A piedi nudi. Intervista a Massimo Botturi
A cura di MARIA PIACENTE
Ho avuto modo di conoscere Massimo Botturi, poeta, ai vari incontri organizzati dal nuovo editore Chiarevoci che, tra le sue pubblicazioni, si distingue per l’accuratezza con la quale pubblica la collana di Poesia, alla ricerca di voci sempre più incisive e fuori dall’ordinario.
Massimo Botturi è nato il 31 marzo 1960 a Rho, alle porte di Milano. Ha lavorato per diverse società commerciali nel settore dell’ipoacusia, ma la sua passione per la poesia, la letteratura e la musica lo ha portato a fare della scrittura la sua palestra quotidiana. A partire dal 2003 ha pubblicato sei sillogi di poesia e un ebook[1]. Membro del laboratorio di comunità Leggi che ti passa, e socio dell’associazione noprofit Fare Diversamente, Massimo Botturi è attivo in rete con un blog personale (massimobotturi.wordpress.com) e sui social. È stato il modo in cui Massimo si porta addosso la poesia che mi ha incuriosito: quel suo sguardo un po’ incantato rivolto verso un altrove, nei luoghi dell’intimità dove il pensiero si ferma per farsi poesia. Così una mattina di domenica un bel caffè nella piazza più grande del paese ha fatto da cornice al nostro incontro. Abbiamo parlato di poesia, di quanto è sempre difficile sperimentare, di quelle sensazioni a cui dare un nome e che a volte turbano il sonno: scivolano via come l’acqua. Ma a ben pensarci, anche le gocce più piccole dissetano gli affamati di vita, il più possibile vera.
Massimo è stato recentemente colpito da un lutto, la morte della sua amata sposa e compagna, malata da tempo; ormai la fine era prevedibile, ma mai, mai accettabile. In mano, dunque, teneva il suo cuore e da quello siamo partiti. Dal dolore emerso nella sua scrittura, nella sua poesia. «È la tua schiena che pare neve ai monti una giornata di vento sopra il viso»: in queste sue parole, tratte dalla lirica “Quello che amo di te”, sento la leggerezza, l’urlo e la profondità del sentire umano. Quella neve, quel candore, spalanca grida e allaga di luce il dolore.
Sono stata alla presentazione del suo ultimo libro di poesia pubblicato con ChiareVoci e, come scrive l’Editore Giuseppe Airaghi, molte sono le poesie di Massimo Botturi che “cantano il mondo”. Il suo poetare diviene così canto universale, musica: una voce riconoscibile tra molte altre voci. Queste voci, queste storie, attirano sempre il nostro interesse.

Massimo, ci racconti da quanto tempo scrivi poesia e come hai cominciato?
I primi tentativi risalgono al periodo delle scuole superiori, testi per canzoni più che altro, la musica è una delle mie passioni e abbinarla ai testi veniva naturale. Parole d’amore ma anche inerenti questioni sociali, amo ricordare di averne scritta una per Jan Palach, lo studente cecoslovacco immolato per protestare contro l’occupazione sovietica. Quella canzone l’avrei poi cantata ad un Festival de L’Unità all’epoca, 1978 se non ricordo male. Poi, dopo un periodo di circa 20 anni in cui ho completamente accantonato questa passione; il mio quarantesimo compleanno ha risvegliato quella che sarebbe diventata un’urgenza, una pratica quotidiana. Fu il regalo di un libro di poesie, di un notes e di una penna simbolicamente inneggiante alla ripresa. Un’amica ci ha messo lo zampino, forse intuendo meglio di me che era tornato il momento.
Ti ricordi di cosa parlava la tua prima poesia?
La “prima poesia” voglio farla risalire al periodo della scrittura organizzata e presa seriamente. Parto dai miei quarant’anni quindi. Il periodo adolescenziale voglio considerarlo propedeutico, meraviglioso, ma diverso dalla disciplina con cui mi dedico ora. Si intitola “Terra” e parla di un campo appena arato attraversato a piedi nudi, ricordo di quando lo facevo in campagna dai miei zii. Credo l’ispirazione mi venne in sogno. Questo rapporto con la natura è ridondante, estremamente importante per me, sottolineo sempre che siamo parte di un tutto e che dobbiamo rispettarlo e amarlo in ogni sua forma.
Negli ultimi tempi hai scritto diverse poesie dedicate alla perdita della tua amata: il dolore è percepibile in ogni frase, ma anche la bellezza della vita ed il suo mistero. Come la scrittura (anche nella forma della poesia) ti può aiutare ad attraversare un lutto così, ad attraversare il dolore?
La scrittura è il modo più efficace con cui affronto il dolore, il lutto. Non da ora, anche in occasione della scomparsa di mio padre, cinque anni fa, produssi molto materiale, era, ed è, il mio modo di continuare a comunicare, e farlo il meglio possibile è una forma di profonda gratitudine e rispetto.
Della tua compagna scrivi: «Quello che amo di te è che amo me». Cosa vuol dire per te amare la vita? E che posto ha la poesia in questo amore?
Amare la vita significa riconoscerne il dono. La preziosità del tempo dedicato a se stessi e alle persone care. Attraverso l’amare te, scopro e amo me, mi accetto e mi valorizzo, raggiungo l’unico scopo che siamo chiamati a perseguire. Una simbiosi che non si limita al rapporto di coppia, ma si espande, comprende, arricchisce. La vita continua, nei figli, nelle cose che insegni, nei valori che persegui. La poesia è una forma d’arte, e considero l’arte la forma più alta di libertà per l’umanità; poiché è disinteressata, sfugge alle regole materiali e della produzione. È una necessità interiore e personalissima. Scrivere poesie d’amore è continuare a fare l’amore.
Thomas Mann (in Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, Einaudi 2017) scrive: «Ammiriamo la poesia proprio perché sa parlare come la vita, ma siamo doppiamente commossi dalla vita che parla senza saperlo, proprio come la poesia». Cosa ne pensi di questa affermazione?
Mi trova in perfetta sintonia. La poesia è la fotografia in parole degli attimi straordinari che produciamo, o che ci arrivano sotto mille forme: un sorriso, un atto di generosità, la nascita di un bambino… bisogna però avere occhi e orecchie aperte, la stessa apertura che deve avere la mente: bisogna essere predisposti alla vita, e alla poesia che genera inconsapevolmente.
Eugenio Montale, ricevendo il Nobel per la Letteratura nel 1975, disse che la poesia è una delle forme di vita che più ci aiutano a rimanere umani[2]. Cosa ne pensi?
Una definizione impegnativa, importante. A me fa questo effetto, credo alla maggior parte di chi scrive, o legge, poesia. È una liberazione concludere un testo, esserne soddisfatti, una confessione, un pianto che purifica. E questo ci rende, sì, più umani.
Quando, secondo te, dentro una poesia c’è autenticità?
C’è autenticità quando scaturisce da una necessità interiore, quando non cerca di colpire, sorprendere, ma sintetizza l’occasione e lo stupore del veduto, del vissuto. Quando si è se stessi e non l’immagine che vogliamo dare di noi stessi.
Cosa ti immagini nei tuoi futuri progetti poetici?
Non penso a qualcosa di particolare. Continuerò a scrivere, fino a quando sarò in grado di farlo, in caso contrario racconterò la vita a voce. Pubblicherò altri libri? Probabile, lo spero, dipende dalla considerazione che un buon editore avrà dei miei testi. Mi piacerebbe però cimentarmi in qualcosa che ho sempre visto con timore, la prosa. Che è diversa, pur contenendo poesia secondo me, ma più impegnativa per le mie corde.
Massimo Botturi, “QUELLO CHE AMO DI TE”
Quello che amo dite lo sa la foglia
lo sa un uccello che chiama madre l’aria.
Quello che amo di te io l’ho bevuto: è il prato
è la domanda degli occhi al verde mare.
È la tua schiena che pare neve ai monti
una giornata di vento sopra il viso.
Quello che amo di te sono due spicci
le tasche con i buchi, un bel fazzoletto a fiori.
Quello che amo di te è questa camicia
il pantalone lungo sporcato di lavoro
le scarpe che ti gonfiano i piedi, e poi le vene
la rete azzurra, fitta, del sangue pescatore.
Quello che amo di te lo sa un bambino.
Lo sa la voce dell’albero, la pietra.
Lo sanno le tue dita di donna, dita bianche.
Quello che amo di te è che amo me.
[1] Parole di carta, Marsilio 2003 (finalista con un racconto in prosa).
Frutto acerbo, Otma editore, Milano 2003.
Musicalia. Liberodiscrivere editore, Genova 2006.
Il Melograno, Feaci editore ebook 2008.
Scena Madre. Otma editore, Milano 2009.
Il posto delle fragole, Genesi editrice, Torino 2012.
Libera, Genesi editrice, Torino 2023.
La terra silenziosa, ChiareVoci editore 2025.
[2] Cfr. E. Montale, “È ancora possibile la poesia?”, discorso alla premiazione Nobel 1975.

