Pedagogia interculturale e mediazione culturale

Un’esperienza di ricerca-formazione a Brescia

Il progetto

Le istituzioni e i servizi spesso hanno considerato, in una fase iniziale, l’immigrazione come una categoria problematica, ma se l’immigrazione è solo da ritenersi un problema si esclude ogni possibilità di considerare gli aspetti di arricchimento che invece dovrebbe comportare per il Paese di accoglienza.

Per favorire questo processo è indispensabile “fare dei tentativi per esplorare la diversità in modo autentico”1; dunque, per promuovere il dialogo ed il confronto, le operatrici e gli operatori della mediazione culturale hanno un importante ruolo da svolgere e la necessità della mediazione culturale appare come una possibile strategia di riconoscimento di alcuni diritti negati. La scelta (sociale, culturale, pedagogica, politica…) di inserire  figure di mediatrici o di mediatori culturali nei servizi, significa considerare il fenomeno migratorio anche come irreversibile e permanente permettendo la sperimentazione di nuovi modelli di intervento in una prospettiva che non si limita all’idea di inclusione ma soprattutto di riconoscimento delle differenze. Grazie ai finanziamenti dei corsi di formazione del Fondo Sociale Europeo e agli interventi della L. 40 del 1998, l’inserimento di mediatrici o mediatori culturali si sta estendendo a diversi enti e realtà anche del centro e del sud2.

La mediazione culturale è da ritenersi utile e necessaria nell’incontro tra popolazioni di lingua e costumi diversi perché consente di:

  • facilitare la comunicazione tra le persone e tra le minoranze culturali e le istituzioni, permettendo la reciproca comprensione dei codici culturali;
  • sostenere condizioni di pari accesso e diritti per le minoranze etniche;
  • favorire lo scambio e la trasformazione di pratiche e costumi;
  • sostenere l’inserimento e i processi d’integrazione della popolazione immigrata3.

Nel percorso verso un’integrazione che miri ad un vero rispetto delle diversità,  il ruolo delle donne è decisivo e fondamentale. Anche se la loro visibilità è molto bassa4, sono le donne che nella famiglia assumono il ruolo di trait-d’union, di mediazione tra le culture, quella d’origine e familiare e quella del paese d’accoglienza. Sono proprio le donne le figure da coinvolgere e a cui affidarsi per progettare interventi per la mediazione e l’integrazione. Sono loro le partner educative fondamentali: “le figure chiave di mediazioni tra mondi e culture, con le quali stabilire traguardi comuni e ambiti di negoziazione sul presente ed il futuro”5.

Sono le donne che, spesso, per rispondere ai bisogni dei bambini, al di là delle posizioni ideologiche e delle paure degli uomini, si fanno promotrici di un processo di integrazione che sollecita, attraverso i nuovi bisogni, istituzioni, professioniste e professionisti autoctoni.

Sono le donne inoltre, anche quando la migrazione è una scelta individuale, che vedono nella permanenza nel nostro paese un’occasione per rimettere in questione la definizione dei ruoli maschili e femminili.

Le donne sono le attrici e le protagoniste principali di una professione sempre più necessaria ma dai confini ancora in definizione.

Il progetto “Il bagaglio invisibile”, corso di formazione per donne mediatrici nei servizi con alto livello di specializzazione, promosso dalla Confcooperative, nell’ambito del Progetto Equal ASSIST (Strategie Integrate per l’accesso Qualificato al Lavoro) e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, è stato finanziato dalla regione Lombardia e organizzato dal C.F.P “U. Foscolo” di Brescia e e dal Fondo Sociale Europeo.

Il percorso formativo è stato supervisionato dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca, Corso di Laurea in Scienze dell’Educazione, cattedra di Pedagogia Interculturale, al fine del rilascio di una certificazione di competenza da affiancare all’attestazione finale.

Gli obiettivi del corso sono stati pensati considerando la mediazione culturale come pratica sociale oltre che professionale:

  • attivare in ogni donna partecipante un processo di autocoscienza di sé e della scoperta della propria forza femminile;
  • sostenere il proprio orientamento di apertura agli altri, alle situazioni, sviluppando la capacità di attenzione e di lettura dei segni verbali e non verbali che passano nello scambio interpersonale e imparando a riconoscere e ad approfondire personalmente i problemi, a misurarsi con le diverse situazioni, scegliendo le risposte pratiche più adeguate e coerenti con le sensibilità in gioco.

Il progetto si è configurato come un percorso di formazione-ricerca che ha trasformato, mettendola al centro del lavoro comune, l’esperienza di ciascuna donna, il suo sapere e saper fare spontaneamente da ponte tra la cultura d’origine e le culture, affinché questa sapienza pratica divenga ricchezza fruibile dalla comunità sociale e scientifica.

Il percorso formativo si è proposto di rendere ciascuna partecipante consapevole del proprio rapporto con la cultura d’origine, nelle sue differenti espressioni e tradizioni e di promuovere, nello scambio collettivo, la riappropriazione e valorizzazione della complessa e differenziata esperienza soggettiva, come fonte di sapere per sé e per gli altri.

I laboratori di ricerca hanno avuto come obiettivo specifico l’arricchimento e l’autocoscienza linguistica, mediante il confronto fra differenti lingue d’origine, la messa in comune e la comprensione dei diversi modelli culturali di riferimento.

Contestualmente, essendo un luogo di scambio tra donne native e straniere, l’attività laboratoriale ha teso a far nascere e/o rafforzare relazioni d’amicizia, scambi e forme di aiuto nella vita, legami solidali e frequentazioni che possono valorizzare le diverse manifestazioni della creatività femminile nella risposta ai bisogni materiali e spirituali dell’esistenza.

Il corso si è rivolto a 30 donne straniere, occupate o disoccupate, con buona conoscenza della lingua italiana parlata e scritta, in possesso di un livello di istruzione superiore e di regolare permesso di soggiorno e si è articolato in diverse fasi di lavoro di differente durata.

Prima fase – Laboratorio di lettura/scrittura/narrazione. Esperienze di vita in laboratorio attraverso letture, narrazioni auto/biografiche e racconti d’esperienze.

Seconda fase – Approfondimenti tematici (incontri seminariali).

Terza fase – costituita da:

  • tirocinio sul campo con specializzazioni a scelta nei settori sanitario, educativo, della relazione e del diritto;
  • stesura e preparazione dell’elaborato finale con supervisione del lavoro e incontri periodici da parte di un docente con ruolo di tutor.

Si è prestata attenzione, nel complesso, non solo al “raccontare” ma anche all’importanza della lingua materna, al senso del corpo e al lavorare con alcune istituzioni (tribunali, questure, ospedali, uffici stranieri, scuole ecc.).

L’asse portante della metodologia è stata la pratica dell’inter-culturalità, uno scambio tra culture, processi di conoscenze e sensibilità differenti, tra sapere formalizzato e sapere informale, tra chi insegna e chi apprende.

Questo scambio non azzera le diverse competenze, ma trasforma in ogni momento la didattica in ricerca, valorizza l’oralità e la narrazione come punto di partenza al quale ancorare l’elaborazione stessa del sapere. Si è cercato di costruire un luogo in cui era possibile avviare un confronto fra donne sulle immagini interiorizzate di sé e dell’altra, sui modelli culturali, sull’idea di società e di convivenza fra donne a partire dall’esperienza personale.

Durante tutto il periodo di ricerca ho avuto il ruolo di “osservatore-partecipe”6 e non ho potuto fare a meno di “essere implicata nella realtà osservata”7. Mi sono sentita di appartenere ad uno spazio micropedagogico8, uno spazio-tempo entro il quale si realizza un intervento formativo che include un’attenzione per la progressiva scoperta delle componenti in gioco, delle loro connessioni,
delle regole che le sottendono e dei punti di vista dei soggetti che ad esso partecipano.

Ho cercato di esplorare i vissuti di donne in formazione con una storia di immigrazione alle spalle che già svolgono l’attività di mediatrice culturale oppure che la dovranno intraprendere. La ricerca è nata con la volontà di indagare e documentare una specifica esperienza di formazione alla mediazione culturale a partire dai racconti di quindici donne in formazione, al fine di trarre spunti di riflessioni riguardo al profilo di una figura professionale dai confini ancora da tracciare.

Le vite di queste donne sono vite in divenire, soggette a ulteriori discontinuità. Le storie che ho raccolto si configurano come ritratti9 che conquistano il loro diritto alla singolarità opponendosi alla generalità; esse si mostrano come affermazione di un percorso esistenziale unico e irrepetibile e richiedono rispetto e ammirazione.

Le storie di vita.

La maggior parte delle donne racconta la propria storia a partire dall’arrivo in Italia e dalle difficoltà incontrate come donne e come immigrate. A tal proposito mi sembra particolarmente significativa una poesia10, scritta da una donna Ucraina, che ben rappresenta questa situazione:

Ogni sera, figlia mia, guarda dalla finestra,

lì nel cielo brilla la prima stellina.

Sai, bambina mia cara, mio sole chiaro

io guardo sempre quella stellina.

La guardo e piango, con lei parlo,

con lei parlo e la prego:

“Stella-stellina, cara sorellina,

accarezza la mia bambina, lì, nell’Ucraina.

Accarezzala per me, abbracciala al posto mio,

sono nel paese straniero, non posso io”.

Dalle parole delle intervistate si percepisce un forte, profondo e indissolubile legame con il paese d’origine, che rimanda a una dimensione fondamentale presente nella transizione all’età adulta e individuabile nella nostalgia.

La nostalgia è il sentimento del dolore per il distacco dalla propria patria, dai propri affetti, dal terreno noto e rassicurante dell’appartenenza a un sé e a un noi. I racconti possono essere letti tenendo presente questa componente esistenziale:

Volevo continuare i miei studi all’estero, quindi sono venuta in Italia perché mio fratello era qui. […] Mi sono laureata, poi cercando lavoro, ho conosciuto mio marito e ci siamo sposati. Quando mi sono laureata ho cercato lavoro ma non ho trovato, perché chi aveva bisogno mi ha detto chiaro e tondo: “se togli il velo ti assumo”.

No io non farò, questa è una cosa in cui ci tengo e credo. Io ho studiato, ho cervello, ho tutto nella mia testa…non c’entra il velo, non è perché porto il velo che non so e se non lo porto allora so. [A. Libano]

Io sono Fatima di origine marocchina al cento per cento, sono dieci anni che sono Italia […] ho sempre desiderato di non stare in Marocco non per problemi economici, perché economicamente stavo meglio che qua, avevo una casa grande sul mare, un bel lavoro, però la libertà…proprio io, di donna. Sono venuta qua e ho trovato un altro mondo, non come me lo immaginavo. Io ero molto triste e ho avuto un’esperienza molto brutta perché arrivando in un paese molto piccolo, una casa bruttissima, un marito che non si fida di te e ti chiude in casa, ti tiene chiusa a chiave…poi ho preso la decisione di lasciarlo e separarmi da lui, ho ricominciato tutto da zero. Ho trovato tante difficoltà. [F. Marocco]

Molte donne, all’arrivo in Italia, conoscevano poco la lingua, pur riconoscendola come “strumento” necessario per comunicare con altre persone e per uscire dall’isolamento e dalla solitudine.

Quando sono arrivata la lingua è stata una grossa difficoltà. Con l’inglese ho conosciuto i primi amici però ero molto legata con i nostri compaesani. [H. Siria]

Prima non parlavo la lingua e in quella famiglia avevo dei grossi problemi e non ero soddisfatta di questa comunicazione. Ho fatto un anno e mezzo di questo lavoro, non ho potuto resistere, senza uscire dalla casa, senza vivere, senza parlare ed essere capita. [O. Ucraina]

Sono tornata a studiare per imparare l’italiano, perché così posso parlare con voi… [R. Brasile]

La non conoscenza della lingua italiana viene presentata, da una corsista in particolare, come un elemento che mette ulteriormente in evidenza il suo essere straniera, il peso delle differenze11 e non favorisce l’instaurarsi di relazioni comunicative con altre persone, tanto da farla sentire quasi “impotente” e da dover soffocare il desiderio di comunicare, e aprirsi all’altro.

Gli altri ti giudicano molto da come parli, da come ti esprimi se tu, per esempio, non ti esprimi correttamente in Italiano…come è successo a me, un insegnante si è messo a correggere i miei errori davanti a tutti,  l’altro non pensa cosa vuol dire parlare davanti ad altre persone in un’altra lingua che non è la tua. Questo bisogno di parlare, di raccontare quello che ho dentro e l’impossibilità di farlo…mi ha portato a cercare di conoscere altri polacchi, ma qui non ce ne sono molti, allora io ogni giorno chiamavo in Polonia i miei amici…perché con qualcuno dovevo parlare… [A. Polonia]

Dai racconti delle donne emerge quanto l’apprendimento della lingua del luogo favorisca l’inizio di un processo di conoscenza del territorio in cui si trovano a vivere e di nuove opportunità di socializzazione per sé e per i propri figli.

La scelta di “diventare mediatrice culturale”.

Con il procedere del loro inserimento nel contesto sociale, grazie anche all’apprendimento della lingua, le donne diventano parte attiva della nuova realtà in cui vivono. Matura in loro il desiderio di “aiutare” chi si trova in difficoltà come è stato per loro.

Significativa e rappresentativa di questo percorso di vita è la frase che mi ha detto una donna, con molta semplicità e convinzione:

E’ come se fosse stata una catena di eventi, come salire una scala, gradino dopo gradino, passo dopo passo… [O. Ucraina]

E’ quindi il desiderio di empowerment e non di advocacy12 che le spinge a “diventare mediatrici culturali”.

Un po’ per curiosità […] Anche con quello che ho passato…vivo in negativo, anche se gli altri non lo fanno apposta però ti segnano dentro… [H. Siria]

Credo che la mediatrice culturale la faccio per vocazione, se no perché quelli dell’uruguay mi hanno cercato. […] è giusto che io faccio questo… per aiutare, è il modo migliore… [D. Uruguay]

Anch’io quando sono arrivata ho avuto dei problemi […] e… perché non fare io da tramite e alleggerire quel distacco, quel muro fra la mia gente e il mondo italiano, cultura italiana. […] Voglio sentirmi utile e nello stesso tempo aiutare quelle persone… [A. Libano]

Faccio per amore, mi vedo dentro quella professione […] quando sono venuta nessuno mi ha aiutata, ora posso dare io aiuto…

[N. Thailandia]

Per altre, invece, è la possibilità di realizzarsi, in quanto donne e di proseguire e continuare attività già intraprese nel paese d’origine. Questo ha messo nuovamente in evidenza che le radici non vengono mai dimenticate: fanno parte di un bagaglio invisibile che costantemente portiamo con noi.

Per me stessa, per  fare qualcosa per me stessa, che serve, è una soddisfazione per me… [S. Camerun]

Posso uscire di casa e far qualcosa per me. Io ho cresciuto i miei figli e adesso penso che non hanno bisogno più di me come prima, voglio sentirmi utile anche per gli altri… [A. Libano]

Potevo sfruttare un po’ le mie competenze […] la mia formazione, il teatro, per esempio, mi aiuta molto per creare un rapporto, mi sentivo proprio adatta…

[V. Albania]

Ho pensato che era una possibilità per inserirmi anche con la mia laurea, visto quello che facevo prima… [R. Brasile]

Le testimonianze fanno emergere che spesso, alla base della scelta di “diventare mediatrice culturale”, c’è, sia l’idea di poter fare riferimento al proprio patrimonio esperienziale, maturato durante il percorso di immigrazione e al tempo stesso di offrire ad altri un sostegno, necessario per rendere meno difficoltosa la permanenza in un paese straniero. Essere mediatrice culturale si configura
anche come un’opportunità per l’accesso al mondo del lavoro, attraverso una professione che permette di non dimenticare il proprio percorso esperienziale.

Il significato di “essere mediatrice culturale”.

Un ponte tra due culture, due popoli, due persone, tra due diversi… [V. Albania]

Fare da guarnizione tra due parti rigide vicine… [O. Ucraina]

Un po’ come un magnete che avvicina le due culture che si incontrano e si incrociano in qualche modo […] Poi io sono orgogliosa della mia cultura […] mi piacerebbe proprio portarla avanti, presentarla, non dimenticarla […] è una possibilità di scambio… [A. Polonia]

Cambiare il mondo…c’è un avvicinamento delle culture ma senza perdere l’identità delle diverse culture, accettarle come fratelli e sorelle, una famiglia. Ognuno è diverso però c’è questa unità tra di loro… [S. Camerun]

Essere tramite di altri, anche tu condividi con loro certi problemi… [A. Libano]

E’ una forma di aiutare quelle persone che sono qua… [R. Brasile]

E’ come una solidarietà… [L. Uruguay]

Un passo avanti, una speranza per avvicinare, abbattere le differenze, per diminuire quel sentimento che tu sei diverso da me…[H. Siria]

E’ per me un ruolo in questa società che fino adesso non avevo trovato… [D. Uruguay]

Tutte queste “definizioni” e “immagini” che l’essere, il sentirsi mediatrice ha fatto scaturire nelle partecipanti ci fa comprendere quanto questa professione sia necessaria per avviare un processo di interazione autentico, nel rispetto delle proprie differenze all’interno di uno scambio fra culture.

L’obiettivo di questa professione viene percepito realmente dalle partecipanti al corso come ricerca di un “equilibrio che valorizzi entrambe le culture che entrano in gioco”13 e che, all’inizio, sembrano molto lontane tra loro. E’ quindi opportuno per una società veramente interculturale seguire quanto ha affermato Gadamer14: La varietà e la diversità sono “privilegi” della cultura europea, sono gli elementi caratterizzanti l’identità europea: appartenere ad essa consiste proprio nel non poter essere integralmente se stessi. Si tratta di tenere sotto controllo i propri personali preconcetti, la sfera egocentrica degli impulsi e degli interessi privati in modo che l’altro non diventi o non resti invisibile. […] Dobbiamo imparare a rispettare l’altro e l’alterità.

Collaboratrice e tutor presso la cattedra di Pedagogia Interculturale,

Università Milano-Bicocca

Bibliografia

1 L’espressione è ripresa da M. Giusti, che affronta la tematica della conoscenza reciproca a livello didattico degli universi culturali in vari testi. Si veda, per esempio: M.Giusti, Pedagogia interculturale. Teorie, metodologia., laboratori, Roma-Bari, Laterza, 2004 (in particolare la parte terza, dedicata ai laboratori).

2 B. Ducoli, Il processo d’inserimento dei mediatori culturali nei servizi pubblici, in A. Belpiede (a cura di), Mediazione culturale, Torino,2002 pag.19

3 A. Belpiede (a cura di), Mediazione culturale, Torino, 2002, pag.24

4 G. Bestetti (a cura di), Sguardi a confronto. Mediatrici culturali, operatrici dell’area materno infantile, donne immigrate, Milano, Franco Angeli, 2000, pag.10

5 G. Favaro, Un luogo di incontro e formazione per le donne immigrate, in Adultità, Milano, Guerini e associati, n.2 1995 , pag.124

6 Il ruolo che ho avuto non è stato  “casuale” ma legato alla preparazione della mia tesi di Laurea. Per la definizione del ruolo si veda: S. Mantovani (a cura di), La ricerca sul campo in educazione. I metodi qualitativi, Milano, Bruno Mondadori, 1998, pag.110

7 Vedi D. Demetrio, Micropedagogia. La ricerca qualitativa in educazione, Firenze, La Nuova Italia, 1992, pag. 20

8 D. Demetrio, Micropedagogia, cit., pag. 21

9 D. Demetrio, Crescita e cambiamento, in R. Massa e D. Demetrio (a cura di), Le vite normali. Una ricerca sulle storie di formazione dei giovani, Milano, Edizioni Unicopli, 1991, pag.32

10 Olha Vdovychenko (a cura di), Piccole ballate. Pensieri in forma poetica di donne ucraine, Brescia, Editrice La Rosa, 2003, pag.14

11 M. Giusti (a cura di), Ricerca interculturale e metodo autobiografico, Bambini e adulti immigrati: un progetto, molte storie, Milano, RCS/La Nuova Italia, 2001 (ristampa), pag.90

12 Il concetto di advocacy si distingue da quello di empowerment. Il primo comporta che qualcuno parli per conto di un altro, che lo rappresenti, dove e quando non può parlare per se stesso.  L’empowerment, invece, cerca di aiutare una persona a parlare per se stessa, ad aiutare se stessa utilizzando al meglio le informazioni ottenute e le strategie di intervento più efficaci. Aiuta il soggetto a raggiungere la maggiore autonomia possibile. Si veda: P. Johnson, E. Nigris, Le figure della mediazione culturale in contesti educativi, in E. Nigris (a cura di), Educazione interculturale, Milano, Bruno Mondadori, 1996, pag.388

13 M. Giusti, L’educazione interculturale nella scuola di base, Teorie, esperienze, narrazioni, Milano, RCS/La Nuova Italia, 2001, pag.175

14 H. G. Gadamer, L’eredità dell’Europa, citato in M. Giusti, L’educazione interculturale nella scuola di base, cit., pag.11

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