Se la politica ritrovasse il valore del tempo… Intervista a Fabio Porta

© F. Porta

A cura di IGOR GUIDA

 

Fabio Porta è dal 2022 deputato alla Camera dei Deputati, eletto nella circoscrizione dell’America Meridionale per il Partito Democratico. Nominato per la prima volta in Parlamento nel 2008 e poi rieletto nel 2013, dal 2018 al 2022 ha subìto alcune interruzioni di mandato a causa di una lunga vicenda giudiziaria che l’ha riconosciuto vittima di brogli elettorali. Attualmente è membro della Commissione Esteri della Camera. È anche Presidente dell’Associazione di Amicizia Italia-Brasile e dell’Unione Italiani nel Mondo, oltre che Vice Presidente dell’Istituto per la Cooperazione con i Paesi Esteri e dell’Associazione “Focus Europe”. Laureato in Sociologia Economica presso l’Università La Sapienza di Roma e specializzato in “Educazione degli adulti” presso l’Università di Firenze, l’onorevole Porta si è sempre occupato di sicurezza sociale e cooperazione internazionale, in particolare coordinando progetti in Argentina, Brasile e Uruguay. Ha vissuto a San Paolo dal 1998 al 2008, guidando enti assistenziali, fiscali e di cooperazione specificatamente legati alla comunità italiana in Brasile.

 

Onorevole Porta, il controllo del tempo è una questione rilevante, soprattutto in politica: le lungaggini amministrative in ogni campo sono senza speranza…?
È proprio vero: mentre il mondo interconnesso e digitalizzato corre sempre più velocemente,  grazie alla disponibilità di informazioni in tempo reale a tutte le latitudini e le longitudini del pianeta, la politica e la pubblica amministrazione fanno fatica a dare risposte in tempi rapidi e soprattutto certi. Sarebbe grave e controproducente arrendersi, sia perché così verremmo meno all’imperativo morale di dare risposte utili al miglioramento della vita dei cittadini e quindi della società sia perché è proprio oggi che esistono le tecnologie per dare risposte in tempi adeguati e quindi rispettosi dei diritti dei cittadini. Il “fattore tempo” non può più essere una variabile indipendente per un politico o un bravo amministratore, ma la vera bussola sulla quale misurare il proprio operato, valutare il successo delle policies e pianificare il lavoro futuro.

 

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La crisi della partecipazione politica dipende anche dal fatto che i cittadini non vedono risultati concreti in tempi compatibili con la loro vita. Quanto ci vorrà, e soprattutto cosa bisognerebbe fare per ricostruire un rapporto di fiducia?
La preoccupante diminuzione del numero dei Paesi pienamente democratici nel mondo e, all’interno di esse, l’altrettanto drammatica spirale negativa della partecipazione dei cittadini ai momenti di partecipazione ci impongono risposte concrete e soprattutto urgenti affinché questa tendenza sia invertita. Abbiamo poco tempo per intervenire, anche perché a fronte della lentezza delle risposte della politica avanzano inesorabilmente le tecnocrazie autocratiche e illiberali.   Il quesito più complesso è quello relativo alle possibili soluzioni; personalmente ho sempre creduto alla forza dell’umiltà e quindi alla necessità di ascoltare non soltanto le richieste ma anche le proposte provenienti dalla comunità e in primo luogo dai più giovani. Negli ultimi decenni non siamo stati capaci di coinvolgerli nelle nostre decisioni proprio perché non siamo andati ad ascoltarli e quando lo abbiamo fatto raramente abbiamo fatto proprie le loro indicazioni.

 

Mentre i tempi delle leggi e delle istituzioni sono spesso così lunghi, la società oggi cambia e si comunica con una velocità senza precedenti: come sta evolvendo la comunicazione tra cittadini e politica?
È proprio qui che esiste un vero e proprio “corto circuito” tra cittadini e politica che probabilmente sarebbe meglio definire “circolo vizioso” poiché tanto più è veloce la comunicazione sui social media quanto più si allunga la distanza dalle risposte della politica; allo stesso tempo le soluzioni a problemi complessi divengono spesso immediate e condizionate dalla pressione della “rete” e quindi non necessariamente adeguate ad una reale soluzione dei problemi. Faccio un esempio che ho seguito direttamente: mentre lavoravamo sull’accordo tra Unione Europea e Mercosur molti cittadini (spesso “orientati” e influenzati da vere e proprie lobby contrarie alla sua approvazione) riversavano sui policy maker una valanga di fake news senza che queste fossero approfondite o verificate, inducendo spesso i politici ad agire in maniera analoga e cioè a definire la propria posizione in materia non in base agli eventuali benefici di quel trattato sul bene della popolazione ma alla risposta immediata ad una protesta a volte irrazionale.

 

La politica deve adattarsi alla velocità dei social network e delle reazioni istantanee (e istintive), oppure dovrebbe “difendere” tempi più lunghi di riflessione e mediazione?
Io ho sempre creduto al valore pedagogico della politica.  Attenzione: educare non significa manipolare e se è vero che il primo dovere della politica è quello di ascoltare il popolo per poterlo degnamente rappresentare, ciò non significa che qualsiasi “reazione istantanea” vada acquisita e declinata immediatamente. L’esempio dell’accordo UE-Mercosur è indicativo in questo senso e mi scuso se lo riprendo anche in questo caso; un politico serio non si fa condizionare dalla rete o dai social ma risponde alle sollecitazioni dei suoi elettori con informazioni e argomentazioni serie e soprattutto approfondite. Negli ultimi decenni, parallelamente alla giusta e legittima richiesta di “onestà” rivolta alla classe politica si è parallelamente affievolita la domanda di “competenza”; le due cose non sono in contraddizione tra loro e anzi dovrebbero essere le due pre-condizioni di coloro che scelgono di impegnarsi politicamente. In Italia anche l’eliminazione del voto di preferenza ha contribuito ad aumentare il peso che i social network hanno acquisito nel condizionare scelte e decisioni dei legislatori, afflitti oggi da una forma di “strabismo” tra il rispetto delle decisioni delle segreterie dei partiti da un lato e il condizionamento di un popolo “social” sempre più forte ed agguerrito dall’altro.

 

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Tutti noi siamo pressati a comunicare subito e sempre più velocemente, tanto che spesso le frasi diventano slogan, con rischi altissimi di fraintendimenti… Questa preoccupazione, che è innanzitutto educativa e culturale, la politica ce l’ha?
Il mondo è ossessionato dall’immediatezza delle risposte alla continua e inarrestabile valanga di notizie, spesso false o infondate, presenti sulle reti sociali e di conseguenza sugli organi di informazione (a loro volta condizionati da questa distorsione temporale ma anche sostanziale delle priorità dell’agenda politica). Il tempo, che secondo il grandissimo ex Presidente dell’Uruguay Pepe Muijica sarebbe l’unico vero bene prezioso che dovremmo perseguire e coltivare, viene oggi piegato alle esigenze della lotta politica e quindi del potere a scapito della riflessione culturale e del necessario discernimento di fronte ad una società sempre più complessa e frammentata. Non è facile per i politici di oggi rifuggire dalla logica degli slogan e di una sorta di interventismo comunicativo; se però la politica non avrà il coraggio di riprendersi questa funzione pedagogica non soltanto rinuncerà ad una delle sue principali funzioni ma si assumerà la gravissima responsabilità di essere stata complice dello smantellamento progressivo delle istituzioni democratiche, come negli ultimi anni ci hanno insegnato numerosissimi casi di manipolazione delle informazioni sulle reti sociali; casi che in assenza di una seria regolamentazione degli eccessi della IA rischiano di fare diventare fisiologica e non più patologica la deriva tecnocratica e illiberale della comunicazione politica.


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