I robot umanoidi entrano nelle fabbriche

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Di Igor Guida

 

Quando pensiamo a un robot industriale, immaginiamo generalmente un braccio meccanico che ripete movimenti precisi all’interno di una fabbrica. È un’immagine familiare da decenni, soprattutto nel settore automobilistico, dove l’automazione ha trasformato profondamente i processi produttivi.

La nuova generazione di robot dotati di intelligenza artificiale sta ulteriormente modificando questo scenario. Nel 2025 BMW ha sperimentato, nello stabilimento statunitense di Spartanburg, il robot umanoide Figure 02, sviluppato dall’azienda Figure AI: nel corso del progetto, il sistema ha contribuito alla produzione di oltre 30.000 automobili, movimentando più di 90.000 componenti e accumulando circa 1.250 ore operative. Nel 2026 il gruppo automobilistico ha proseguito le sperimentazioni con un nuovo progetto nello stabilimento tedesco di Lipsia. Non si tratta ancora di un impiego generalizzato dei robot umanoidi nella produzione industriale, ma di esperienze che consentono di comprendere dove potrebbe dirigersi l’automazione.

Il cambiamento riguarda l’incontro tra due tecnologie che fino a poco tempo fa avevano seguito percorsi relativamente distinti: la robotica, capace di agire fisicamente nell’ambiente; e l’intelligenza artificiale, capace di interpretare informazioni e affrontare problemi complessi.

I robot industriali tradizionali sono particolarmente efficienti quando devono eseguire operazioni ripetitive in ambienti strutturati. La nuova sfida è sviluppare macchine capaci di adattarsi a situazioni variabili, riconoscere oggetti, interpretare istruzioni e modificare il proprio comportamento in relazione alle condizioni operative. È ciò che viene definito physical AI, o intelligenza artificiale fisica, con l’obiettivo di trasferire alcune capacità di percezione e pianificazione sviluppate nei sistemi digitali a macchine che devono interagire con persone, materiali e spazi reali.

Le applicazioni potenziali vanno dall’industria, a magazzini, logistica, manutenzione e attività svolte in ambienti difficili o pericolosi. Rispetto alla produzione di risposte su uno schermo, cosa richiede operare nel mondo fisico? Sostanzialmente un problema di interpretazione da cui può conseguire un’informazione sbagliata e, quindi, danni materiali o la messa a rischio della sicurezza delle persone. Nel concreto, i robot devono interpretare condizioni di affidabilità, precisione e imprevedibilità, ma anche costi di acquisto, manutenzione, consumi energetici e integrazione nei processi produttivi. Per tutto questo, sembra prematuro immaginare un’immediata sostituzione generalizzata dei lavoratori con macchine umanoidi. Anche perché la storia dell’automazione industriale dimostra che l’introduzione di nuove tecnologie non produce soltanto l’eliminazione di attività esistenti ma cambia l’organizzazione della produzione, modifica il contenuto delle professioni e genera nuove esigenze di progettazione, controllo e manutenzione. Alcuni compiti potrebbero perdere valore economico, mentre altri richiederanno competenze più elevate? Probabilmente sì e certamente la distribuzione dei benefici dipenderà dalle scelte delle imprese e dalle politiche di formazione.

Una trasformazione di questa portata imporrebbe di interrogarsi non soltanto su ciò che le macchine potranno fare, ma sul ruolo che intendiamo attribuire alle persone. Quali attività è opportuno automatizzare? In quali situazioni il contatto umano rappresenta una componente essenziale del servizio? Come evitare che l’efficienza tecnologica diventi l’unico criterio attraverso il quale valutare il lavoro? Sono domande importanti e da non sottovalutare, perché ormai è inevitabile imparare a collaborare con macchine capaci di elaborare informazioni perché il punto è imparare a utilizzare tali strumenti per migliorare la sicurezza, la qualità del lavoro e il benessere delle persone. Questo è l’obiettivo, più che agire in difensiva sulle attività umane.


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