Scarp de ’tenis, il mensile che riapre il tempo. Intervista a Stefano Lampertico

Anno 30, numero 300 © Scarpde’tenis

A cura di PAOLA NAVOTTI

 

C’è un tempo che non sfreccia all’impazzata, ma si ferma davanti alle persone, le accompagna, dà loro continuità, possibilità, riconoscimento. È il tempo di Scarp de’ tenis, mensile di strada a diffusione nazionale edito da Cooperativa Oltre, nonché progetto sociale ed editoriale sostenuto da Caritas Ambrosiana e Italiana. Con l’obiettivo di fare dell’informazione uno strumento concreto di inclusione, la rivista è venduta da persone senza dimora e da chi vive condizioni di disagio personale o di esclusione sociale. Ogni venditore è regolarmente contrattualizzato e trattiene una quota pattuita; oltre al fatto che l’editore si fa carico dei relativi costi fiscali e contributivi. Il ricavato annuo è interamente destinato all’accompagnamento sociale delle persone senza dimora. Per chi vende la rivista, si tratta di un compenso che vale molto più del suo importo: significa spesso riconquistare un’autostima smarrita, tornare a essere riconosciuto, rimettere in moto una possibilità per la propria vita. La vendita infatti è il primo passo di un percorso più ampio, che aiuta per esempio ad ottenere la residenza anagrafica (condizione indispensabile per accedere agli altri diritti di cittadinanza e ai servizi sociali territoriali); a cercare un lavoro e una casa; a ricostruire le relazioni familiari e sociali.

Marzo 2017© Scarpde’tenis

Ideata dal pubblicitario Pietro Greppi (che si ispirò alla canzone di Enzo Jannacci El portava i scarp del tennis), la rivista nasce a Milano nel 1994, ma fatica a stare in piedi. Nel 1996, viene rilevata da Caritas Ambrosiana che, grazie all’intuizione dell’allora direttore don Virginio Colmegna, rafforza la redazione e, soprattutto, dà avvio a una rete stabile di venditori. Da Milano a Torino e Napoli, poi a Genova, Vicenza, Rimini, Firenze, Catania e Palermo; fino ad assumere nel 2011 una dimensione nazionale. La qualità giornalistica e il valore sociale della rivista hanno ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui due dei più importanti premi giornalistici italiani: il “Premiolino” nel 2015 e il “Premio internazionale Biagio Agnes” nel 2017. Dal 2014, anno in cui il Comune di Milano ha conferito il celebre Ambrogino, direttore responsabile è Stefano Lampertico: milanese, classe 1967, laureato in Economia Aziendale alla Bocconi, è anche tra i conduttori di Prima Pagina su Radio3 Rai e recentissimamente autore del podcast Sconfitti. Sul filo di lana.
Nel 2016 – in seguito all’intervista esclusiva da lui realizzata a Papa Francesco – l’International Network of Street Papers assegnò a Scarp lo Special News Service Award. In quell’occasione il Papa disse: «E? molto faticoso mettersi nelle scarpe degli altri, perché? spesso siamo schiavi del nostro egoismo». A tale fatica la rivista non si è mai sottratta.

 

Direttore, cosa significa oggi (in un mondo che non legge quasi più, tanto meno su carta) fare un giornale di strada?
Significa “fare il miracolo italiano” e soprattutto credere che tale miracolo sia possibile. Ci ha creduto Don Virginio Colmegna e oggi, per la sua capacità visionaria, 120 persone senza dimora riescono a vivere anche grazie alla rivista. La sfida di un giornale di strada come Scarp non è da poco: innanzitutto perché siamo ormai abituati a una lettura sempre più veloce, sempre più modulata dagli scroll sui social; l’età media inoltre avanza e, con essa, diminuisce l’approccio agli strumenti cartacei; infine diminuisce il numero delle persone che vanno la domenica a Messa, dove il nostro giornale è per lo più venduto. Insomma, il futuro non è in discesa. Tuttavia, io credo ci sarà sempre il desiderio di condividere un progetto sociale e di approfondirne i relativi contenuti: su tale desiderio noi vogliamo continuare a stare, provando certamente a capire come potenziare la nostra presenza digitale. Ad oggi, tra cartaceo e digitale, abbiamo circa 1000 abbonati. Pensando al nostro futuro, io credo che le direttrici rimangano quelle da cui siamo nati: tenere sempre alta l’attenzione su quello che succede nel mondo ma che non viene raccontato dai grandi media; e offrire un prodotto di qualità che aiuti ad apprezzare l’originalità della nostra narrazione. Penso per esempio alla ricercatezza grafica delle nostre pagine; o all’impatto delle immagini di copertina grazie alla speciale collaborazione con l’agenzia Reuters. Penso ai colleghi giornalisti più noti che da molti anni scrivono per noi come volontari: Piero Colaprico, Giangiacomo Schiavi, Michele Serra, Carlo Verdelli, solo per fare qualche nome. Tutti costoro hanno sposato la causa: tendere concretamente una mano a chi non ha una casa, senza limitarsi all’elemosina. A sposare la causa sono innanzitutto le persone che comprano la rivista e che frequentemente danno ai nostri venditori più del costo di copertina: tale generosità si aggiunge al compenso pattuito. Questo è certamente il nostro must, per il quale distribuiamo circa 123 mila copie all’anno, di cui 96 mila vendute su strada.

 

© Scarpde’tenis

Come funziona la vendita di Scarp?
È organizzata dalle nostre “redazioni di strada”: 36 a Milano, 15 nella Diocesi Ambrosiana, 50 in tutta Italia. I venditori – proposti dai servizi sociali e dai centri di ascolto (perché per poter gestire il denaro devono aver superato la fase più difficile del proprio disagio) – ogni giovedì ritirano le copie della rivista e la domenica le vendono nella chiesa o nella piazza indicati dalle redazioni di strada. Lunedì restituiscono le copie che non hanno venduto e l’incasso: somme anche ingenti che, a parte qualche raro episodio, vengono debitamente consegnate. Fiscalmente certificato, tale compenso permette ai venditori di accedere alle case popolari, oltre a riconquistare quell’autostima che sembrava irrimediabilmente perduta. Le venditrici donne di Scarp sono il 15% del totale dei venditori: ciò corrisponde ai dati nazionali, che nelle persone di sesso femminile registrano una maggiore capacità di tenere relazioni e quindi di evitare le forme più gravi di emarginazione, tra cui quella della vita in strada.

 

S.Lampertico (a sinistra) con Michele Serra © Scarpde’tenis

Dal 2020 la rivista affida periodicamente un numero speciale a una firma prestigiosa del giornalismo italiano. Tutti a titolo volontario. Ci puoi raccontare qualche episodio…?
Anche questa iniziativa ha lo scopo di implementare sempre più l’attenzione sullo scopo sociale del nostro giornale. A tutte le grandi firme che accettano di dirigere un numero di Scarp, io sono molto riconoscente perché a titolo gratuito condividono non solo il bagaglio di esperienza maturata nei più importanti giornali italiani, ma anche quelle relazioni che ci consentono di aumentare la nostra visibilità. Penso per esempio a quando, ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa[1], Michele Serra ha definito come apice della propria carriera l’esperienza di direttore straordinario del numero 300 di Scarp (pubblicato a maggio 2026).

 

Nel 2025 sono state distribuite oltre 120 mila copie di Scarp in tutta Italia: un dato significativo trattandosi di vendita diretta e di una rete sociale di distribuzione. Quale futuro ha, secondo te, il giornalismo di strada?
Un futuro che rimarrà complicato perché il nostro non è solo un prodotto di nicchia, ma si deve anche misurare con le sfide editoriali che hanno tutte le testate, anche le più diffuse: innanzitutto agganciare maggiormente i giovani, imparare a “tradursi” sui social, migliorare le edizioni digitali. A Vancouver – grazie a un grant della fondazione filantropica canadese Central City Foundation – il giornale di strada Megaphone ha sviluppato nel 2016 una app per pagare i venditori senza contanti; tale app è stata poi resa open source per favorirne il riuso da parte di altri giornali di strada. Ecco, ciò per dire che in formule come questa io credo stia il futuro dei giornali di strada.

 

Quello di Scarp è un giornalismo di prossimità, capace di cambiare non solo chi viene raccontato, ma anche chi racconta. Tu come sei cambiato da quando dirigi questa rivista?
Nella redazione di Scarp ho fatto addirittura il servizio civile: all’epoca la rivista era agli inizi e non potevo immaginare quanto a lungo sarebbe durata; tuttavia, per me rappresentava un ambito lavorativo molto più affascinante di quello di una multinazionale. Oggi, seguendo per lo più i modelli social, la maggior parte dei ragazzi ha l’obiettivo di fare tanti soldi e lavorare in un giornale di strada non risulta funzionale a tale scopo. Quello che a mio avviso è cambiato dai miei tempi ad oggi non è il desiderio dei soldi, cioè di una autonomia economica, ma la priorità di certi ideali. Sensibilità umana, moderazione, mentalità sussidiaria, responsabilità civile. Nel tenere vive queste fiamme io mi sento innanzitutto cambiato.

 

Diverse redazioni locali di Scarp propongono ai venditori anche corsi di alfabetizzazione, apprendimento della lingua italiana, uso del computer, laboratori di scrittura: quanti sono tutti questi volontari?
Moltissimi. Solo a Napoli ci sono 10 laboratori di scrittura organizzati a titolo di volontariato e che portano anche alla redazione di poesie e testi biografici che la redazione locale frequentemente decide di ospitare. Pensando al contesto sociale e professionale spesso difficile di Napoli, si tratta di occasioni a dir poco preziose.

 

©iStock.com/K. Bialasiewicz

Per chi vive ai margini, il tempo spesso non “corre” verso un obiettivo (un progetto, un’ambizione), ma “scorre” nell’attesa, nella solitudine, nella sospensione. Da un punto di vista giornalistico ti chiedo: come si fa a raccontare un tempo fermo…?
Nelle persone senza dimora la sofferenza più pesante non viene dalla situazione economica, ma da una solitudine così continuamente vissuta da far sentire come trasparenti: né riconosciuti, né ascoltati. Senza un luogo stabile dove poter esprimere desideri, aspettative, domande; dove poter coltivare una relazione, uno sguardo di bene. Senza tutto ciò, il tempo è totalmente determinato dall’attesa: l’attesa di qualcuno che guardi, ascolti, tenda una mano, aiuti in un bisogno. E così, soprattutto quando tale attesa rimane a mani vuote, le giornate sembrano infinite. Mentre le nostre corrono in un lampo da un impegno ad un altro.

 

Quando vedo in azione i venditori di Scarp, mi sembra infatti che propongano non appena di comprare un numero, ma di fermarsi davanti a loro, fare due chiacchiere. Ma la maggior parte della gente spesso dà la moneta e scappa via. Perché secondo te è così difficile fermarsi?
Perché queste persone sono come fantasmi. Il nostro inconscio cioè ci convince che i problemi che loro devono affrontare sono irrisolvibili e, quindi, è meglio per noi se li teniamo lontani: per evitare di soffrire, di aver paura. Basta un refolo di vento, a volte, per finire in strada: la rottura di una relazione, una spesa economica improvvisa, un lutto, mille altre situazioni sotto cui la vita sembra soccombere. Tutto questo ci fa paura. Ma non è allontanando alla vista il problema che lo risolviamo, o ci liberiamo dalla paura. Anzi. Papa Francesco – decidendo per esempio di aprire il porticato di piazza san Pietro alle persone senza dimora – ha dato un grande segnale da questo punto di vista: ha messo cioè in luce tutti quegli individui verso i quali la politica si interessa molto poco. In effetti, le persone senza dimora non votano…

 

[1] Puntata di Che tempo che fa del 26 aprile 2026, canale NOVE.

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