In cordata: sulle montagne e nella vita. Intervista a Nives Meroi

Salita dell’Annapurna. © Nives Meroi e Romano Benet

A cura di PAOLA NAVOTTI

 

Classe 1961 e originaria di Bonate di Sotto, in provincia di Bergamo, Nives Meroi è entrata nella storia dell’alpinismo per essere stata la prima donna italiana e la seconda del pianeta[1] ad aver scalato tutti i 14 Ottomila senza ossigeno, né sherpa. Lei e il marito Romano Benet, inoltre, sono stati la prima cordata al mondo a riuscire nell’impresa. Nives scopre l’alpinismo da adolescente e a 17 anni sale le prime vie. Studia al liceo linguistico e appena diciannovenne incontra Romano. Nel 1989 si sposano e si stabiliscono a Fusine Laghi, in Friuli Venezia Giulia. Nives all’epoca lavorava in un’agenzia immobiliare, mentre Romano era agente del Corpo Forestale dello Stato. Tutto il loro tempo libero, in estate e in inverno, era dedicato alla montagna. Così, dalle Alpi alle grandi pareti di ghiaccio, hanno cominciato un’esperienza che li ha portati a scegliere il cosiddetto “stile alpino”: spedizioni leggere, senza ossigeno supplementare né portatori d’alta quota. Ogni impresa Nives e Romano l’hanno realizzata insieme[2]. Nel 1998 Nives è la prima italiana in vetta al Nanga Parbat e nel 2006 la prima italiana sul K2. Nel 2003 è la prima donna al mondo a salire consecutivamente 3 ottomila (Gasherbrum I, Gasherbrum II e Broad Peak). Nel 2007 lei e Romano arrivano sull’Everest (8.848 m), tetto del nostro pianeta.
Nel 2009, mentre stanno scalando il Kanchenjunga, Romano si sente male a quota 7.500 metri e Nives non esita ad abbandonare la salita. Quello che sembrava un improvviso calo di forze, si rivela – una volta rientrati in Italia – una aplasia midollare severa, una malattia rara in cui il midollo osseo smette di produrre cellule del sangue. Iniziano mesi duri: ricoveri, isolamento per il rischio di infezioni, due trapianti di midollo osseo e una lunga fase di riabilitazione. Per oltre due anni – periodo che loro definiscono il loro “quindicesimo ottomila” – la montagna non li vede. Ma nel 2014, dopo che Romano si è ristabilito, tornano in alta quota e raggiungono la cima della stessa montagna che 5 anni prima avevano dovuto abbandonare. Nel 2017 arrivano all’Annapurna e, con questa vetta, Nives diventa la seconda donna della storia a scalare tutti i 14 Ottomila della Terra senza bombole d’ossigeno. Lei e Romano, per altro, sono la prima cordata a completare tale sfida insieme.
Per noi “comuni mortali” si tratta di traguardi impossibili, tuttavia nella storia di Nives e Romano c’è un aspetto che li rende vicinissimi a noi: la profonda convinzione che nessun risultato sia davvero solitario. Autonomia e fiducia reciproca, decisione personale e corresponsabilità, resistenza individuale e legame di cordata: l’intreccio di tutto ciò, in effetti, contraddistingue la vita umana anche a bassa quota…

 

Nives, cosa rappresenta per lei la montagna?
Rappresenta una passione cominciata a 15 anni, in quel pieno caos adolescenziale nel quale non sai cosa vuoi e chi sei. Un giorno sono stata invitata a fare una gita in montagna e, da quel momento, è iniziato un innamoramento graduale: sono seguite altre gite, poi delle ferrate, poi delle arrampicate, fino ad arrivare all’alpinismo d’alta quota. A volte penso di essermi avvicinata alla montagna perché non avevo niente da fare… Intendo dire che non sono stata subito consapevole di questa passione, ma a un certo punto mi sono accorta che non potevo più tornare alla vita di prima. In montagna poi ho incontrato Romano che, da compagno di cordata, è divenuto compagno di vita: per quel pragmatismo maschile che molto lo contraddistingue, io credo abbia pensato che, invece di cercarsi ogni week end un compagno di cordata, fosse più facile avere una morosa sempre disponibile ad arrampicare… Scherzi a parte, non ci siamo mai lasciati. E per fare la nostra prima spedizione alpinistica complessa – in Sudamerica – abbiamo deciso di sposarci: così avremmo avuto 15 giorni di congedo matrimoniale da sommare ai 15 di ferie. Salendo continuamente metri e metri di dislivello, sono arrivata al punto di pensare che la montagna per me è come uno specchio, nel senso che per affrontare tutte le sue incognite, è necessario affrontare le incognite che sono all’interno di me stessa. Senso di vuoto e di ignoto, per esempio: in montagna ciò è amplificato perché si riflette in quel vuoto e ignoto che credo ognuno di noi senta dentro di sé. Si tratta delle paure, della percezione dei limiti. Nello stesso tempo però, offrendo sicuri appigli di roccia, la montagna ci fa scoprire anche la nostra capacità di ancorarci, di capire dove siamo in sicurezza, così come la capacità di accettare e affrontare gli errori, i limiti, i fallimenti, le fatiche che sembrano insormontabili. La montagna insegna ad affrontare tutto questo senza scoraggiarsi, ma con la virtù della pazienza, un passo dopo l’altro. La montagna insegna cioè che la pazienza non è inerzia (quell’immobilismo che, secondo il mondo di oggi, sarebbe tipico dei perdenti), ma è l’attesa del momento giusto per agire. Ed è un’attesa umile, perché in montagna la libertà non è mai slegata da disciplina e responsabilità.

 

Makalu. © Nives Meroi e Romano Benet

Oggi scala ancora? Fino a che altitudine…?
Sì, certo: sia sulle Alpi che in Himalaya, dove ci stiamo dedicando a cime più basse, 6000 e 7000 metri, per non incappare nella ressa delle spedizioni commerciali che prendono d’assalto gli Ottomila (diventati per altro anche proibitivi come costi). Su vette meno battute, possiamo mettere più in gioco il nostro occhio creativo, cioè la capacità di disegnare un percorso usando intuito, istinto e giudizio. Cosa permette a me e a Romano, nonostante l’età, di scalare ancora oggi? Un allenamento semplice fatto di escursioni, corse, sci, tutto quello che, nelle diverse stagioni si può fare in montagna; poi l’esperienza di saper ascoltare il proprio corpo; oltre fortunatamente a una buona salute. Soprattutto però una profonda dinamica di alleanza, di darsi forza a vicenda, che abbiamo imparato negli anni. Viviamo in un tempo in cui ognuno pensa per sé, ma in verità nessuna impresa viene realizzata da una persona sola: l’alleanza è la formula più forte per arrivare su qualsiasi cima, ad alta o a bassa quota. Noi alpinisti siamo in genere lupi solitari, ma abbiamo molto chiaro quanto sia necessaria l’alleanza con i compagni di cordata, cioè una indispensabile sintesi dei talenti di ciascuno. A questo proposito mi torna in mente l’ultima nostra spedizione sugli 8000: eravamo 6 persone con storie diverse e senza minimamente conoscerci. Ciascuno voleva fare la sua via, ma dalle condizioni della montagna in quel momento abbiamo capito subito che dovevamo unire le forze, facendo confluire le singole valutazioni personali in una comune ed unica decisione. Da questa sintesi è dipeso il successo della salita e della discesa.

 

© Nives Meroi e Romano Benet

Lei e Romano avete fatto tutto insieme: qual è il segreto della vostra “cordata”?
Posto che riusciamo a litigare a qualsiasi quota… il nostro segreto è l’alleanza profonda di cui parlavo.

 

Avete chiamato la malattia di Romano il vostro “quindicesimo ottomila”: che cosa vi ha insegnato quella montagna invisibile?
La montagna mi aveva già dato degli avvisi (penso a quando ho avuto un edema cerebrale di cui si è accorto Romano, o a quando, a quota 6000, una frattura al piede dovuta a una violenta raffica di vento), ma non li avevo capiti. Non per la competizione femminile in cui mi trovavo immersa, ma perché non fermarsi era l’unico modo per trovare aiuti economici che ci facessero continuare le spedizioni. Quando invece è stato Romano a stare male – sul Kanchenjunga, il terzultimo 8000 che ci mancava – ho dovuto decidere di attraversare il vuoto che si apriva dalla paura di non scalare più: che cosa valeva di più? Qual era per me il senso di salire quelle montagne? Qual era la cosa più importante nella mia vita? A certe quote – Romano è stato male a 7.500 metri – qualsiasi analisi deve essere veloce e funzionale e dunque in un attimo ho dato la mia risposta alle domande di cui sopra. L’obiettivo per me era duplice: arrivare in cima insieme a Romano, e l’integrità dell’intera cordata. Così, senza esitazione siamo scesi. Quando cinque anni dopo Romano siamo tornati sul Kanchenjunga, per me è stato chiaro che in vetta non c’eravamo solo io e mio marito, ma una cordata allargata a tutte le persone insieme alle quali avevamo superato la sua malattia: amici, medici, infermieri, fisioterapisti, e quel giovane sconosciuto da cui Romano aveva ricevuto il midollo, cioè una nuova possibilità di vita. Ecco, la consapevolezza di questa cordata allargata io credo sia l’insegnamento del nostro “quindicesimo ottomila”.

 

Scalare senza ossigeno e senza portatori significa accettare un rischio molto alto. Perché vale la pena rischiare così?
Se sei in cima all’Everest con la bombola di ossigeno, sei fisicamente in cima, ma non lo sei fisiologicamente. Invece, cimentarsi nell’impresa soltanto con le proprie forze implica accettare coraggiosamente anche la possibilità di fallire: essere consapevoli che ogni passo all’insù devi essere in grado di farlo anche all’ingiù. Magari a pochi metri dalla cima e nonostante l’impegno, le aspettative e anche nonostante un certo investimento economico, diverse volte a me e Romano è capitato di tornare indietro perché riconoscevamo un limite da non oltrepassare. Se volevamo avere una nuova possibilità di ritentare, tornare indietro era l’unica decisione da prendere: io e Romano l’abbiamo definita “arte della fuga senza vergogna”… Per quanto riguarda poi la nostra scelta di non avere portatori: noi crediamo non sia giusto pagare qualcuno per rischiare la propria vita, né tantomeno delegare a qualcuno la responsabilità della nostra. Più deleghiamo all’esterno questa responsabilità, più rinunciamo alla nostra libertà. Uso smodato di ossigeno, corde fisse, persino elicotteri che portano direttamente al campo base (facendo saltare tutto il percorso di avvicinamento) e che ti riprendono nella discesa anche molto prima del campo base (magari per farti arrivare il giorno stesso a cena a Katmandu): ciascuno è libero di salire come vuole, ma questo non è il modo che io e Romano sentiamo naturale per noi. Ecco perché, quando siamo arrivati in cima all’Everest e abbiamo trovato quasi più bandierine di sponsor rispetto a quelle di preghiera o in misura molto minore delle varie nazioni, ci siamo un po’ intristiti. A quelle altezze (dagli 8000 mt in su inizia la cosiddetta “zona della morte”, dove non è umanamente possibile vivere più di 2-3 giorni) non sono gli sponsor a fare la differenza.

 

Sul Kabru Main. © Nives Meroi e Romano Benet

Qual è l’Ottomila di cui avete il ricordo più bello?
Anche se ogni cima rappresenta una tessera di puzzle della vita mia e di Romano, la nostra tessera preferita è sicuramente il K2. Quando nel 2006 raggiungemmo questa vetta, etano due anni che condizioni atmosferiche proibitive impedivano a chiunque di arrivarci: così siamo saliti dovendo trovare la via ed eravamo da soli su tutta la montagna, non solo sulla cima. L’abbiamo chiamato infatti il nostro “K in 2”… ed è stata la spedizione più emozionante.

 

C’è stato un momento in cui ha avuto davvero paura e ha pensato che forse la montagna non valeva il prezzo da pagare?
No e non so perché. Non so dire perché ho iniziato e nemmeno so dire perché vado avanti, anche se sono arrivata ad un’età in cui sento il bisogno di ricapitolare tutto. Direi però che ho fatto quello che ho fatto per un pacificante senso di appartenenza a tutto quello di cui io mi sento parte: il cielo, la neve della montagna, le sue rocce, la curvatura dell’orizzonte che si vede a certe altezze. Quando sono arrivata in cima agli Ottomila, non ho mai percepito un senso di conquista, ma solo un senso di appartenenza: sia rivolgendo lo sguardo all’insù (sorridendo sempre al pensiero che avrei potuto incrociare un aereo di linea), sia all’ingiù, dove sapevo di dover tornare. Questo senso di appartenenza è in fondo il significato di quel nodo infinito simbolo del buddismo tibetano, il cui ciondolo indosso sempre. Tale nodo rappresenta l’interconnessione di tutti gli eventi della vita, cioè il fatto che ogni cosa che accade dipende da tutto quanto ci sta prima: non solo nella vita personale, ma anche nell’universo. Come dire che nella natura non c’è un inizio, né una fine, ma solo un eterno cambiamento che dipende da un eterno movimento. Chissà, forse proprio questo eterno movimento è il senso di tutto.

 

Che cosa a lei e a Romano l’alpinismo ha insegnato nella vita, anche quando vi trovate a valle…?
Io credo ci abbia soprattutto insegnato a non affidarci solo alla nostra volontà e al nostro impegno, ma anche a quel destino superiore su cui ho molte perplessità, ma che si fa misteriosamente sentire nella vita. Mi piace dirlo con la parola Inshallah: se Dio vuole. Anche pensando alla prossima spedizione che vorremmo fare nell’autunno del 2026, io posso dire solo Inshallah.

 

 

[1]La prima donna a scalare tutti gli Ottomila è stata nel 2010 la spagnola Edurne Pasaban. La seconda – ma prima senza ossigeno – nel 2011, è stata l’austriaca Gerlinde Kaltenbrunner.
[2]Nives Meroi e Vito Mancuso, Sinai. La montagna sacra raccontata da due testimoni d’eccezione, Fabbri, 2014.
Nives Meroi, Non ti farò aspettare. Tre volte sul Kangchendzonga, la storia di noi due raccontata da me, Rizzoli, 2015.

 

 


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