La Vita e le vite

Resta fuori scena il nucleo centrale della riproduzione assistita e non: il suo rapporto con la relazione pubblica e privata fra i sessi e il conflitto fra gli uomini e le donne intorno ad essa

Il 19 febbraio 2004, il Parlamento Italiano ha approvato la legge 40 che regola le “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” con l’intento dichiarato di limitare il ricorso alle tecnologie riproduttive e ricondurle al modello tradizionale della relazione di coppia e di filiazione. La definizione di regole e tutele sanitarie è stata invece rinviata dalla legge ad apposita Commissione insediata presso l’Istituto Superiore di Sanità il 4 marzo: composta da tre donne e diciannove uomini, essa ha elaborato in tutta segretezza le linee-guida applicative della legge, pubblicate a settembre sulla Gazzetta Ufficiale.

Perno apparente dell’impianto legislativo è l’attribuzione di diritti all’embrione, che acquista così, in omaggio al magistero ecclesiastico, lo statuto di persona, in relazione di parità con “gli altri soggetti coinvolti”, la coppia che ne ha voluto e permesso la creazione (art 1). Da questa premessa derivano proibizioni e limiti tali da produrre, in sostanza, una svalutazione della procreazione assistita, delle persone che vi ricorrono (cui per legge va segnalata l’alternativa dell’adozione) e forse senza volerlo di chi nasce da procreazione assistita, ormai in Italia l’1,5-2% dei nuovi nati, quasi un bambino per classe scolastica.

L’impostazione papista e la scarsa applicabilità della legge (già oggetto di ricorsi e di elusione grazie a dependance in territorio straniero dei centri per la procreazione assistita) e la ferocia di alcuni passaggi (se una coppia è a rischio di malattie genetiche può ricorrere all’aborto dopo, ma non selezionare gli embrioni prima dell’impianto) ha evocato un’opposizione diffusa, ma spesso appiattita sulla difesa della libertà individuale e della ricerca scientifica senza alcun confronto sul contenuto dell’una e dell’altra.

Quello che vorrei dimostrare è che la complessità e le ricadute collettive delle tecnologie riproduttive mal si prestano alle polarizzazioni che sono diventate invece la chiave di lettura di questa materia. La rappresentazione pubblica di questa vicenda infatti insiste sullo scontro laici-cattolici o – più sottilmente – su visioni contrapposte di un femminile astratto, fuori dalla storia. La prima è ben nota: la sacralità della vita, il cui inizio si pretende scientificamente
provato al momento della fecondazione, viene opposta alla valenza progressista della scienza, quale che sia. La seconda vuole le donne vittime di procedure mediche aggressive, che questa legge aggrava, oppure prigioniere del proprio desiderio, incapaci di vagliarlo, a rischio di restare intrappolate nelle promesse delle tecnologie, dunque e comunque bisognose di tutela.

Resta così fuori scena il nucleo centrale della riproduzione, assistita e non: il suo rapporto con la relazione, pubblica e privata, fra i sessi e il conflitto fra gli uomini e le donne intorno ad essa. Se infatti la legge si propone di ridare lustro alla famiglia convenzionale, fondata sul matrimonio, l’eterosessualità, i legami di sangue (proibisce infatti l’accesso alle tecniche di donne single e lesbiche, e la fecondazione con gameti1 esterni alla coppia), chi vi si oppone fatica a riconoscere che su questi temi esiste un pensiero di donne2. L’unica cultura altra riconosciuta, anche da parte della sinistra, è quella cattolica.

Eppure fu la pratica femminista di riflessione e di movimento che negli anni ’70 permise la vittoria contro i referendum abrogativi delle leggi che legalizzavano l’interruzione volontaria di gravidanza (la 194) e il divorzio e che permise un uso liberale della 194, che pure subordina formalmente l’aborto all’autorizzazione di un medico o del giudice tutelare per le minorenni. La generazione, la mia, che si è mossa per sottrarre la sessualità alla fecondità, per liberare la sessualità dall’impronta del desiderio maschile, che ha visto l’emergere pubblico dell’omosessualità femminile, si è fermata allora sulla soglia dell’esperienza concreta che avvìa la maternità: la gravidanza, il parto, l’accudimento, il gioco delle somiglianze; forse semplicemente per questioni anagrafiche. Dopo tanto materno simbolico, la procreazione assistita ci ha costretto a ripensare all’esperienza concreta della maternità e al suo desiderio e a confrontarci con chi, oggi in età riproduttiva, si chiede piuttosto se e quando potrà avere un figlio, come concilierà il lavoro e la maternità, se esistano uomini che sappiano essere buoni amanti e buoni padri, se riuscirà a condividere con un uomo quel ruolo su cui molte donne hanno costruito il loro potere, per quanto subordinato.

Forse non per caso le tecnologie riproduttive si sono sviluppate e diffuse in questi anni di grande cambiamento delle donne e per le donne: la prima nascita da fecondazione in vitro è del 1978, la sua diffusione su scala planetaria è degli anni ’80, i primi passi della diagnosi genetica pre-impianto degli anni 90, la prima nascita da clonazione (di un mammifero, la famosa pecora Dolly) del 1996. A complicare la storia, nel 1998 viene messa a punto (e utilmente brevettata) la prima linea di cellule staminali embrionali, ricavate da embrioni non più richiesti a fini riproduttivi.

Nel giro di 20 anni la ricerca scientifica ha promosso quel che “avanza” dalle tecnologie riproduttive a prezioso sistema biologico che promette la riparazione di organi malati o addirittura l’espansione della loro potenzialità: è la “medicina rigenerativa”, che già nel nome evoca inquietudini e fantasie di ri-nascite e di immortalità. E al giro di affari degli studi medici o dei laboratori privati per la procreazione assistita si è aggiunto il profitto di potenti istituti privati di ricerca.

“Tutti pazzi per l’embrione” (Lella Costa)

L’embrione in biologia è l’organismo che si sviluppa a partire da un ovocita fecondato, un processo che ha goduto, fino a pochi decenni fa, della protezione del corpo femminile. Dagli anni ‘60 del secolo scorso, esso può essere prodotto anche in vitro: gli ovociti, prelevati con tecnica di necessità invasiva, vengono fecondati in una sorta di piattino3 per contatto diretto con gli spermatozoi o per iniezione del singolo spermatozoo4. Gli ovociti sono disponibili in numero limitato: uno al mese nel ciclo naturale, non più di una dozzina dopo la stimolazione ormonale, procedura non priva di effetti avversi (gravi nell’1-2% dei casi). Il tasso di fecondazione degli ovociti è del 60-70%, ma la variabilità è molto alta, da 0 a 100%. Il processo di fecondazione si completa in circa 18 ore e 12 ore dopo gli ovociti fecondati iniziano a dividersi; a 48-72 ore dal prelievo ovocitario gli embrioni, formati da 4-8 cellule, sono pronti per il trasferimento in utero. Da uno a tre embrioni vengono trasferiti mentre gli altri possono essere crioconservati e utilizzati in caso di fallimento del primo tentativo.

Già da questa descrizione schematica della procreazione medicalmente assistita si può intuire quanto essa sia impegnativa per le donne e quanto sia insostenibile l’obbligo previsto dalla legge di produrre non più di tre embrioni e di trasferirli tutti e subito: l’art 14 infatti ne proibisce la crioconservazione. Queste regole possono ridurre il successo delle tecniche riproduttive del 30-60% ma soprattutto rendono necessaria la ripetizione della stimolazione ormonale e del prelievo ovocitario in caso di fallimento del primo ciclo. Evenienza tutt’altro che rara: sulla base dei dati forniti al Registro Europeo dei concepimenti in vitro5 in Italia almeno ventimila donne nel 2000 si sono sottoposte a un ciclo di fecondazione in vitro; di queste 3.350, circa 17 donne su 100 che hanno iniziato il ciclo, sono riuscite ad avere uno o più figli6, un tasso di successo piuttosto basso, che può migliorare se a un primo ciclo ne segue un secondo o un terzo per avviare i quali non è necessario, se gli embrioni vengono congelati, ripetere la stimolazione ormonale e il prelievo ovocitario.

Questa legge dunque aggiunge il danno alla beffa: se già nel campo della salute riproduttiva i rischi vengono più facilmente riconosciuti dopo che valutati prima, questa legge non tiene nemmeno in conto le evidenze scientifiche maturate nel frattempo e non esita ad aumentare i rischi per le donne e a ridurre il successo delle tecniche pur di tutelare l’embrione.

Già, ma cos’è un embrione?

L’esperienza femminile della gravidanza ne definisce la natura in rapporto alla libera assunzione di responsabilità: inizio di una vita che si dichiarerà al momento della nascita, oggetto di perdita o rifiuto nel caso di un’interruzione spontanea o voluta. Grazie alle tecnologie che ne permettono la creazione in vitro e la conservazione nel tempo in stato di “sospensione vitale”, svincolato dal corpo materno, esso appare invece dotato di un’autonomia che non ha, indipendente dalle persone e dai loro affetti, indifferente alla differenza fra i sessi. In questo spazio si inserisce il legislatore svilendo l’esperienza femminile della gravidanza fino a dichiarare l’embrione soggetto di diritto e richiamare per le donne il ruolo di contenitore di una vita inaugurata da altri: uomo o dio. Un Parlamento composto al 90% da uomini ha pensato così di surrogare il ruolo maritale un tempo esercitato nel privato delle mura domestiche, secondo codici felicemente in crisi (anche se purtroppo non scomparsi) lasciando intuire il timore arcaico, e forse l’invidia, per il potere femminile di generare, o di non generare.

Indubbiamente la frammentazione in unità elementari del processo riproduttivo permette spostamenti e ricomposizioni prima impensabili o relegate nell’immaginario: è il caso della procreazione assistita con gamete esterno alla coppia o del partner defunto, della maternità surrogata, del trasferimento in utero di embrioni dopo la morte di un componente della coppia, delle fecondazioni per donne sole o lesbiche con gameti di donatori anonimi; o dei gemelli di colore nati da una coppia bianca. La proibizione di ricorrere alle tecnologie riproduttive per un risultato che può essere ottenuto per via sessuale, oltre a suonare vagamente punitivo, non produrrà sostanziali riduzioni di queste nascite (già numericamente ridotte) ma favorirà la clandestinità delle pratiche e il segreto sul ricorso ad esse. Senza libertà sarà difficile elaborare i cambiamenti delle relazioni parentali, che le donne hanno avviato e che la fecondazione in vitro ha amplificato o scorgerne le contraddizioni: se la procreazione assistita si è alimentata del desiderio di un figlio geneticamente e biologicamente “proprio”, scelta ed errori imprevisti hanno intaccato le radici dell’identità fondata sui vincoli di sangue; se la procreazione assistita sembra tradurre in realtà la fantasia di un figlio generato da sé, bisognerà chiedersi chi o cosa occuperà lo spazio lasciato vuoto dal padre, quello vero, in carne e ossa.

“La vita di cui parla la scienza non è mai la vita che io vivo” (Luce Irigaray)

Alla “materia prima” della riproduzione – gli ovociti, gli spermatozoi, gli embrioni – la scienza ha rivolto la sua attenzione non da ora, ma dagli anni settanta la disponibilità di questo materiale, non più richiesto a fini riproduttivi, ha dato vigore e sostanza al desiderio di svelare il segreto dell’origine
della vita, e forse di separarla dalla necessità di un corpo di donna e delle sue scelte. Nel 1998 dagli embrioni in eccesso, non più richiesti per la procreazione, sono state derivate le cellule staminali embrionali, che possono essere indotte a diventare un qualsivoglia tipo cellulare: del cuore, del cervello, del sangue… Si è potuto pensare così di usarle per guarire organi e tessuti malati o danneggiati o per favorire i processi di guarigione spontanea, inaugurando così un nesso fra tecnologie riproduttive e nuove opportunità terapeutiche.

Allo stesso “materiale” si guarda con occhi strabici, con la pretesa di imporre regole se attiene al desiderio femminile di un figlio, ma di usarlo liberamente se può migliorare o salvare vite compromesse da gravi malattie.

Ancora una volta le facili certezze della razionalità scientifica e dell’appartenenza religiosa – l’embrione interessante materiale biologico per gli uni, portatore di “vita umana pienamente individuale”7 per gli altri – non aiutano le donne o le coppie a vedere e ad assumere le responsabilità di quel che resta del loro desiderio, né la collettività a interrogarsi su quale e quanta vita si possa salvare grazie ai nuovi strumenti terapeutici. L’assenza di trasparenza nelle decisioni e il riferimento a valori non condivisi non solo impediscono la crescita collettiva su questi temi ma anche la formulazione della domanda centrale, che riguarda non solo la procreazione assistita ma più in generale il ricorso alle tecnologie in campo medico: con quali strumenti e in base a quali criteri si possono definire limiti nel ricorso alle tecnologie e nella ricerca scientifica.

Alcuni valori possono essere assunti per guidarci, uomini e donne, su questo incerto terreno: la libertà e l’equità, per cominciare.

Della libertà individuale va riconosciuta l’irriducibilità quando riguarda la vita della persona e la differente espressione che essa assume per un uomo e una donna, ma va ripensata quando tocca i legami fra individuo e società. Dai trapianti d’organo alle cellule staminali, la ricerca scientifica in campo medico privilegia i corpi come fonte di nuove prassi terapeutiche, col rischio di una deriva mercantile, quando non predatoria: se il mercato degli organi è ancora illegale in tutti i paesi, la compravendita dei gameti e degli embrioni e la maternità surrogata dietro compenso sono legittime in alcuni paesi e quindi, nei fatti, accessibili in questa forma a chi se lo può permettere; le linee di cellule staminali embrionali utilizzabili per scopi terapeutici sono poche e per lo più di proprietà di compagnie americane, cui i ricercatori italiani potranno rivolgersi per l’acquisto8; la recente “clonazione terapeutica” di embrioni umani realizzata da un’équipe sud-coreana ha avuto bisogno di 16 donne che hanno donato 242 ovociti, per produrre una sola linea di cellule staminali embrionali; la selezione embrionaria, condivisibile per evitare la nascita di bambini affetti da gravi malattie genetiche, è già stata utilizzata per decidere il sesso del nascituro. Bastano pochi esempi per documentare i rischi della vicinanza fra la libertà individuale, fragile se astratta dal suo contesto, e il liberismo delle multinazionali; fra selezione “a fin di bene” ed eugenetica.

Resta difficile tuttavia richiamare responsabilità e limiti mentre il ministro Sirchia dispone il sequestro e il trasferimento degli embrioni congelati e non più richiesti per il trasferimento in utero in un’unica sede senza il consenso di chi ne aveva permesso la creazione: un sequestro delle responsabilità di chi può e deve assumerla, una violazione della “Convenzione europea per i diritti umani e la biomedicina”.

Si potrebbe riassumere questa mossa nello slogan: la Vita contro le vite, la vita astratta dai valori e dagli affetti che pure ne sono la premessa contro le vite reali di chi fatica ad avere un figlio, o è a rischio di averne uno malato o è abbastanza povero da considerare la vendita di parti del proprio corpo. Perché la legge o la scienza o il mercato non giungano ad appropriarsi di noi, tocca a ciascuno e alla collettività, alla politica si potrebbe dire, rivendicare la vita alle relazioni umane e arricchirla delle qualità che la rendono degna di essere vissuta.

Medico,

specializzata in neurologia Membro della Società Italiana di Neurologia

 

Note bibliografiche

1  I gameti sono le cellule destinate alla riproduzione: ovociti e spermatozoi. Il ricorso a gameti esterni alla coppia prende il nome improprio di “fecondazione eterologa”.

2  Si veda in questo numero della rivista la recensione al testo collettivo Un’appropriazione indebita, ultimo fra i molti scritti di donne su questo tema.

3  La capsula di Petri.

4 Nota anche come ICSI, IntraCytoplasmic Sperm Injection, cui si ricorre in caso di bassa concentrazione o scarsa vitalità degli spermatozoi.

5  Pubblicati sul numero di marzo 2004 di Human Reproduction (19: 490-503)

6  “Grazie” alla pratica di trasferire 2 o 3 embrioni, circa un quarto delle gravidanza da procreazione assistita sono gemellari.

7 Parere del Comitato Nazionale di Bioetica su “Identità e statuto dell’embrione umano”, 27 giugno 1996.

8  Il Comitato Nazionale di Bioetica nel parere su “Ricerche utilizzanti embrioni umani e cellule staminali”, dell’11 aprile 2003, si è dichiarato contro ogni tipo di ricerca che comporti la distruzione degli embrioni ma non contro l’acquisto delle cellule staminali embrionali prodotte da altri paesi.

9  Nota anche come “Convenzione di Oviedo” dalla città dove è stata sottoscritta nel 1997, recepita dall’Italia nel 2001.

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