Sui generi e le generazioni in Internet

Un’ipotesi di “tripla presenza e di “educazione inversa”

Il dibattito contemporaneo

Le teorie femministe focalizzate sull’analisi del rapporto tra genere e tecnologie informatiche costituiscono una derivazione degli studi, di più consolidata tradizione, sul rapporto tra genere e scienza. A partire dalla nota affermazione di Francis Bacon, “sapere è potere” si diffondono, verso la seconda metà degli anni ottanta, numerosi lavori (C. Merchant, E. Fox Keller, S. Harding) che denunciano sul piano teorico-scientifico, oltre che su quello storico-empirico, il trattamento inappropriato delle questioni inerenti l’identità femminile: la secolare attribuzione di valori e ruoli sociali dicotomici – in base all’appartenenza biologica al sesso maschile o femminile – si traduce, anche in campo scientifico, in forme di gerarchica distribuzione e trattamento del sapere che colloca il genere femminile al fondo della piramide.

In seguito al diffondersi progressivo dell’uso del sistema di comunicazione telematica all’interno delle pratiche sociali, l’attenzione, fino ad allora appuntata soprattutto sul tema delle tecniche riproduttive, comincia a dislocarsi anche verso gli effetti che i nuovi canali di trasferimento del sapere hanno sull’appartenenza di genere e, inversamente, sulle influenze che l’appartenenza di genere esercita nell’orientare i comportamenti nel mondo informatico.

La più evidente trasformazione introdotta dall’uso del sistema telematico è dovuta al fatto che le interazioni on-line, in quanto mediate dal computer, si fondano su regole, simboli e canali comunicativi diversi da quelli implicati dalle interazioni faccia a faccia. L’assenza di riferimenti diretti ai significanti corporei durante lo scambio costituisce – secondo la prospettiva dominante degli studi del cyberfemminismo – un limite e una risorsa rispetto alle forme di comunicazione precedente. A partire dalla pubblicazione del noto saggio di Donna Haraway, Manifesto Cyborg, si sviluppa verso i primi anni novanta un dibattito tra le studiose del cyberfemminismo che attualmente si mostra principalmente attento a considerare il doppio versante del potenziale del mondo telematico: il cyberspazio può rappresentare un sito per la costruzione di identità alternative rispetto a quella maschile tradizionalmente dominante, oppure costituisce semplicemente un terreno di riproduzione di convenzioni e stereotipi di genere? (Wolmark, 2003).

Sadie Plant, una delle più ottimiste esponenti del cyberfemminismo inglese individua nelle web-based technologies un potenziale liberatorio per le donne, perché riscontra un’analogia strutturale tra le forme
di processamento elettronico delle informazioni e le possibili esperienze femminili. Il procedere distribuito e antigerarchico delle informazioni ripete il percorso mobile e fluido della formazione dell’identità femminile proposto dalla teoria di Irigaray: la costitutiva plasticità fisiologica e psicologica consente al soggetto femminile di muoversi e di trasformarsi, senza definite traiettorie, attraverso la facilitazione dei sistemi di reti distribuite del mondo informatico (Plant, 1999  2000). Ne deriva che la struttura distribuita delle connessioni telematiche consente alle donne di costruire attraverso Internet reti sociali prive di un’organizzazione gerarchica e centralizzata e di creare, quindi, differenti forme di comunità sociali.

Estremamente più cauta è la posizione di Alluquére Rosanne Stone secondo cui il potenziale liberatorio della rete va ridimensionato. Siccome la comunicazione in rete si fonda prevalentemente sul testo scritto, la “ridotta ampiezza di banda” delle informazioni determina una modificazione non solo quantitativa, ma anche qualitativa dell’interazione. Infatti, in mancanza di riferimenti fisici dell’identità i soggetti, per comunicare, si appellano a categorie di interazione culturalmente sedimentate per cui, malgrado il differente potenziale comunicativo, le conversazioni in rete sembrano molto più vincolate alle tradizionali categorie di genere che nei contesti di comunicazione in presenza. (Stone, 1995). Simili sono le considerazioni di Anne Balsamo secondo cui, nel caso dei sistemi di interazione digitale, i limiti di una “comunicazione effettiva” sono connessi al fatto che i vuoti informativi – dovuti a un ristretto canale di scambio (il testo scritto) – vengono colmati da riferimenti a codici interpretativi che rimangono al di fuori dello schermo. Le forme di interazione cambiano, ma i riferimenti socio-culturali con cui sono esperite restano intatti per cui, malgrado le possibilità di superamento dei limiti normativi connessi in primo luogo alla categoria di genere, ma anche di razza e di status sociale offerte dai dispositivi digitali, i sistemi di confinamento e distinzione di ruoli restano inalterati: “pare che le nuove tecnologie – afferma Balsamo – saranno principalmente usate per raccontare vecchie storie che riproducono, in una forma high tech, racconti tradizionali sul corpo marcato da genere e razza”. (Balsamo, 1996). La constatazione di una paradossale ambivalenza del potenziale della rete vede schierate sulla stessa linea un considerevole numero di altre studiose (R. Braidotti, K. Hayles, C. Springer et. al.) che riconoscono una ambivalenza altrettanto forte in relazione alle nuove forme di identità acquisite nel mondo telematico.

Identità di genere off-line e on-line

Nei mondi digitali l’identità dell’utente subisce uno sdoppiamento: oltre lo schermo la sua presenza è simbolica, dietro lo schermo la sua presenza è fisica. In che rapporto stanno le due identità? Per Tim Jordan il cyberspazio non è un puro spazio della mente (come auspicano molte teorie cibernetiche, inaugurate dallo scrittore William Gibson) perché, sebbene non possiamo abitare fisicamente il regno digitale, sicuramente i desideri proiettati in quel regno hanno un’origine corporea. Tuttavia l’identità telematica, rispetto all’identità corporea, si configura secondo criteri e valori differenti che trovano appoggio nel fatto che è il linguaggio scritto ad essere il principale veicolo di scambio. Sempre Jordan mette in luce il fatto che la tessitura dell’identità in rete si forma a partire da risorse immateriali: lo stile di scrittura (spesso composto da codici specifici al fine di mostrare sia la competenza informatica, sia l’eventuale appartenenza ad un gruppo in rete), il tipo di interessi tematici e il nickname o l’avatar, utilizzati in alternativa al nome proprio, costituiscono gli strumenti con cui disegnare la propria identità on-line. (Jordan, 1999).

Sulla base di queste principali risorse l’utente in rete non si definisce sulla base di segni tangibili di status, genere o etnia, ma in funzione di determinati simboli immateriali che formano il distintivo della sua identità in rete. E’ la parola ad essere il luogo di formazione e confronto delle identità telematiche: la rapidità di scrittura, lo stile e soprattutto il nome alternativo costituiscono le informazioni a fondamento delle nuove traiettorie del sé. I giochi di ruolo insieme con le chat line hanno introdotto, come norma acquisita, la prassi per l’utente di scegliersi un nome finzionale da utilizzare nell’interazione in rete. La possibilità di cambiare nome rivela il fatto che il nome stesso è un’etichetta o confezione standardizzata dell’identità: un unico nome per tutta la vita costituisce un descrittore permanente di un’unica identità corrispondente a uno specifico corpo. Se nel mondo fisico ogni corpo ha un nome e se invece in rete i corpi non sono immediatamente percepibili, è possibile moltiplicare i nomi e con questi le identità possibili.

L’assenza di percezione del corpo nelle interazioni virtuali è una delle condizioni in base a cui il mondo telematico si configura come una sorta di clima interattivo che dona una sensazione di presenza in un ambiente sociale privo di connotazioni fisiche. “Si tratta infatti di uno spazio sociale e cognitivo, prima che di una simulazione di uno spazio fisico” (Paccagnella, 2000) in cui i soggetti vanno a costituire una comunità fondata sulla condivisione di idee e interessi, piuttosto che su vincoli territoriali e materiali.

Tuttavia, il potenziale democratico della rete non sradica i condizionamenti connessi all’appartenenza di genere. Viene ripetutamente denunciato da utenti femminili il fenomeno del “flaming”, ossia l’utilizzo di linguaggi offensivi afferenti al campo semantico legato alle tradizionali categorie sociali discriminate (“puttana”, ad esempio, è tra i termini denunciati più diffusi nelle conversazioni in rete). Molte donne, inoltre, dichiarano di tenere nascosto il proprio genere di appartenenza, o di ricorrere a dei nickname con esplicito riferimento al genere maschile per evitare che, nel corso di conferenze on-line, i loro pareri non vengano presi in considerazione o per avere la certezza che transazioni d’affari vadano a buon fine o, peggio, per evitare il “sexual harassment” che comporta forme di molestie sessuali condotte a mezzo Internet. (O’Brien, 1999).

Se è vero che il mondo telematico consente la costruzione di identità fluide e svincolate dalle discriminanti connotazioni fisiche legate al genere (e non solo), è anche da sottolineare che nella realtà informatica i soggetti tendono a definire se stessi e gli altri sulla base di categorizzazioni sociali culturalmente già introiettate. L’identità corporea e l’identità in rete non sono certamente in un puro rapporto di causa ed effetto, né si può semplicemente parlare di una separazione di mente e corpo durante l’interazione in rete, piuttosto di dislocazione dell’identità in forme complesse  e ancora sospese sul crinale dell’ambivalenza: da un lato la democrazia delle idee e dall’altro la gerarchia dei corpi. L’identità di genere nel mondo telematico è in trasformazione, ma gli sdoppiamenti e le moltiplicazioni del sé on-line fanno ancora i conti con stereotipate rappresentazioni di identità corporee. Così come le relazioni di genere femminile in rete restano, comunque, un potenziale da definire ulteriormente, anche le relazioni tra le generazioni femminili sembrano annunciare interessanti risvolti.

Genere e generazioni in rete: tripla presenza…

La questione nodale del rapporto tra genere femminile e tecnologie informatiche non è facile da risolvere per un motivo che sta in cima a quelli già riportati, e che riguarda il fatto che la vita on-line rimane un privilegio di una piccola percentuale (il 10% circa) dell’intera popolazione mondiale.(Global Consumer Advisory Board, 2004). Sebbene in crescita, il numero di donne presenti, sia negli spazi pubblici del Web, sia nel mondo della produzione ingegneristica dei sistemi elettronici, è assai inferiore a quello dei colleghi di sesso maschile (Wolmark, 2003). Gli studi internazionali sul fenomeno del digital divide (il divario sociale nell’accesso e nell’utilizzo di Internet) individuano i principali ostacoli ad un’equa distribuzione delle risorse informatiche in una serie di fattori intrecciati: l’appartenenza di status economico (basso), la collocazione geografica (Sud), l’appartenenza di genere (femminile), il grado di istruzione (basso livello) e l’età (dai 50 anni circa in su). Ne deriva che il navigatore medio della rete è un utente di sesso maschile, di età compresa tra i 30 e i 35 anni, con un alto reddito, una laurea e residente in uno dei paesi del Nord-Europa o del Nord-America. Sebbene il digital divide sia un fenomeno
riconosciuto a livello globale, il tipo e il grado di estensione dei suoi effetti non è omogeneo, ma dipende dalle specifiche condizioni contestuali del paese in cui emerge. Per quanto riguarda l’Italia recenti ricerche focalizzate sul gender digital divide, cioè attente nello specifico alle ricadute che l’appartenenza di genere ha sulle forme di accesso e di utilizzo di Internet, mostrano che il numero delle internaute è quasi pari alla metà del numero degli internauti. Le utenti più assidue di Internet sono donne residenti nell’area geografica del Nord-ovest, sono lavoratrici, hanno un livello di istruzione medio-alto e rientrano nella fascia di età compresa tra i 25 e i 44 anni. (Centro Studi, 2004) A partire dai dati di una ricerca attualmente in corso si propone qui una riflessione che vede specialmente intrecciati il genere e la generazione femminile. L’attenzione della ricerca è appuntata principalmente sulle ricadute che l’appartenenza al genere femminile va a configurare, non tanto in relazione all’accesso ad Internet, ma ai modi con cui i soggetti femminili utilizzano Internet. Un certo numero di donne adulte intervistate dichiara che, a causa dell’impegno sul duplice fronte dello spazio domestico e di quello lavorativo, non hanno sufficiente energia per sentirsi coinvolte da un terzo spazio, quello telematico. E’ una necessità di aggiornamento tecnologico richiesto dalla professione il motore principale che induce queste donne ad usare Internet, piuttosto che un desiderio o un interesse personale: si può, quindi, ipotizzare che difficilmente le donne dalla tradizionale “doppia presenza” – nel mondo del lavoro e nel mondo domestico – accolgano la possibile condizione di una tripla presenza, che le vedrebbe coinvolte in un ulteriore mondo aggiunto (Internet). Sebbene questo aspetto appena rilevato non costituisca l’unico elemento riscontrato e volto ad esprimere una connessione tra i ruoli di genere e le pratiche di utilizzo della rete, è comunque interessante rilevare che ruoli socialmente determinati si ribaltano in forma problematica nel mondo della rete. Se, diversamente dalle giovani, le donne adulte imparano tendenzialmente ad usare Internet sul posto di lavoro e di conseguenza gli attribuiscono una valenza connessa alla dimensione della necessità piuttosto che del piacere, e se queste stesse donne vedono la quasi totalità del tempo a disposizione impegnato dalla professione e dalla famiglia, difficilmente collegheranno Internet alla dimensione dello spazio per sé; più facilmente lo sommeranno agli obblighi già esistenti. A un’ipotesi di “tripla presenza” vissuta dal genere femminile attraverso la rete, va affiancandosi un altro ipotetico potenziale nel rapporto tra generazioni femminili.

…e educazione inversa

Dall’analisi dei dati relativi all’alfabetizzazione informatica emerge che, insieme al genere, anche il fattore generazionale subisce delle trasformazioni in seguito all’introduzione del mezzo telematico. E, nello specifico, il terreno di confronto di differenti generazioni femminili è costituito dalle nuove forme di apprendimento introdotte dalla diffusione di Internet. Rispetto ai precedenti mass media, Internet si caratterizza quale dispositivo informativo e comunicativo non di tipo unidirezionale (dall’emittente al ricevente), ma interattivo. Di conseguenza, malgrado il gran numero di manuali e di guide all’uso pubblicate, il risultato dello scambio tra l’utente e il medium non può essere predefinito in anticipo. Il percorso si costruisce in itinere e le fasi del processo, seppure illustrabili a grandi linee, debbono essere sperimentate direttamente dall’utente. Questa situazione introduce una prima modifica in merito all’aspetto operativo dell’apprendimento di Internet: da un sapere teorico e concettuale, di antica tradizione, si passa a una forma di sapere pratico; dal precedente sapere impostato al “know what” si approda ad un sapere basato sul “know how”, improntato al principio dell’imparare-facendo. (Adam, 1998). La seconda modifica in corso riguarda l’aspetto più propriamente cognitivo dell’apprendimento di Internet che, diversamente dai media precedenti, dispone le informazioni in forma distribuita, reticolare e non gerarchica, come si è già detto a proposito della teoria di Sadie Plant. La distribuzione pluridirezionale delle informazioni richiede un procedimento cognitivo che segue la logica delle connessioni concettuali, piuttosto che quella delle consuete connessioni logico-causali.

L’uso di Internet, quindi, introduce una trasformazione del sapere su un doppio livello – sia su quello operativo (imparare facendo) sia su quello cognitivo (apprendimento reticolare) – il che comporta diverse difficoltà per coloro che, appartenendo alle generazioni passate, hanno già strutturate forme di apprendimento tradizionali (basate su di un sapere teorico con ordine sequenziale e lineare). Qui la problematica riguarda anche le donne dotate di un elevato grado di istruzione perché a connotare il gap generazionale nell’acquisizione di un’alfabetizzazione informatica è la qualità dell’apprendimento – operativo e cognitivo – ancora prima delle competenze tecniche in sé.

Questo limite generazionale sembra, tuttavia, produrre dei risvolti sociali interessanti. Dal momento che la più diffusa modalità di apprendimento dell’utilizzo della rete avviene per vie informali, piuttosto che tramite forme di istruzione sistematizzate, e che tendenzialmente, quindi, “Internet si è diffuso prima nelle famiglie che nelle scuole” (Tarallo, 2003), sono le mamme che sempre più spesso chiedono alle figlie: “mi insegni ad usare Internet?”

Le giovani, poiché gestiscono con una soddisfacente praticità sia le interfacce per l’accesso ad Internet sia i suoi specifici codici linguistici, sono più esperte delle adulte. A partire dall’equazione più tempo uguale più esperienza, la rappresentazione collettiva del sapere, che ha tradizionalmente attribuito a chi è anziano la funzione di implicito riferimento per la trasmissione della cultura al più giovane, sta subendo una trasformazione. Attualmente pare che il rapporto formativo tenda ad un’inversione: sono le più giovani che insegnano alle meno giovani. Non solo, ma siccome il luogo di più frequente diffusione dell’apprendimento telematico è quello familiare, ancora una volta si torna a riflettere sul rapporto educativo tra madre e figlia. Paradossalmente l’introduzione di uno strumento elettronico ancora fortemente connotato al maschile dentro alle pratiche sociali femminili, può riportare in luce, trasformata, la questione del legame tra madre e figlia. Questa volta, però, i compiti e i ruoli formativi sembrano ribaltati, come pure sembrano trasformarsi le forme dell’apprendimento. Non una relazione unidirezionale in cui una parla e l’altra ascolta, in cui l’una indica e l’altra segue, ma una relazione cooperativa e partecipativa che vede entrambe coinvolte in un processo di apprendimento dove madre e figlia, nel fare insieme, imparano. Ma la relazione è inversa e la figlia assume la responsabilità del processo di mentorato.

Se, allora, l’inserimento dell’uso della rete nel mondo delle donne appare ancora fortemente problematico, si può senza dubbio affermare che i possibili sviluppi sono altrettanto interessanti: la trasformazione dell’esperienza, sia dell’identità di genere sia dell’identità delle generazioni femminili potrebbe condurre a differenti riappropriazioni della tecnica, attraverso legami d’amore che, questa volta, corrono lungo i fili dell’elettronica.

Riferimenti bibliografici

Balsamo Anne, Technologies of the Gendered Body, Duke University Press 1996

Jordan Tim, Cyberpower. The Culture and Politics of Cyberspace and the Internet, Routledge, London and New York 1999

O’Brien Jody, Writing in the Body, in Amith Marc A., Kollock Peter, (eds), Communities in Cyberspace, Routledge, London and New York 1999

Paccagnella Luciano, La comunicazione al computer, Il Mulino, Bologna 2000

Plant Sadie, On the Matrix: Cyberfeminist Simulations, in Kirkup Gill et al., (eds), The Gendered Cyborg, Routledge, London 2000

Stone Alluquére Rosanne, (1995), Desiderio e tecnologia, trad. it., Feltrinelli, Milano 1997

Wolmark Jenny, Cyberculture, in Eagleton Mary, (ed), A Concise Companion to Feminist Theory, Blackwell Publishing Ltd, UK 2003

         Dottore di ricerca in Pedagogia – Università di Milano-Bicocca