo dalla sua storia. Nel 1976 viene arrestato per l’omicidio di Margherita Magello, del quale si è sempre dichiarato innocente. Rimane in custodia cautelare fino al 1978, quando viene assolto in primo grado di giudizio, ma la Corte d’Appello ribalta la sentenza e lo condanna a 18 anni di reclusione. 1979: la Cassazione conferma la condanna, ma ridetermina la pena a 16 anni di reclusione. 1980: prima dell’esecuzione definitiva della pena, Carlotto si rende irreperibile e inizia un periodo di latitanza all’estero. 1983: viene arrestato in Messico e si apre la procedura di estradizione verso l’Italia. Nel 1985 viene riportato in Italia ed entra in carcere. Pochi mesi dopo, il 12 novembre 1987, Carlotto ottiene il differimento della pena per gravi motivi di salute: tale decisione arriva dopo una serie di perizie e udienze davanti al Tribunale di Sorveglianza. Intanto prosegue il percorso giudiziario volto a riaprire il caso e il 20 giugno 1988, concluso un lungo passaggio preparatorio davanti alla Corte d’Appello di Venezia, i difensori depositano presso la Corte di Cassazione l’istanza di revisione. La svolta arriva il 30 gennaio 1989: la Cassazione riconosce l’esistenza di tre nuove prove, concede la revisione del processo, annulla la condanna e trasmette gli atti alla Corte d’Appello di Venezia, chiamata a celebrare un nuovo giudizio. Il nuovo processo si apre il 20 ottobre 1989 davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Venezia, appena quattro giorni prima dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale. Durante il procedimento, nel 1990, si verifica un fatto senza precedenti nella giustizia italiana: la Fédération Internationale des Droits de l’Homme invia alcuni esperti come osservatori, tra cui il capo di gabinetto della polizia scientifica di Parigi, al dine di verificare la correttezza delle indagini. Il rapporto conclusivo è interamente favorevole all’imputato, ma la Corte non lo acquisisce agli atti per limiti di natura procedurale. Dopo 14 mesi di istruttoria dibattimentale, il 22 dicembre 1990 la Corte non arriva però a una sentenza. Sceglie invece di emettere un’ordinanza e di rimettere gli atti alla Corte Costituzionale. Nella stessa ordinanza riconosce come pienamente provata una delle tre nuove prove e afferma che, in esito alla propria valutazione, l’imputato dovrebbe essere assolto per insufficienza di prove. Il nodo che blocca la decisione è un altro: la Corte dichiara di non sapere quale codice di procedura penale applicare. Il chiarimento arriva il 5 luglio 1991. Con una sentenza interpretativa, poi pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, la Corte Costituzionale stabilisce che la Corte di Venezia avrebbe dovuto applicare il nuovo codice e che Massimo Carlotto avrebbe dovuto essere assolto con formula piena già il 22 dicembre 1990. Quando gli atti tornano dalla Corte Costituzionale, il 21 febbraio 1992 si apre un nuovo giudizio. A celebrarlo è una diversa Corte d’Assise d’Appello, perché nel frattempo il Presidente della Corte precedente è andato in pensione. La nuova Corte decide di non ripetere l’istruttoria dibattimentale e di utilizzare quella già svolta, recuperandola attraverso la lettura degli atti. Il 27 marzo 1992, tuttavia, la Corte giunge a una conclusione opposta rispetto alla precedente: conferma la condanna del 1979, ribaltando le valutazioni maturate nel primo giudizio di revisione. Nel 1993 il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli concede la grazia. Massimo Carlotto viene così liberato, ma senza annullamento della condanna.
Sia a livello mediatico che politico, questo caso ha sempre avuto risonanza. D’altra parte, 6 anni di carcere all’interno di 17 anni di vicenda giudiziaria non sono pochi quando si è colpevoli, figuriamoci quando si è innocenti. Dal 1995, due anni dopo la concessione della grazia, Massimo Carlotto ha cominciato la sua avventura da scrittore e, con un ritmo di quasi un libro all’anno, ne ha pubblicati ad oggi 33. Tra esperienze personali e denunce sociali, protagonista discreto delle sue pagine sembra il tempo; o meglio, il tempo quando è irreparabile, irrecuperabile.

Massimo, per 17 anni la sua vita è rimasta sospesa tra processi, latitanza e detenzione: dove ha trovato la forza per “tenere botta”?
Sicuramente non in me stesso: sarei stato distrutto da questa storia. Ho avuto però la fortuna di poter contare su una rete di solidarietà politica e familiare che si è occupata non solo delle urgenze immediate, ma anche della mia formazione umana. Ad esempio, durante la latitanza, c’erano compagni che si preoccupavano di questo. Chi mi voleva bene aveva capito che questa storia mi avrebbe distrutto, sapeva che la latitanza non sarebbe durata a lungo e si poneva il problema di come avrei affrontato il futuro. Alla fine ero stremato… mi viene in mente il film Non si uccidono così anche i cavalli?, la maratona infinita di danza: non è un semplice espediente narrativo, ma una potente allegoria della condizione umana durante la Grande Depressione americana. Ecco, mi sentivo così. Avevo deciso che se mi avessero rimesso in galera mi sarei tolto la vita: una scelta serena.
Latitanza e carcere impongono un tempo sospeso, un presente cioè che non può diventare futuro: come si abita quel presente? Come scorre, da innocente, il tempo vissuto in detenzione?
Va sicuramente distinto il tempo del carcere, che è un tempo ottocentesco. Dall’Ottocento ad oggi non vi è stato alcun cambiamento: è un tempo cristallizzato che danneggia profondamente l’individuo. Ho subito una vera e propria mutazione genetica. La chiamo così perché il tempo è scandito da piccoli “regalini” di libertà – l’ora d’aria, ad esempio. Si è sottomessi a ritmi senza senso: l’istituzione totale risucchia la tua percezione della realtà e la sostituisce con la finta realtà del carcere, obbligandoti a occuparti solo della tua sopravvivenza. Il tempo trascorre mentre tu sopravvivi. Con gli anni, dentro, ho perso l’uso di parole del mio vocabolario, perché non servivano, non erano richieste – non avevo bisogno di quelle parole. Per questo la chiamo mutazione genetica: resta, perché sono vivo, ma resto comunque un detenuto in libertà. Il carcere incide e ti cambia in maniera irreversibile. Se dovessi darti un’immagine: è quella di una penna spuntata che lacera la carta. Così ci si sente, lacerati da un solco irrimarginabile.
Molto diverso è il tempo della latitanza. La sopravvivenza in quel caso si lega a ogni giorno conquistato, vissuto come una vittoria: è pura follia. Anche questo segna, lasciandoti la sensazione di essere semplicemente un latitante che ha smesso di fuggire. Una condizione che difficilmente riesci a scardinare.

In carcere, sradicati nello spazio e soprattutto nel tempo, è come se si uscisse dalla propria vita… come si torna?
Il ritorno mi è stato imposto come forma di salvataggio. Finita tutta la vicenda ero un selvaggio, da tutti i punti di vista. Ho trovato però nella solidarietà del movimento europeo che si era costruito attorno alla mia battaglia giudiziaria una via di rientro nella vita normale. Dal punto di vista sentimentale ho avuto la fortuna di trovare una donna che mi ha ricostruito, perché stare lontano dall’affettività, dalle relazioni normali, dalla quotidianità incide e lascia il segno. Hai necessariamente bisogno di persone che si occupino di te. Si torna anche attraverso una riscoperta diversa dei sentimenti che non abitavi più, che non ti appartenevano più — non erano funzionali alla sopravvivenza, in carcere e in latitanza. Noi diamo per scontato amarsi, e tanto altro. Ma quando questi sentimenti non ti appartengono da tempo, è come se non fossero più tuoi. Poi li ritrovi, e l’impatto è completamente diverso: una nuova epifania.
In tanti suoi romanzi, penso soprattutto a Il fuggiasco, lei torna al suo passato che, proprio perché così traumatico, non è mai davvero passato: il tempo “spezzato” di quegli anni si è oggi ricucito?
Si è ricucito ma in modo slabbrato nel senso che ci sono proprio dei momenti di distacco. Momenti in cui nella mia vita restano dei tempi e situazioni per me estremamente identificabili che mi riportano a quel tempo spezzato, interrotto che ha prodotto appunto una mutazione genetica in me.
Nella sua scrittura, lei ha costruito un tempo narrativo molto riconoscibile, fatto di ritmo e attesa: c’è una relazione tra il tempo vissuto e il tempo scritto?
No, è un tempo di rottura, quello della scrittura. Una forma di rottura che è la conquista di un altro spazio. Il mio rapporto con il tempo del carcere e della latitanza ho voluto risolverlo fin da Il fuggiasco, dove ho detto tutto della mia storia. Poi ho percorso altro. Ne L’Alligatore, ad esempio, non mi interessavano le figure istituzionali: mi interessava l’Alligatore perché è un marginale. A lui, come ad altri personaggi marginali di cui ho scritto, questa società non piace — come non piace all’autore. Mi serviva qualcuno che stesse fuori e la osservasse, attraverso la soluzione dei casi, a giusta distanza. L’Alligatore non crede nella giustizia classica, e questa è soprattutto la sua dinamica.
Dalle sue opere traspare una certa sfiducia nelle istituzioni e un’Italia fatta di criminalità economica, corruzione e rapporti opachi tra potere e affari. Nei romanzi dell’Alligatore, in particolare, la giustizia sembra arrivare sempre in ritardo o fuori tempo massimo. In quale giustizia, oggi, lei ha fiducia?
Ho sempre pensato che viviamo in una società criminogena. Nel noir la vicenda criminale è una scusa per raccontare tutto ciò che le sta intorno: è scrittura morale e politica, che racconta le contraddizioni di una società che non mi piace e che esercita una giustizia consona al proprio agire. Non posso avere fiducia in qualcosa che vorrei cambiare.
In Arrivederci amore, ciao il tempo sembra consumare lentamente le scelte del protagonista, fino a renderle irreversibili. Cosa direbbe oggi a un ragazzo o a una ragazza che sente il tempo come nemico, fuori dal proprio controllo? Quale insegnamento, in sostanza, la sua storia può lasciare ai giovani?
Ho sempre pensato alla mia come a una storia da evitare, non da insegnare: non è una storia condivisa né condivisibile. Solo le storie collettive avrebbero senso; la mia è sempre stata una storia individuale, vissuta all’interno di gruppi. Diciassette anni è una vita intera. Quando ne sono uscito, con gli amici più cari, ci siamo chiesti cosa insegna: niente. L’unica cosa, forse, è quello che diceva Balzac: “Il caso è il solo sovrano legittimo dell’universo.” La vera lezione sul tempo è che il tempo va condiviso con gli altri. Resta solo un senso di invidia per tutto quello che non ho potuto vivere.
Ringrazio Massimo Carlotto per la lucidità e la generosità di queste risposte. Per chi volesse incontrarlo sulla pagina, Il fuggiasco (1995) è il punto di partenza: il racconto in prima persona di quel tempo sospeso di cui ci ha parlato, trasformato in letteratura. Trent’anni dopo, A esequie avvenute (2025) è il suo romanzo più recente.
[1] Tra gli adattamenti più noti: i film Arrivederci amore, ciao e Il fuggiasco; la serie tv L’Alligatore.


