Tetto agli stranieri: è una circolare a cambiare la scuola?
Di DAFNE GUIDA
Psicopedagogista e Presidente Stripes Coop
Il tetto del 30% (o del 20%, a seconda della giornata) di alunni stranieri per classe è come il cambio dell’armadio a inizio autunno: torna sempre, puntuale e inevitabile. È una storia già vista con il ministro di turno nel 2010 e riproposta ciclicamente con sfumature diverse. Cambiano i volti, ma la trama resta del tutto identica. Il copione ormai lo conosciamo a memoria: si spara la cifra, si fa un passaggio a reti unificate parlando di “integrazione equilibrata” e poi cala il sipario. Le risorse sembrano esserci, ma il punto è se sono sufficienti, come sono distribuite e qual è la loro efficacia, se cioè danno supporto a chi l’aula la vive ogni giorno.

Un limite numerico non costa nulla. È l’unica proposta sulla scuola che si fa a costo zero, il che dovrebbe già far suonare più di un campanello d’allarme. C’è poi un dettaglio che nei lanci d’agenzia sparisce sempre: i dati reali. La stragrande maggioranza delle scuole italiane è ben al di sotto di qualsiasi soglia. I casi con concentrazioni elevate esistono, certo, ma riguardano contesti ben precisi, legati per lo più ad alcune periferie urbane. Trasformare una situazione locale in un’emergenza nazionale e applicare una regola fissa ovunque è una scorciatoia surreale. È un po’ come accendere i condizionatori in tutto il Paese soltanto perché a Bari si crepa di caldo ad agosto. Ammesso e non concesso che un tetto riesca a spostare dei bambini da un’aula all’altra, la vera domanda è: spostati dove, e con chi? Per chi lavora sul campo tra cattedre ed équipe educative, la questione non è mai stata “quanti ne abbiamo in classe”, ma “che strumenti abbiamo per fare un buon lavoro”. Servono corsi di lingua strutturati, continuità didattica, insegnanti di ruolo e non supplenze che partono in primavera. Questo fa la differenza. Un numero piazzato su una circolare non cambia di una virgola la realtà. C’è infine un aspetto più sottile e decisamente tossico: la narrazione che accompagna queste uscite. Far passare l’idea che la presenza di studenti con un background diverso sia un “peso” da contingentare per proteggere il resto della classe significa definire implicitamente chi merita di stare lì e chi è solo un intralcio. Prima ancora di essere una scelta politica, è un corto circuito pedagogico. La scuola non deve contenere la diversità come se fosse un danno, ma dare a ciascuno le stesse possibilità di partenza.
Questo ennesimo tetto non integrerà nessuno. Fa solo un gran polverone utile a riempire le prime pagine, per poi lasciare problemi e scuole esattamente dov’erano prima.

