Devozione (Charlotte Wood)

Charlotte Wood
Devozione
Fazi Editore, Roma 2026
Pp. 252
€ 18.50

 

Recensione di LUISELLA ERLICHER

Narrazione complessa quella di Devozione, che spiazza chi dall’esordio si aspettasse un romanzo di confessione piano e consolatorio: una riflessione sulla propria vita che arriva in età adulta e porta la protagonista, una studiosa ambientalista di Sidney, a lasciare un lavoro appagante, amicizie stimolanti, un matrimonio ingrigito come tanti, per cercare in un convento di clausura, vicino ai luoghi dove ha trascorso l’infanzia, un rifugio sicuro, capace di trasmettere pace e appartenenza. Un posto in cui non ero mai stata ma che era lo stesso e in modo inconfutabile, casa mia. Una scelta di vita monastica che può risultare poco giustificata alla lettrice/ore perché effettuata da una non credente.
Nei primi capitoli del romanzo si snoda la routine rassicurante di una vita monastica che, alternando atti di devozione a compiti materiali per il sostentamento, assicura aderenza a una vita semplice, naturale, non priva però della dolcezza che circola in una piccola comunità femminile solidale. Indimenticabile la scena in cui una monaca, con la quale la protagonista condivide la cura dell’orto e della cucina, accarezza il piumaggio e blandisce con parole affettuose una gallina mentre con destrezza e rapidità la sgozza.
Ma la pace e l’idillio si dimostrano presto solo apparenti: tra le mura del convento, nella dispensa, nelle camere, nel pollaio si insinua in modo prima latente e poi sempre più dirompente una invasione di topi.  Descritta con tratti a volte raccapriccianti nella loro crudezza, l’irruzione innesca nella protagonista un processo altrettanto veemente di introspezione. Un ripasso del passato che ne porta in luce il rimosso psichico, con cui bisogna fare i conti se si vuole accedere alla consapevolezza di sé, ci dice l’autrice. Perché l’agio nella casa non è garantito. Richiede coraggio e determinazione.
Il convento diventa così il luogo del corpo a corpo simbolico della protagonista con gli eventi rimasti più oscuri della sua storia di vita. È il ritorno del disordine psichico non elaborato, che vuole essere affrontato e ricomposto nel percorso consapevole di costruzione e ricostruzione del sé.  Per affrontarlo, ci mette in guardia Wood, non basta mettere in campo l’intellettualità ma bisogna affrontare il mistero che ci abita, l’essere corpo, e venir a patti con la materia. Carne e ossa che compaiono nella narrazione senza remore, anche nel loro disfacimento a cui si accenna in vari episodi tra cui le toccanti veglie e la cerimonia di sepoltura di suor Jenny. E va sottolineato che corpi e materia, umani e animali, sono inseriti sempre dall’autrice   in un contesto di delicatezza, nel ciclo vita morte e rinascita, tra cui è emblematico il ricordo affettuoso del compost, alimentato con cura nel retro del giardino dalla madre della protagonista. Tutto ciò che ha vissuto può tornare utile-diceva mia madre- e da morto diventa nutrimento.
Ma non è solo la presenza degli aspetti corporei del vivere che attraversa l’intera narrazione: poiché siamo fatti di carne siamo anche capaci di fare il male. E la relazione con il male entra imperiosamente nel lavoro introspettivo della protagonista. Ciò che la colpisce nello scavare tra gli eventi più in ombra del suo passato è la facilità con cui ha fatto il male. Sono gli scherzi feroci nei confronti di una insegnante inadeguata e di una compagna di scuola che vive in condizioni di povertà e di degrado estremi, esibiti però con arroganza. È l’essersi vergognata dei comportamenti eccentrici della madre, la cui dedizione a molte cause umanitarie, risultava incomprensibile per la protagonista bambina. Sono mali, verrebbe da dire, i relazionali: incomprensione, mancanza di ascolto, non avere amato abbastanza. Ma è anche il male che si fa a se stesse/i per non essere andate/i a fondo nella ricerca del ben-essere, attraverso l’esercizio dell’amore. E il perdono, altro tema fortemente presente nel romanzo, non può venire dall’esterno: è un fare finalmente pace con se stesse/i.
Sdraiata a letto in un mattino al buio. Dopo tante settimane ha finalmente smesso di piovere e sono usciti gli uccelli, sento le galline chiocciare. L’invasione dei topi sembra finita, per ora. Così riflette al termine del romanzo la protagonista, unico personaggio a cui l’autrice non dà un nome. Perché tutte siamo la protagonista, nella ricerca di una consapevolezza che ci nutra nel libero fiorire (cfr Aristotele, Etica nicomachea, 350/320 a. C.).


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